Nel videoclip di Uomini contro insetti, singolo di Giorgio Poi che anticipa il nuovo album, le immagini scorrono in un flusso ininterrotto, trasformandosi l’una nell’altra, come un sogno che cambia forma senza spezzarsi. Il brano, scritto e prodotto interamente dall’artista, si sviluppa tra suggestioni poetiche e surreali che trovano un corrispettivo visivo nella varietà delle tecniche artistiche utilizzate. Questa fluidità visiva non è solo un gioco stilistico, ma una scelta narrativa che riflette la stessa dinamica della musica: un insieme di suggestioni che si sovrappongono e si dissolvono. 

A raccontare il dietro le quinte di questa sperimentazione visiva non è solo il regista Filippo Rossi, ma anche gli artisti che hanno dato vita a questo universo cangiante. Ognuno di loro ha portato una tecnica, un segno distintivo, un’idea personale, e il risultato è un’opera collettiva che sfugge alle definizioni rigide. Come le immagini si alternano e si intrecciano nel videoclip, così anche le loro voci si affiancano nel racconto di questo processo creativo, fatto di intuizioni, sfide tecniche e fascinazioni visive. Ne parliamo in questa intervista.

Il videoclip si sviluppa in un flusso visivo continuo, dove ogni immagine si trasforma nella successiva, combinando stili differenti. Come si combinano tecniche così diverse e come si intrecciano nel racconto visivo del brano?

Filippo Rossi (regista): Questa idea di trasformazione continua, in cui diventa impossibile discernere chiaramente dove finisce un’immagine e ne finisce un’altra, è stato proprio il punto di partenza per lo sviluppo del video. Questo continuum immaginifico è un’idea di Giorgio prima ancora che mia: è stato il primo spunto che mi è stato dato, ancora prima di parlare di cosa le immagini sarebbero andate a raccontare. E infatti è un’idea, una fluidità, che ha un carattere musicale più che narrativo. La scelta di puntare su tecniche diverse invece è una soluzione che ho proposto dopo, per due ragioni incredibilmente pragmatiche: la prima era che non riuscivo a decidermi su uno stile che funzionasse su tutte le immagini che mi stavano venendo in mente, la seconda è che con il poco tempo era impensabile affidare ad una sola mano tutto il video. Di necessità virtù.

Dario Imbrogno (artista): La mia tecnica, lo stop motion, è quella che si discosta maggiormente dagli altri due stili presenti nel video, entrambi realizzati in animazione 2D. Questo poteva rappresentare un rischio, ma grazie all’uso di una visuale dall’alto e di elementi relativamente piatti, il tutto si è amalgamato piuttosto bene. Purtroppo, rispetto all’animazione 2D, la tecnica dello stop motion presenta maggiori limiti. Non potevo realizzare tutto ciò che avrei voluto, e i tempi di produzione erano troppo stretti per

permettermi di fare quello che preferivo. Ho dovuto semplificare gli oggetti e costruire ciò che potevo nel tempo a disposizione. In alcuni casi, ho persino riutilizzato elementi già esistenti. Ho usato letteralmente di tutto: pongo, cotone, carta, giocattoli, vetro, plastica, tessuto, sabbia, pietre, vernice e persino la mia mano.

Il videoclip racconta una sorta di viaggio visivo che si intreccia con il testo della canzone. Come avete interpretato questa narrazione attraverso il vostro lavoro grafico e animato?

Filippo Rossi (regista): La mia parte qui è quella forse più facile: il mio ruolo è stato di trasformare le parole in immagini, e poi passare la palla a tre fuoriclasse che a quelle immagini hanno dato corpo. L’idea di andare a inseguire il testo all’inizio ci sembrava un po’ scontata, e un po’ troppo difficile da rendere, ma cominciando a immaginare mi sono reso conto che c’era un milione di modi di poter andare a costruire, e decostruire, le immagini che Giorgio aveva messo in musica e parole.

Simone Brillarelli (artista): Devo dire, che il lavoro preliminare di sezionamento del testo e restituzione in script e storyboard di Galattico è stato di grande aiuto, inoltre ha fatto si, che mi potessi concentrare più sulla parte visiva che sulla storia. Il mio lavoro è molto crudo, direi tagliato con l’accetta. Amo gli errori e non li considero nemmeno come tali, fanno parte del processo e del progetto. Lavorando frame by frame non cancello mai un disegno, al massimo ci passo sopra lasciando intravedere quello che c’è sotto. É un lavoro fatto di stratificazione di segni, di oggetti presi dalla realtà, rubati da internet, reinterpretati, rimescolati e messi in una nuova sequenza per dare vita a un nuovo significato, in questo caso per accompagnare e enfatizzare le parole del testo, così apparentemente dolci ma in realtà abrasive.

Il video ha un forte impatto onirico, quasi ipnotico. Quali riferimenti visivi o cinematografici sono stati d’ispirazione nella costruzione di questa dimensione surreale?

Filippo Rossi (regista): Quando mi è arrivata la chiamata per il video ero in Thailandia; erano le prime vacanze che facevo dopo un sacco di tempo e mi ero promesso di non pensare al lavoro, e di cominciare a lavorarci al rientro. Ovviamente non ci sono riuscito e quasi tutto il video l’ho scritto su una specie di aliscafo nell’oceano Indiano, con gli spruzzi d’acqua addosso e gli auricolari che combattevano con il rumore fortissimo dei motori. Questo per dire che non sono tanto i riferimenti quanto una specie di stato di trance di due ore ad aver spianato la strada del surreale. Poi certo, a posteriori riconosco che da qualche parte nel processo esce sicuramente l’influenza dei mostri sacri dell’animazione e della tecnica mista: Švankmajer, Len Lye, McLaren, Sistiaga, Sahakyants… però mentirei se dicessi che in barca stavo pensando a loro, ecco.

L’alternanza tra illustrazione, stop motion e animazione digitale crea un effetto straniante e affascinante. Quali sono state le principali sfide tecniche e creative nel realizzare queste animazioni? E come è stato adattato il proprio tratto artistico alla fluidità del racconto visivo del videoclip?

Filippo Rossi (regista): Sia da un punto di vista tecnico che creativo, la sfida più grande era creare un linguaggio coerente, che fosse parte della narrazione e che fosse omogeneo rispetto alla fluidità che cercavamo. L’altra sfida enorme era fare tutto in due settimane, dal momento in cui siamo entrati in produzione alla consegna del video finito: sembra tanto, ma in realtà è pochissimo, specie sapendo che ognuno di noi aveva altri progetti da seguire nello stesso periodo.

Ora farò un po’ di nomi, perché è importantissimo capire che le sfide non si risolvono mai da soli. Quando mi sembrava che nella mia testa le cose cominciassero ad essere a fuoco ho chiamato Gian Luca, un amico regista e storyboard artist, che insieme a studio Ozono ha trasformato le descrizioni in vignette in tempi record, poi quello storyboard lo abbiamo montato sul brano e da lì abbiamo iniziato il lavoro di rimpallo di idee, disegni e animazioni con Dario, Lorenzo e Simone da una parte, Leo in Galattico con cui abbiamo costruito le transizioni e dato uniformità al prodotto finito, tutto coordinato da Giulia che ha fatto da ponte tra deadline, idee, mail, comunicazioni e file da consegnare.

Lorenzo Mercanti (artista): Ogni mano ha sempre qualcosa che la rende riconoscibile nel tratto e nel modo di approcciare la scena. Sicuramente lavorare a più mani ha influenzato il modo in cui abbiamo lavorato, sapevamo di dover rientrare in un racconto collettivo, senza esagerare con stranezze stilistiche. Nonostante questo l’approccio alle immagini è stato molto libero e quello che ha davvero reso fluido il racconto visivo è stato un’ottima pianificazione dei movimenti alla base.

Il videoclip è ricco di simboli e immagini evocative: c’è un elemento visivo o una scena a cui siete particolarmente legati e perché?

Filippo Rossi (regista): In realtà fatico a trovarne una nello specifico, mi piace guardare a posteriori come le scene si sono evolute dal primo pensiero alla forma finale. Io tendo a non affezionarmi troppo a un’immagine, ma legarmi di più a un racconto, poi tante cose prendono da sole la forma che gli occorre: quell’herpes che diventa una coccinella l’ha proposta Lorenzo, dove invece sullo storyboard avevo messo un’ape che esce dall’herpes, una scena grottesca, alla Cronenberg, che invece è atterrata su un’immagine molto più leggera. O l’idea che un corpo che conta per cercare di dormire si trasformasse in numeri: l’avevo chiara come concetto ma temevo che sarebbe stata difficile da rendere comprensibile, mentre Simone l’ha risolta con una semplicità e una chiarezza eccezionali.

Lorenzo Mercanti (artista): I tantissimi elementi visivi che mi sono più piaciuti sono proprio gli insetti! Se nell’idea iniziale erano già moltissimi, io personalmente ho deciso di renderli ancora più presenti e diversi. Realizzando tantissime diverse specie, forme e colori, e addirittura sovrapponendo per un attimo il disegno di un insetto al volto riflesso nello specchio. Se poi devo sceglierne uno nello specifico, le mie preferite saranno sempre quelle api in volo.

Gli insetti nel videoclip sono creature mutanti, che si fondono con altri elementi della narrazione. Cosa vi ha guidato nella creazione di queste metamorfosi visive?

Filippo Rossi (regista): Siamo tutti creature mutanti, è la chiave dell’evoluzione, sia dentro che fuori dalla metafora. Ci sono due milioni di specie di insetti, chissà in quanti modi ancora possono mutare!

L’uso del colore cambia continuamente nel corso del video. Come avete lavorato alla palette cromatica per enfatizzare il ritmo del brano e l’atmosfera generale?

Filippo Rossi (regista): Ho chiesto aiuto a Selene Sanua, art director e mia partner in crime in Galattico, con cui lavoriamo spesso a quattro mani sui progetti e che a differenza mia ha una formazione da progettista grafica, invece che filmica. Abbiamo preparato una palette ampia, quasi una ventina di colori, che abbiamo pensato equilibrando chiari-scuri, caldi-freddi, accesi-spenti, e concentrandoci sulle cromie che sapevamo sarebbero servite di più: gli incarnati, i cieli… Così facendo anche su tecniche diverse le cromie sono rimaste coerenti, o almeno così è parso a noi.

Simone Brillarelli (artista): La palette cromatica è stata definita a priori dal regista. Io ho cercato di usare sempre pochi colori insieme, in modo da creare delle immagini molto grafiche dove i pieni e i vuoti avessero la stessa importanza. Di base ho utilizzato i colori reali, un ramo verde, un corpo rosa, in modo che, nonostante le figure siano descritte da semplici pennellate, si riconoscesse l’oggetto in campo. L’unico “trick”, per enfatizzare il ritmo, è quello di usare colori chiari come sfondo, quando la musica raggiunge i suoi picchi e al contrario, utilizzare background più scuri quando l’intensità scende.

Il videoclip si chiude in un ciclo in cui le immagini tornano al punto di partenza. Quanto è stato importante il rapporto tra la struttura visiva e quella musicale?

Filippo Rossi (regista): Ci casco sempre. Questa cosa della narrazione circolare, o comunque di elementi che ritornano ciclicamente al punto di partenza è un tropo che affiora anche quando cerco di allontanarlo. Né l’inizio né la fine del video erano stati inizialmente pensati così, ma man mano che prendeva forma è venuto da sé. È un ciclo strano però, per quanto degli elementi ritornino, finisce tutto nel nero. È stato Giorgio a chiedermi di finire in dissolvenza, accompagnando quello che succede nel musicale: per me è sempre una scelta innaturale perché non chiude davvero. Spegne lentamente la luce, ma chissà cosa continua a succedere. Che in questo caso è un bel interrogativo, chissà quante altre cose possono succedere in questo fluido mondo strano anche dopo che abbiamo smesso di guardare.

Uomini contro insetti: un racconto di metamorfosi visive e umane