“Essere “nessuna” non è diventare improvvisamente “nessuna”, ma riconoscersi nella dualità e nelle contraddizioni del sé.” Nessuna, il nuovo EP di Altea, nasce così, come un attraversamento che aggira le barriere della resistenza intima e prende alla sprovvista, lasciando che le parole emergano di getto, libere da controllo e sovrastrutture. Ogni verso viene poi custodito con la delicatezza riservata a una perla preziosa, protetto nella sua nudità originaria. In questa conversazione, Altea racconta la ricomposizione come atto intimo e necessario, il silenzio come spazio fertile, la scrittura come qualcosa che accade prima ancora di essere capita.
Parli di Nessuna come di un racconto di ricomposizione. Qual è la parte di te che si è ricomposta per prima durante la nascita di questo EP?
Ho rivalutato molto la mia persona negli ultimi anni. Volontariamente mi sono sottoposta a un processo di autovalutazione, che mi ha permesso di capire, con sincerità, cosa mi stesse mandando avanti, quali fossero i processi inconsapevoli che stavo attuando per sopravvivere, quali linguaggi stessi evitando. Non sempre le risposte che mi sono data sono state piacevoli, ma penso che sia stato questo processo ad aiutarmi a ricompormi. Se poi da una parte, la riconoscenza di me fosse un processo così macchinoso, dall’altra la scrittura di queste canzoni non lo era mai stato.
Ogni momento catturato nei testi è uscito fuori da me di getto, ha aggirato le barriere della mia intima resistenza e mi ha catturato alla sprovvista. Mi sorprende sempre come, finito di scrivere un pensiero, già quello non mi appartenga più e per comprenderlo fino in fondo io debba chiedergli il permesso e farci amicizia. È stato come riconoscere di avere indossato per una vita i panni degli altri e poi a un certo punto decidere di mettersi a nudo.

In che modo il silenzio ha cambiato il tuo modo di scrivere e la tua voce? È più un rifugio o più uno strumento?
Il silenzio e il raccoglimento sono il modo più efficace per capire cosa per me è vero e cosa è superfluo. Solo in momenti di solitudine e di osservazione silenziosa sento di poter raggiungere per degli istanti delle epifanie, delle rivelazioni che cambiano le mie percezioni della realtà, a partire dalle cose più semplici e apparentemente piccole. Il mio scrivere e il mio cantare sono poi solo un riflesso di questo mio ruminare.
Il silenzio è rotto dall’eco: ci sono parole di Nessuna che sono arrivate subito e altre che hai dovuto aspettare?
È arrivato quasi tutto subito, non è stato un processo controllato, sono parole che sono uscite fuori in vari momenti e lì sono rimaste impresse nel tempo, come una fotografia. Non ho dovuto riscriverle, ripensarle, trovargli una struttura o impacchettarle in nessun modo. Ho voluto che ricevessero il trattamento di una perla preziosa, cercando di dare loro più riverenza possibile nella cornice, ma stando molto attenta a non contaminarne l’essenza.


In Nessuna convivono il Salento e Napoli, radice e magma, in che modo questa tensione attraversa le canzoni?
Penso sia innanzitutto un processo inconscio, quello di mettere nel calderone tutto ciò che mi appartiene e che mi è appartenuto. La vicinanza a delle sonorità, il gusto, sono cose che non si controllano, esistono e basta e si rivelano nel momento dell’azione creativa. Perciò è importante innanzitutto vivere e poi tradurre le proprie esperienze in altri linguaggi. È come se mi sentissi un albero con radici profonde ben piantate nei ricordi della mia infanzia e con dei rami protesi verso l’esterno nel continuo esercizio dell’ anelare all’infinito. Il tutto inserito in un pentolone in continuo ribollire. Un bel caos, insomma.
Sei cresciuta dove la musica era una lingua condivisa. C’è un ricordo d’infanzia (un suono, un gesto, un ritmo) che senti di aver portato dentro questo lavoro?
Ripenso spesso a dei momenti passati con la mia famiglia a cantare e suonare intorno al fuoco, ognuno con il proprio strumento, o notti intere a ballare la pizzica con le mie sorelle e con mia madre sotto i palchi su cui suonava mio padre, o alle feste con gli amici. Queste memorie sono un po’ il mio amuleto, mi ricordano sempre da dove vengo, dove voglio andare e cosa c’è di prezioso da proteggere.
Essere “nessuna” può essere anche liberazione: in quale “volto” di te senti che questo EP si riconosce di più?
In una ferita, nel processo di ricucitura di ogni lembo di pelle, nella cicatrice che finisce per appartenerti e resta lì. Fa parte della crescita.


In Nessuna, c’è stato un momento in cui, come Ulisse, diventare “nessuno” è diventato per te un modo per proteggerti?
Al contrario, penso che nel tempo tutti i meccanismi di protezione che ho adottato, mi abbiano portata sempre lontana dalla mia verità. Essere “nessuna” non è diventare improvvisamente “nessuna”, ma riconoscersi nella dualità e nelle contraddizioni del sé. Ogni giorno ho a che fare con una, infinite e nessuna me.
In “Estati Peggiori” canti “Se volessi ricordare ogni piccola parte di te saremo insieme ancora” … Per te la memoria è un rischio o una risorsa?
Purtroppo spesso percepisco la memoria come un rischio. Dico “purtroppo” perché sento che non è un processo che gioca sempre a mio favore. Sono in un periodo in cui mi sento molto sensibile e do grande peso ai miei ricordi. Per me è importante dare spazio al presente, quindi certe cose per ora preferisco metterle da parte.


In Vertigine scrivi: “l’amore finirà e con sollievo penseremo di non avere più nessuna responsabilità”. C’è un sollievo quasi liberatorio: pensi che a volte la fine di una storia sia l’unico spazio possibile per ritrovare sé stessi?
Questa canzone non l’ho scritta pensando solo alla fine di una storia, ma di tutte le storie. È sorta in un periodo in cui a Napoli la terra ha iniziato a tremare in maniera più frequente e intensa. Questo mi ha messo in una prospettiva in cui in un attimo tutto può essere vanificato, tutto può svanire, assolvendo e cancellando ogni cosa indiscriminatamente. Sia il bene, sia il male. Tutti gli errori commessi, le responsabilità, i dolori vengono annullati e di riflesso anche le gioie, l’amore e il buono che c’è. Penso a molte situazioni in cui non c’è impegno né cura di ciò che si fa e ci circonda, stagnando nell’idea che si possa sfruttare ogni risorsa fino alla fine. Non è un sollievo per me.
Quale stato dell’anima speri di aver trasmesso al pubblico, dopo aver ascoltato queste canzoni?
Nessuna.
Alla fine di questo dialogo resta un vuoto pieno, una parola che si ritrae proprio quando sembra farsi definitiva.
Alla domanda su quale stato dell’anima speri di aver trasmesso, la risposta è una sola, essenziale: nessuna. Non come vuoto, ma come spazio aperto. Un luogo in cui chi ascolta può entrare senza dover assomigliare a niente, se non a sé stesso. Uno stato dell’anima che si concede solo a chi accetta di perdersi un po’ e forse è proprio lì che ci si riconosce.