C’è un filo che attraversa il lavoro di Giuseppe Marinelli. Un filo d’acciaio, sì, ma anche un filo di memoria, di ascolto, di presenza. Intrecciando pazientemente le sue sculture intorno a crani animali, l’artista non ricostruisce semplicemente un corpo: lo evoca. Ogni opera è un gesto di rispetto, una forma essenziale sospesa tra ciò che resta e ciò che ritorna.

In occasione della mostra Tre Atti al Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese, il suo intervento si dirama tra spazio museale e paesaggio, lungo il Rio Gambis, dove le “memorie selvatiche” sembrano emergere dalla terra stessa. Cervo, volpe, lupo, capriolo: più che soggetti o protagonisti, sono presenze incontrate, processo collettivo, mai scelti per davvero e resistenti al tempo.

La stessa resistenza che l’artista vive nel processo creativo.

La sua pratica, nata dal disegno e dall’immersione nel territorio, si muove tra costruzione e evocazione, tra forma e spirito, accogliendo ciò che la natura offre e restituendolo all’immaginario. All’interno di Tre Atti, il suo sguardo si intreccia a quello di Zhuka e Pichler in un dialogo profondo e in evoluzione per ricercare e sperimentare nuove possibilità espressive e di autenticità. 

L’intreccio manuale dei fili d’acciaio è un gesto antico e preciso, che nella tua pratica ricostruisce il corpo degli animali con essenzialità e rispetto. Cosa significa per te lavorare con questa tecnica? È più un atto di costruzione o di evocazione?

    Lavorare con questa tecnica per me significa entrambe le cose, sia costruire che evocare. La costruzione riguarda il processo tecnico, attraverso la scultura ho cercato di mantenere uno stretto rapporto con il disegno che da sempre mi appartiene come linguaggio. Con il filo d’acciaio ricostruisco il corpo mancante partendo da un cranio animale, per evocarne la presenza attraverso l’immagine.

    Cervi, caprioli, volpi, lupi… come scegli gli animali da rappresentare? Hanno un valore simbolico, personale, mitico?

      Ho voluto rappresentare gli animali che abitano i boschi del territorio e proprio questo li rende simbolici. Da sempre ho avuto un grande interesse verso gli animali e vivendo in Trentino ormai da cinque anni, come la maggior parte della gente che vive qui ho iniziato a frequentare il territorio a trecentosessanta gradi, addentrandomi nei boschi e raggiungendo le cime delle valli. In queste occasioni è inevitabile imbattersi in animali selvatici ed ogni volta è sempre una grande emozione. Allo stesso modo si trovano resti di animali predati o morti per altre motivazioni. Ho raccolto personalmente la maggior parte dei crani utilizzati per le mie sculture, altri mi sono stati donati da gente venuta a conoscenza del progetto, per cui non ho realmente scelto io i soggetti da rappresentare.

      Le tue installazioni sembrano sospese tra ciò che è artificiale e ciò che è naturale. È una forma di resistenza alla scomparsa o un invito a una nuova forma di coabitazione?

        Purtroppo credo che sia inutile resistere alla scomparsa, piuttosto preferisco l’idea di aver offerto nuova vita attraverso l’arte. Ho sempre cercato di includere l’elemento naturale all’interno delle mie opere perché la natura è la nostra vera maestra. Quindi utilizzo l’elemento naturale come punto di partenza in maniera tale che possa coesistere con quello che definiamo “artificiale”, ma di per sé appartiene alla natura dell’ uomo.

        Tre Atti è una mostra diffusa tra museo e il paesaggio del Rio Gambis. Quanto la dimensione ambientale di Cavalese ha influenzato il contenuto o l’allestimento delle tue opere? La scultura è anche un modo per restituire qualcosa alla terra che la ospita?

          L’idea nasce dalla direttrice del museo Elsa Barbieri, che ha condiviso con me la sua visione, ed io ho accettato la sfida di confrontarmi con un linguaggio che fino a quel momento avevo solo sperimentato. Mi aveva parlato del Rio Gambis e subito ho pensato di portare “il bosco” nella realtà urbana. L’ acqua di questo torrente attraversa i boschi e porta con sé la sostanza, io ho cercato di restituirne l’essenza attraverso forme di animali che ho definito “Memorie selvatiche”.

          Il giorno dopo l’allestimento del Rio Gambis, mentre osservavo il lavoro, è stato sorprendente guardare un giovane capriolo avventurarsi lungo il torrente, attraversando il percorso espositivo. Il progetto prevede anche che ci sia un richiamo nel museo, dove all’interno delle nicchie della “colonna” centrale, che unisce i vari piani, sono collocati altri piccoli animali, mentre in una stanza vi sono gli studi che ho prodotto utilizzando una punta in lega metallica.

          Tre Atti si dirama come una sorta di teatro esistenziale, dove tre voci distintive non si fondono ma dialogano tra loro. Come hai vissuto questo confronto con le opere di Zhuka e Pichler?

            Ho conosciuto Annelise Pichler ed Erjola Zhuka durante questo progetto ed è stato un vortice di emozioni. Utilizziamo dei linguaggi diversi e raccontiamo realtà differenti ma con la stessa voglia, entusiasmo e a volte anche sofferenza. Credo che in termini di dialogo tra il nostro lavoro, sia stata Annelise a giocare un ruolo fondamentale attraverso il suo dualismo espressivo, la scrittura e la pittura.

            La mostra, citando la curatrice Elsa Barbieri, mette in gioco “le logiche dell’umanità … ultima risorsa per non scomparire”. Quale dimensione di “resistenza” o autenticità riconosci nel tuo contributo alla mostra?

              Ogni logica è fondamentale per l’essere umano, nella sua diversità. Ogni forma di pensiero agisce secondo una propria logica e nell’arte questo si evidenzia attraverso la concretizzazione delle idee, che diventano opere. E’ proprio attraverso il processo creativo che ritrovo la mia autenticità e “resistenza”

              Guardando avanti, immagini che le tue sculture possano evolversi verso altre forme, altri materiali, o magari abitare altri tipi di paesaggio?

                Queste opere le ho pensate per questo specifico territorio e appartengono alla mia esperienza personale legata a questi luoghi, ma non è escluso che possano incontrare nuovi paesaggi. Sicuramente è un ciclo di lavoro che non troverà fine nel progetto “TRE ATTI” e neanche all’interno della mia ricerca. Nella mia mente ci sono diverse idee che prevedono che questo lavoro si evolva, ma sicuramente sarà necessario continuare a sperimentare affinché si vedano i risultati. Pertanto non mi resta che augurarmi “buon lavoro”.

                Memorie selvatiche: intervista a Giuseppe Marinelli