“Di sola pittura potrei morire. Senza la pittura non potrei esistere”
Una dichiarazione d’intenti poetica ed intensa, che ci introduce ad Anneliese Pichler al cuore pulsante della sua pratica: un gesto pittorico che non è mai puro atto formale, ma esercizio di presenza, urgenza di esistere, tracciato corporeo dell’interiorità. La sua arte: “palpita e respira all’interno e fuori del suo spazio”.


In occasione della mostra Tre Atti al Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese, che la vede in dialogo con Zhuka e Marinelli, questa intervista nasce con il desiderio di esplorare la vertigine che innesca il suo vortice creativo — quando una scintilla attraversa la materia. Le sue opere non si offrono allo sguardo come quadri da osservare, ma come superfici epidermiche, vive, vulnerabili, capaci di assorbire e restituire emozione, tensione, per interagire con l’artista e con chi osserva.
Tre Atti diventa un’opera corale in cui unire alle altre la propria melodia, dove in uno spartito di esplorazione ognuno può affrontare il proprio assolo. In questo contesto, la pittura è più che mai gesto di resistenza: atto radicale di autenticità, ultima risorsa per non scomparire.



Nel dialogo che segue, Anneliese Pichler si racconta con la stessa poetica con cui dipinge: in bilico tra istinto e intuizione, tra ciò che può essere e ciò che è essenza di sé. Senza spiegare troppo, senza proteggersi. Con la vulnerabilità lucida di chi sa che l’arte, prima ancora che forma, è prova. È presenza. È la sua vita.
Le tue opere sono spesso descritte come «superfici epidermiche» che incarnano insieme materia e corpo. Come nasce questa metafora? In che modo riflette il tuo rapporto con la tela, il tessuto e l’impulso pittorico?
scrivere sul muro
è una prova che io esisto.
Sento che esisto
mentre scrivo
e fermo quel momento.
Rivedere la scrittura
come rivedere il quadro
è più del ricordo
È la prova.
È vedere per un istante
la scintilla
creativa.
Il muro
è corteccia
è pelo dell’acqua
è pelle,
vive e testimonia
la mia vita.
Le scritte vibrano e fanno vibrare.
Il quadro è
paesaggio dell’Anima,
è ritratto dell’Animus
è astrazione del pensiero.
Materia animata
e inanimata,
è essenza di me
e, assenza.
Di sola pittura
potrei morire.
Senza la pittura non potrei esistere.

In che misura la natura del supporto — tela, stoffa, carta — incide sulla tecnica, sull’effetto visivo e sul significato delle tue opere?
CARTA
è la mia epidermide preferita:
ruvida
liscia
screpolata
bagnata
umida
asciutta
rigata
rugosa
ferita
tesa
paziente
assorbe e da vita ad
ogni sfumatura,
dialoga e si mescola
con le Terre
e con l’Acqua.
Si deforma e ridistende
la senti ” a pelle”.
Ha una vita propria
ma interagisce con me
oppure
contro di me.
A volte mi asseconda
a volte si oppone
a volte soccombe.
Talvolta
fallisco il risultato.
Il quadro può essere
fragile e forte insieme
definito,
definitivo
infinito
interrotto da una cornice
un bordo, un confine
dell’immagine
che però
palpita e respira
all’interno e fuori
del suo spazio.


“Come si comincia un quadro? / In punta di piedi / In punta di mano”: in Tre Atti, affidi a una parete questa dichiarazione quasi intima, sospesa tra desiderio e urgenza. Quanto è importante per te questo momento di soglia — tra il pensiero che nasce e il gesto che prende forma? E come si traduce nella materia pittorica quel “malessere” che accompagna l’inizio?
Essere Soglia
del desiderio,
del pensiero
del gesto
mentre esso diventa forma
innesca il
vortice creativo.
Il Malessere è generato
da questo moto
vertiginoso che fa scaturire
l’Opera d’arte
che prima non esisteva. Mentre tutto ciò avviene
dimentico me stessa.


La mostra si articola come un teatro esistenziale, in cui tre voci — la tua, quella di Zhuka e quella di Marinelli — non si fondono ma dialogano tra loro. Come hai vissuto questo confronto e cosa ne è emerso per te?
Il dialogo con gli altri 2
“Attori” è stato stimolante
fin da principio,
preceduto da un attimo
di esitazione
come quando si impara
e conosce
qualcosa di nuovo.
È stato di completamento,
coralità.

Come afferma la curatrice Elsa Barbieri, la mostra mette in gioco “le logiche dell’umanità… ultima risorsa per non scomparire”. Quale forma di resistenza o autenticità riconosci nel suo contributo al progetto?
“Ultima risorsa per non scomparire..” è stato il mio
“Bagliore”
nella notte,
per usare un termine caro
ad E.B.
Che mi ha permesso di azzardare
sull’Atlante delle possibilità
la mia rotta incerta
verso quel punto che
pure IO sono,
come Artista,
ma che nella vita
È
ai miei antipodi.
Collaborare con E.B.
è stato:
Canto e Controcanto
sullo spartito immaginario e stupefacente
dell’improvvisazione, …spesso
all’unisono.


Guardando al futuro, quale direzione immagini per la tua ricerca pittorica, tra astrazione, materia e paesaggio?
Il Futuro è guardare
La Pittura è guardare;
far sì che la metamorfosi avvenga,
tra il ME che vive
e il ME che dipinge.
È oscillazione
tra il prima e il dopo.
Non è un progetto,
non è pianificabile
non si può predisporre
o predefinire
È istinto.