Con Eravamo notte, ora siamo giorno, Ambrosia Fortuna porta negli spazi del PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea, oltre dieci anni di immagini dedicate alla comunità queer italiana, costruendo un racconto che si muove tra intimità, appartenenza e resistenza – un vero atto politico.

La mostra, curata da Sabato De Sarno, non si limita a esporre una serie di fotografie, parte dell’archivio dell’artista, ma restituisce la storia di una comunità attraverso lo sguardo di chi la vive ogni giorno. Ambrosia Fortuna in Eravamo notte, ora siamo giorno, non si limita ad osservare da lontano le persone, non documenta come semplice testimone esterna. I suoi scatti fanno emergere texture simbolo di relazioni reali, amicizie, notti condivise e percorsi di trasformazione. Una vicinanza, quella tra l’artista e il soggetto, che ha contribuito a rendere il progetto particolarmente potente.
Nel corso degli anni, la fotografia ha spesso raccontato il mondo LGBTQ+ attraverso il filtro della cronaca, dell’eccezionalità o dello stereotipo. Ambrosia Fortuna sceglie invece una strada diversa, catturando la quotidianità. Non mancano infatti momenti di preparazione, attese, abbracci, fragilità, sorrisi. La performance lascia il posto alla persona e alla sua identità.
La notte e il giorno: dal titolo della mostra al significato per la comunità
Si promuove, per una volta, un cambiamento di prospettiva, passaggio che emerge già con forza dal titolo della mostra. La notte è da sempre il momento in cui la maggior parte delle persone queer si sentono libere di esprimersi. È lo spazio in cui storicamente si sono costruite comunità, linguaggi e forme di resistenza.
Il giorno, invece, rappresenta la visibilità, la possibilità di esistere apertamente, di occupare lo spazio pubblico senza sentirsi inadeguato. Ancora oggi però il passaggio dalla notte al giorno non è ancora del tutto compiuto.

La dimensione politica della mostra Eravamo notte, ora siamo giorno
A distanza di decenni dalle prime battaglie per i diritti civili, la comunità LGBTQ+ continua infatti a confrontarsi con discriminazioni, violenze verbali e fisiche, difficoltà di rappresentazione e riconoscimento. Se molte conquiste sono state raggiunte, la necessità di prendere parola rimane ancora urgente. Le piazze dei Pride, le associazioni, i movimenti e le realtà culturali continuano a ricordarci che la visibilità non è un traguardo definitivo, ma un processo che richiede costante attenzione.
In questo senso, Eravamo notte, ora siamo giorno assume anche una dimensione politica. Le persone ritratte diventano manifesti visivi, occupano uno spazio, costruiscono relazioni e generano cultura. La mostra dà voce a chi per troppo tempo è stato raccontato da altri, trasformando l’immagine fotografica in uno strumento di autodeterminazione e di conquista.


Il ruolo del curatore Sabato De Sarno
Il ruolo di Sabato De Sarno appare fondamentale proprio in questa prospettiva. Proveniente dal mondo della moda, il curatore sceglie di non sovrapporre una lettura teorica alle immagini, ma di lasciare che siano le storie e i volti a parlare. Un gesto curatoriale che amplifica il carattere autentico del progetto e permette alla comunità rappresentata di restare al centro del racconto.
Più che una mostra fotografica, quella di Ambrosia Fortuna diventa memoria collettiva. Un capitolo importante della storia contemporanea italiana che non riguarda soltanto la comunità LGBTQ+, ma chiunque creda nel valore della rappresentazione, della libertà e del diritto di essere visibili.