C’è un cerchio.
Ci giri dentro.
Senza sosta.

Un movimento che non porta da nessuna parte.
Uno spazio fermo, immobile, eppure pieno di rumore.
Sospeso tra quello che è reale e quello che ti sembra.

È lì che nasce setteottavi, il nuovo singolo degli Almariva.
Una canzone che parla di antieroi stanchi, di quelli che vorrebbero mollare, ma non ci riescono. Un riflesso generazionale spezzato: solitudine, insoddisfazione, la lotta continua di chi resta in piedi anche quando pesa.

Il videoclip di setteottavi degli Almariva

Il videoclip di setteottavi degli Almariva, diretto da Nicole Zia e Mattia Boldrini, traduce questa condizione in immagini. Non è solo un video, ma un’esperienza performativa: ogni azione è volutamente assurda, ogni movimento appare forzato, ma tutto porta a raccontare l’ansia del tempo presente, la fatica di vivere in un mondo che non restituisce ciò che si cerca. Lo spazio fisico diventa metafora di un vuoto più grande, quello dell’impossibilità di cambiare contesto, e ogni ripetizione, ogni gesto circolare, parla di un ciclo da cui non si riesce a uscire.

La costruzione di questo immaginario è stata un lavoro collettivo. Dalla band alla regia, dall’art direction alla performance di Elia Moschin, ogni frammento è stato pensato come parte di un racconto unico: la sovrapposizione di visioni, sensibilità e intenzioni ha reso possibile trasformare la musica in uno spazio tangibile, poetico e insieme inquietante. I colori della pellicola, il montaggio frenetico per simulare la concitazione interiore, la tensione dello spazio circoscritto: tutto concorre a creare una realtà sospesa, in cui il vero e l’immaginario si confondono.

La dimensione allucinatoria del videoclip è il cuore del progetto: non percezioni senza oggetto, ma metafore visive di una condizione collettiva, di un presente in cui l’eccesso di stimoli, la digitalizzazione costante e la precarietà dissolvono i confini tra ciò che è reale e ciò che è proiezione. In setteottavi degli Almariva, l’allucinazione diventa linguaggio visivo, strumento per raccontare fragilità, isolamento e disorientamento, trasformando la fatica individuale in un’esperienza universale.

Con il nuovo EP “Era, Abbiamo, Ouro”, fuori dal 6 febbraio, gli Almariva consolidano un immaginario che unisce musica e visione, costruendo un universo in cui ogni brano, ogni video e ogni visual sono frammenti di uno stesso racconto, sospeso tra poesia, surreale e realtà contemporanea.

Le parole dei protagonisti del progetto

A chiudere questo viaggio, le voci dei protagonisti del progetto:

Almariva, band: come la musica e il testo di setteottavi, riflette il tema della fatica generazionale e della ripetizione vuota?

Almariva, band: “Con il testo di setteottavi, abbiamo cercato di trasmettere quel senso di ansia che avvolge la nostra generazione, quel senso di autodeterminazione nella società come condizione di felicità, il fatto che il farsi bastare poco non sia accettabile. A volte servirebbe solo fermarsi e riprendere fiato. Nella musica abbiamo cercato di trasmettere quell’angoscia soprattutto nello special in cui tutto rallenta, diventa tutto più cupo e la voce chiede solo la possibilità di fermarsi e trovare la bellezza anche nelle cose più semplici.”

Com’è nata l’idea creativa del videoclip e in che modo il concept visivo traduce la canzone in immagini?

Nicole Zia, creative director: “L’idea del videoclip è nata in modo molto spontaneo. Quando con gli Almariva abbiamo deciso di collaborare, una delle prime cose che mi ha colpita è stato un audio che mi ha mandato Daniele, il cantante, in cui parlava del significato di “setteottavi,”: essere antieroi, provare continuamente senza riuscire davvero, affrontare una sfida dopo l’altra senza ottenere i risultati sperati. Parlava di stanchezza, ma anche di fame — fame di fare, di esistere, di saltare anche quando sei sfinito. In quelle parole mi sono rivista molto, ed è una condizione che sento appartenere a tante persone della mia età: come se corressimo sempre dietro a qualcosa senza avere il tempo né il senso di capire davvero cosa stiamo facendo. Da lì ho sviluppato un concept visivo coerente con il mio modo di vedere. Mi interessava un protagonista carismatico che portasse addosso questa sensazione, ed Elia era perfetto.

A livello visivo non volevo “sostituire” la musica, ma rafforzarla, darle più valore. Credo molto nel dialogo tra campi espressivi diversi: immagine e suono, se messi in relazione con cura, possono raccontare qualcosa in modo più completo e parlare con sensibilità simili alle tue. Oggi più che mai sento che la ricerca e la cura dei contenuti siano fondamentali, soprattutto in contrasto con un algoritmo velocissimo e ripetitivo che spesso genera solo la noia dello scrolling. Cercare un senso dentro di noi, nei riferimenti visivi che ci appartengono davvero, ed essere forse un po’ miopi rispetto a quello che fanno gli altri, credo sia l’unico modo per provare a dire qualcosa di autentico.”

Quali scelte visive avete fatto per rendere la tensione tra realtà e allucinazione così concreta sullo schermo?

Mattia Boldrini, regista: “Per mettere in scena il surreale e generare tensione, il lavoro principale è avvenuto sul set, prima ancora di qualsiasi scelta tecnica o puramente estetica. Il talent, Elia, ha sposato completamente la visione mia e di Nicole, e questo ci ha permesso di costruire un dialogo profondo prima di girare le scene. È stata una scelta determinante: attraverso la sua interazione con lo spazio e con gli oggetti, ciò che fino a quel momento era solo un’idea ha iniziato a prendere forma concreta.

Le reference visive sono state un punto di partenza, ma è stato il lavoro sul set a tenere insieme tutte le scelte fatte in precedenza. Girare a pellicola, la fotografia e la decisione di dichiarare il set non sono state scelte isolate, ma parti di un unico processo. Tutti elementi che hanno trovato una sintesi proprio nella presenza di Elia, che ha completato il quadro con grande precisione e consapevolezza.”

Com’è stato immedesimarsi nel brano per dare corpo e movimento alle emozioni del protagonista?

Elia Moschin, interprete del videoclip: “Immedesimarsi nel brano ha significato andare oltre la recitazione, lasciandomi trasportare dall’emozione e dalla follia del protagonista. La chiave è stata una frase precisa, “forse perché si occupa di altro che non di sé stesso”, che mi ha guidato nella creazione di un personaggio spaesato, incapace di comprendere una realtà assurda che gli altri sembrano accettare. Lui vive ogni emozione come fosse la prima volta.

È stato un percorso intenso e contraddittorio, a tratti liberatorio, in cui non è stato necessario recitare ma spogliarsi fino a mostrare la parte più cruda. Con ruoli così non ci si prepara: “ci si fa l’amore”. E forse restano addosso perché, in fondo, parlano anche di noi.”

Video scritto e prodotto da Almariva
Un film di Mattia Boldrini e Nicole Zia
Da un’idea di Mattia Boldrini e Nicole Zia


Prodotto da Spaziooo Creative Lab 
In collaborazione con BMB Live Studio

Direzione creativa e artistica Nicole Zia
Regia Mattia Boldrini
Direzione Della Fotografia Federico Trivella
Super8 Operatore e Supervisore Simone Pastore
Montaggio Mattia Boldrini
Color grading Mattia Boldrini
Cast Elia Moschin 
Hair & make up Chiara Abbatepaolo
Styling Nicole Zia 
Prima assistente stylist Alicia De Poli 
Assistente stylist sul set Isacco Gamberoni
Set design Francesca Arini 
Prima assistente di produzione Giulia Carraro
Secondo assistente di produzione Matteo Faccin 
Brand & Content Strategist Giulia Grieco 

LOCATION
DOPO? Space

Dentro al videoclip di setteottavi, il cuore visivo del nuovo EP degli Almariva