Venerdì 20 febbraio, da sold out, il Baumhaus si è trasformato in uno spazio sospeso. Non un semplice concerto, ma un attraversamento. Altea ha portato in tour Nessuna Live, estensione fisica dell’EP uscito per Sugar Music, e fin dai primi minuti è stato chiaro che non abbiamo assistito a una semplice esecuzione canora, ma a una trasformazione, un rito musicale e spirituale, in cui corpo, mente e emozioni si sono fuse in un unico momento.


Altea: un live come un organismo vivo
Sul palco con lei Valerio Fatalò al basso e Ben Romano alla chitarra. In tre costruiscono un corpo sonoro elastico, in continua ridefinizione. Le tracce di Nessuna non vengono replicate: si allungano, si contraggono, si incrinano. La ripetizione diventa rito, la sospensione diventa tensione.
La voce di Altea non “canta” nel senso tradizionale del termine: è materia e respiro amplificato, che si espande nella stanza buia eppure colma di presenza. A tratti sembra fragile, subito dopo si fa verticale, quasi percussiva. È una presenza che non cerca consenso, ma verità.




Il calore di una stanza piena
Il Baumhaus è gremito. Si percepisce quell’attenzione rara che appartiene ai concerti in cui nessuno vuole perdersi un dettaglio. Il pubblico è vicino, raccolto, parte attiva di quello che succede. Non c’è distanza tra palco e platea: solo uno spazio condiviso che si modifica a ogni brano.
Si sente che questo progetto nasce da un gesto di sottrazione ed è proprio per questo che dal vivo acquista una forza ancora più particolare.



Suono e visione
Le luci e le immagini curate da Francesco Savaglia accompagnano la musica, grazie a un gioco di ombre, tagli netti e proiezioni che sembrano respirare insieme ai suoni. Il palco diventa così un ambiente percettivo e tutto contribuisce a creare una dimensione quasi analogica, fisica.
Foto a cura di Arneaux