Nel lontano Agosto 2013 Yung Lean pubblicava “Ginseng Strip 2002” e difficilmente avrebbe potuto immaginare che sarebbe diventato l’inno del cloud rap e cosi virale su TikTok da attirare l’attenzione del grande pubblico.  Dopo circa 12 anni, al suo quinto studio album, torna a donarci un pezzo della sua arte con “Jonatan”, un progetto che racchiude tutta la sua evoluzione stilistica e in cui, come si evince dal titolo, pone se stesso e la sua voce al centro dell’attenzione. 

Come ci ha raccontato nelle sue ultime storie Instagram, è stato l’album più complesso della sua carriera musicale. Un percorso tanto bello quanto sofferto che ha portato alla realizzazione di 13 tracce che mostrano l’evidente crescita dell’artista svedese. Le idee erano chiare sin dall’inizio: percussioni, chitarre, semplici hooks, testi brutalmente onesti, cori e la voce di Jonatan al centro di tutto. Il risultato è un album intimo e riflessivo in cui sembrano fondersi le sue due personalità musicali, da sempre separate in due percorsi discografici differenti: Yung Lean e jonatanleandoer96. 

Dal punto di vista musicale, è una fusione di generi che vanno dal pop eccentrico degli anni ‘80, al grunge dei primi anni del 2000, fino ad inni religiosi orchestrali plasmati da un malessere sognante e avvolti da delicate trame lo-fi. Lean è sia nostalgico che onesto, affronta temi meno cupi e morbosi rispetto al suo passato e lascia spazio ad una accettazione di ciò che è stato e alla necessità di andare avanti per la sua strada. 

In “Horses”, un semplice riff di chitarra accompagna il suo desiderio di lasciarsi il mondo alle spalle: “A wild horse gotta run free”, lamenta – non solo come voglia di evasione, ma come volontà di abbandonare del tutto le vecchie abitudini. Le sue riflessioni in “Swan Song” su “cruisin’ down the same road all again” catturano proprio questo sentimento, mentre percussioni fuori tempo raccontano una discesa continua. Anche i brani più pop dell’album esprimono queste consapevolezze. “I’ve been so cold to everybody that loves me…I wish I could change it”, ripete Lean prima di perdersi nel finale di “Teenage Symphonies 4 God (God Will Only)”

Man mano che l’album procede, le canzoni iniziano a scomporsi, i loro mix diventano sempre più surreali e fantastici. “Terminator Symphony” ne è l’esempio perfetto. L’outro, “Lessons From Above”, cambia completamente registro, con un’atmosfera acustica e riflessiva. 

Jonatan è un album che va ascoltato con pazienza e che forse non è inizialmente così catchy come la discografia attuale ci ha abituato di recente. Ma forse è proprio un’intenzione dell’artista, che si sviscera e si lascia scoprire dal pubblico che decide di affidarsi a lui e andare fino in fondo. 

Dal 2013 in poi, il catalogo di Yung Lean è sempre stato un viaggio verso confini mai esplorati prima, un viaggio di cui non si conosce la destinazione. Anche in questo caso, si conferma un visionario, ma anche un poeta quasi maledetto che ha trovato una dimensione spirituale grazie alla musica avvicinandosi mai come prima a Dio. “We’re all in the gutter but some of us are looking at the stars”, citando Oscar Wilde, Jonatan vuole essere questo: anche quando si è in una condizione difficile, degradata o dolorosa, si può ancora conservare la speranza, la bellezza e l’ideale…l’importante è guardare sempre alle stelle. 

Jonatan è il nuovo album di Yung Lean