A volte per ricominciare serve prima un crollo. E in quel vuoto che segue, Fulminacci sembra saper nuotare alla perfezione, trasformando le macerie in materia d’arte. Calcinacci prende forma proprio qui: una bracciata tra ciò che è stato e le rovine da cui ripartire.
I calcinacci sono macerie, ma sono anche ciò che rimane mentre si demolisce per poter ricostruire. In questa diapositiva sospesa tra fine e inizio, che l’album ritrae perfettamente sovrapponibili, si muove l’intero progetto. Qui Fulminacci viviseziona relazioni che finiscono, fughe, addii e desideri che mutano forma, sotto lo sguardo disinteressato di una Roma possente e silenziosa, spettatrice immobile di ogni ricaduta e rinascita.

Più che mascherare sventure in grandi drammi, Fulminacci si ferma ad osservarle, ci sorride sopra, ne coglie contraddizioni e paradossi, e decide di accettarle, permettendosi di soggiornare nell’imperfezione delle cose. Calcinacci si concentra sui minuscoli momenti che sembrano normali finché non ci si accorge che in realtà ci hanno già cambiato, impercettibilmente e per sempre. È una quotidianità che diventa racconto ironico, tagliente a tratti malinconico.
Calcinacci: Fulminacci ricostruisce traccia dopo traccia
Traccia dopo traccia, Fulminacci ripercorre i passi con cui torna alla ricostruzione del proprio “fortino”. Un percorso non lineare, ma veritiero.
Indispensabile apre l’album, leggera e vivace portando con sé un’emozione non preventivata; Maledetto me segna un momento di introspezione sospeso su un ritmo estivo; Stupida sfortuna, direttamente dall’Ariston, reinterpreta ciò che ormai è svanito.
Da qualche parte in Italia spalanca la porta a una possibile ricostruzione, subito messa in discussione da ripensamenti narrativi di Casomai, zone grigie di Fantasia 2000 e Niente di particolare, fino al tracollo definitivo in Meno di zero.
È con Tutto bene che il lutto trova una sua elaborazione, un preludio allo slancio conclusivo di L’avventura, al quale si arriva solo passando per i complicati sì e no di Mitomani, l’idea di fuga e/o di vacanza di Sottocosto e lo spronare di Nulla di stupefacente.
Insomma un album in grado di far ballare e piangere in sincrono.


Come suonano i Calcinacci
Nel suono, Calcinacci segna una piccola svolta: l’atmosfera si fa più essenziale e asciutta. Le melodie guardano al cantautorato, muovendosi su una struttura sonora snella, priva di sovrastrutture pompose, lasciando spazio all’autenticità del racconto. Una scelta stilistica influenzata dagli ascolti che hanno accompagnato la scrittura del disco.
Nuove sfumature arrivano dalle collaborazioni con Franco126 e Tutti Fenomeni: due voci diverse, ma affini nello sguardo con cui raccontano fragilità, contraddizioni e stranezze della realtà. La produzione è affidata quasi interamente al collettivo Golden Years, ad eccezione di Nulla di stupefacente che porta la firma di okgiorgio.



Non solo note nei Calcinacci di Fulminacci
Il lancio dell’album Calcinacci di Fulminacci è stato accompagnato da un cortometraggio di circa venti minuti, nel quale lo stesso Filippo ha recitato in prima persona. Trasmesso a Roma, Napoli e Milano, il corto racconta lo stesso universo cantato nel disco da un’altra prospettiva: quella dell’immagine.
Due linguaggi, due sguardi, che si incrociano per delineare un mondo fatto di frammenti, pezzi sparsi che prima o poi qualcuno dovrà prendersi la briga di rimettere insieme.


E dopo il crollo?
Calcinacci di Fulminacci nasce dal momento in cui qualcosa si rompe. Dal silenzio che segue. Da quei pezzi a terra che, prima o poi, saranno fondamenta della ricostruzione.
Questo album non si fa manifesto di nessuna promessa di salvezza o cura miracolosa, ma incarna una lucida consapevolezza del disastro e del suo potenziale. Ed è da proprio da questa, che dopo il crollo, tutto può riprendere forma.