La Biennale di Venezia è uno dei più importanti e antichi enti culturali del mondo, con attività che spaziano dall’arte contemporanea al cinema, dalla musica al teatro, fino alla danza. La sezione Biennale Danza – ufficialmente Festival Internazionale di Danza Contemporanea – è dedicata alla sperimentazione coreografica e alle nuove visioni del movimento, ospitando ogni anno coreografi, performer e compagnie da tutto il mondo.
Tra i riconoscimenti più prestigiosi conferiti dalla Biennale, ci sono il Leone d’Oro alla carriera, che premia un’artista o una compagnia per il contributo fondamentale allo sviluppo della danza, e il Leone d’Argento, destinato a figure emergenti o a metà carriera che si siano distinte per originalità, ricerca e impatto sulla scena internazionale.
L’edizione 2025 celebra due artiste agli antipodi per generazione e percorso, ma accomunate da una radicale libertà creativa: Twyla Tharp, pioniera americana della danza postmoderna e vincitrice del Leone d’Oro alla carriera, e Carolina Bianchi, regista e performer brasiliana Leone d’Argento per la sua ricerca teatrale potente e politica.
Sessant’anni dopo aver fondato la sua compagnia, la Twyla Tharp Dance, l’artista americana arriva alla Biennale Danza con un dittico che è sintesi della sua carriera. Slacktide (2024), la novità, e Diabelli (1998), caposaldo del repertorio, compongono una serata di celebrazione e autoritratto.


Dall’esordio Dancing in the Streets of London and Paris, continued in Stockholm, and sometimes Madrid del 1965, piccola composizione dadaista che conteneva l’eclettismo stilistico e la teatralità informale della coreografa, la carriera di Twyla Tharp ha mappato una traiettoria fuori dai canoni del tempo. Dopo essersi laureata alla Barnard College nel 1963, ha prodotto oltre 160 opere: tra cui 129 coreografie, film di Hollywood (White Nights), quattro musical di Broadway, collaborazioni con compagnie internazionali, tra cui Paris Opéra, American Ballet Theatre e la Martha Graham Dance Company.
Tharp ha vinto un Tony Award, due Emmy, il Kennedy Center Honor, la National Medal of the Arts. È membro delle principali accademie artistiche americane, ha ricevuto il MacArthur Fellowship e diciannove lauree honoris causa.


Ma la sua vera consacrazione non è istituzionale ma disciplinata e coreografica. In un lessico che unisce jazz, balletto, boxe, invenzione. Un movimento che sembra quotidiano ma è infinitamente cesellato. Una danza studiata rigorosamente.
Nel suo libro Push Comes to Shove, la coreografa Twyla Tharp disegna un autoritratto feroce e lucido, dove il corpo non è mai solo strumento performativo ma archivio, disciplina, metodo di pensiero. Danzare, come racconta nel suo mémoire Tharp, non è cercare l’ispirazione ma allenarsi ogni giorno, racconta della sveglia alle 5:30 del mattino, del dover ripetere gesti, osservare il mondo, del saper codificare l’energia e la forma. La sua visione della creatività è ferocemente concreta: “La mia giornata creativa comincia con la disciplina, non con l’ispirazione”. È in questa forma di rigore che la danza si apre a possibilità inattese. Tipico atteggiamento delle sperimentazioni di autodisciplina degli anni settanta.
Uno degli esempi di questa tensione tra rigore e libertà è la collaborazione con Mikhail Baryshnikov, per la creazione dell’iconica Push Comes to Shove (1976). Tharp sposta il lavoro del ballerino classico dalla grazia eterea dell’accademia alla frizione ironica del gesto quotidiano, costruendo un corpo ibrido, che si muove tra Broadway, slapstick, jazz e minimalismo. È lì che la danza si fa linguaggio vivo, corpo contaminato, narrazione postmoderna.

Nel raccontare le sue esperienze fuori dalla sala prove, come il lavoro sul set del film Hair di Milos Forman, Tharp sottolinea la distanza tra la logica frammentaria del cinema e la sua pratica coreografica: “Nel mio mondo, il corpo sbaglia e impara. In quello del cinema, si sbaglia e si taglia.” Anche qui, il corpo è al centro: luogo di errore, apprendimento, trasformazione.
Tharp fonda la sua compagnia negli anni ’60 con risorse minime. Dorme per settimane nella sala prove, monta luci, cuce costumi, prova sequenze. È una danza artigiana, dove ogni gesto è costruzione e ogni costruzione è gesto. In un episodio fulminante, racconta di essere bloccata in un aeroporto e di iniziare a coreografare mentalmente osservando il flusso dei passeggeri: i loro corpi, nel quotidiano, diventano materia danzabile. Non serve uno studio. Serve uno sguardo allenato alla forma del mondo.
In Push Comes to Shove, il corpo non è solo mezzo per dire: è ciò che dice. È ciò che ricorda, che elabora, che costruisce una visione. Tharp ci insegna che l’autorialità si esercita nella pratica quotidiana, nella tenacia del fare. E che la danza – come la scrittura, come l’arte – è una forma alta di attenzione al tempo, alla fatica, alla presenza.


Nel dittico presentato alla Biennale, la tensione tra rigore e libertà si articola su due poli musicali: Ludwig van Beethoven e Philip Glass. Apparentemente inconciliabili trovano, nelle mani di Tharp, un punto d’incontro – o meglio, una coreografia comune. Come la stessa Tharp, essi decostruiscono le forme e le riassemblano.
In Diabelli, costruito sulle 33 Variazioni per pianoforte di Beethoven (1830), Tharp si misura con una delle sfide più astratte e potenti del repertorio classico. Il tema – un valzer semplice di Anton Diabelli – è preso alla lettera, esplorato variazione per variazione in una sequenza che attraversa registri diversissimi: il comico, il drammatico, il tecnico, il grottesco.

La coreografia, anch’essa a variazioni, è una costruzione architettonica, uno specchio per il corpo del pianista e dei danzatori. A tratti, risente di una struttura formale che oggi può apparire datata, ma che rivela l’abilità con cui Tharp manipola il vocabolario della danza accademica e lo scardina.
Slacktide, composta su Aguas da Amazonia di Philip Glass – dieci movimenti ispirati ad altrettanti fiumi dell’Amazzonia – mette in scena il momento in cui le maree si incontrano e si annullano, generando una sospensione rarefatta che in italiano si chiama acqua stanca.

Ed è questo il cuore della coreografia: un passaggio cruciale in cui tutto si ferma, il tempo si allenta, il corpo sembra fluttuare in un vuoto carico di tensione. Circa trenta secondi di pausa, il respiro trattenuto, l’apnea. L’esecuzione dal vivo del Third Coast Percussion, con un set di strumenti ideato appositamente per l’opera, rende la musica di Glass più incisiva e vibrante. La partitura visiva e drammaturgica rendono Slacktide speciale: i fondali minimalisti, tinte piatte e selezionate con cura, diventano scenografie cromatiche che esaltano i costumi quotidiani ed essenziali dei danzatori. Le luci – vere architetture drammaturgiche – scolpiscono lo spazio con precisione chirurgica. E il movimento, limpido e stratificato, trascina con sé: fluido, seducente, ipnotico. A differenza del Diabelli, che a tratti mostra i segni del tempo, Slacktide vibra di contemporaneità nonostante il suo essere sperimentazione d’avanguardia. In quella sospensione – dove tutto tace e tutto è in potenza – si sente l’arte di Twyla Tharp, in cui, come afferma lei stessa, la coreografia non è altro che un mezzo per arrivare a quell’istante, il movimento che produce la sua stessa assenza.


Sessant’anni dopo quel primo gesto danzante nei marciapiedi immaginari di Londra, Parigi e Madrid, Tharp continua a costruire – e a decostruire.
Slacktide + Diabelli non è solo un programma celebrativo, ma una dichiarazione d’intenti. Un manifesto di coerenza e trasformazione. Un modo per dire che la danza, per restare viva, deve accettare l’ambiguità, l’errore, l’ibrido.
Tharp non ha mai creduto nei confini. Ha lavorato con David Byrne, Billy Joel, Bob Dylan, Frank Sinatra. Ha portato la danza contemporanea a Broadway e nei film, in televisione e nelle accademie. Ma soprattutto, ha mostrato che tutto – la strada, la musica colta, il pop, la boxe, il valzer – può entrare in una coreografia. Che tutto può danzare, se si ha il coraggio di farlo muovere. E lei, a ottantatré anni, continua a farlo.