C’è qualcosa nei ritratti di Erjola Zhuka che resiste all’istinto del giudizio. È un’urgenza visiva che non si lascia addomesticare, uno sguardo che spoglia il reale dalla sua patina di convenienza estetica. Le sue fotografie non seducono, non piacciono: fanno qualcosa di più profondo e pericoloso — inquietano, commuovono, feriscono. Come una verità che si rivela tutta in una volta, senza filtro.

Nata a Durazzo nel 1986 ma formatasi in Italia, Zhuka porta nella sua pratica fotografica un’estetica della tensione, dell’ambivalenza, del corpo come documento vivente. I suoi soggetti — donne, uomini, giovani e anziani, mai idealizzati — sembrano sempre in bilico tra vulnerabilità e resistenza. La carne è viva, scomoda, segnata. Non ci sono scorciatoie: i corpi raccontano quello che le parole spesso evitano, e Zhuka li ascolta con la precisione di chi sa che la bellezza sta proprio lì dove il mondo ci ha detto di non guardare.

Chi ha avuto modo di visitare Lampo, la sua mostra personale a Milano nel 2024, difficilmente può dimenticare la forza disarmante delle sue immagini. “L’oscenità del vero”, così si intitolava quel progetto — una scelta lessicale che suona come una dichiarazione di poetica. L’oscenità, in fondo, non è che ciò che rompe l’ordine del rappresentabile, ciò che supera il limite della forma. E allora sì: il vero è osceno, e Zhuka lo fotografa con un coraggio che è raro vedere in giro.

La sua fotografia non è mai soltanto rappresentazione. È un’azione politica, un gesto etico, un atto di amore brutale verso ciò che nella vita pulsa, stona, grida. L’arte di Erjola Zhuka si iscrive in quella linea di fotografi che non cercano l’immagine perfetta, ma l’immagine vera. Che non addolciscono l’esperienza, ma la sviscerano fino in fondo. Guardare il mondo attraverso i suoi occhi significa accettare l’imperfezione come unica via per la comprensione dell’umano.

In questi giorni, le sue opere tornano protagoniste a Cavalese, all’interno della mostra Tre Atti. Pichler, Zhuka, Marinelli, curata da Elsa Barbieri per il Museo d’Arte Contemporanea locale (19 luglio – 2 novembre 2025). Un progetto corale, diffuso tra museo e paesaggio, che lascia spazio a ricerche artistiche radicalmente diverse tra loro, senza volerle unificare. Le immagini di Zhuka, accanto alle pitture epidermiche di Anneliese Pichler e alle sculture animali di Giuseppe Marinelli, non cercano l’armonia, ma aprono varchi nel presente.

Come spiega la curatrice, la mostra è una riflessione sulla precarietà dell’esistenza e sull’identità che si trasforma. Un tema che si annida perfettamente nella poetica visiva di Zhuka, da sempre attratta da ciò che sfugge alle definizioni. La sua presenza in Tre Atti è una presenza silenziosa ma potentissima: ogni scatto è un atto di resistenza contro l’omologazione dello sguardo, un invito a sentire il mondo, e non solo guardarlo.

Quando osserviamo le sue fotografie, ci troviamo a interrogarci più su noi stessi che sui soggetti inquadrati. Perché ciò che Zhuka restituisce è una parte profonda e spesso nascosta dell’umanità — e la sua forza sta proprio nel non volerci rassicurare.

Erjola Zhuka non fotografa per piacere. Fotografa per necessità. Perché certe verità non si possono tacere, e l’arte, a volte, è l’unico modo possibile per dirle.

Erjola Zhuka: lo scandalo del vero e la fotografia come ferita aperta