Abbiamo avuto il piacere di intervistare Guinevere, una delle voci più promettenti della scena musicale contemporanea. Con un sound che spazia tra indie, elettronica e atmosfere sognanti, Guinevere ha saputo conquistare il pubblico con la sua autenticità e profondità emotiva. Il suo ultimo album, To All The Lost Souls, è un viaggio introspettivo che esplora temi di solitudine, speranza e guarigione, un invito a tutti coloro che si sono persi nel tumulto della vita a trovare la propria strada. Ogni traccia dell’album è un riflesso di emozioni universali, con un mix unico di melodie evocative e testi che colpiscono il cuore.
In questa intervista, parleremo non solo del suo percorso musicale e delle ispirazioni che l’hanno portata alla realizzazione di To All The Lost Souls, ma anche delle particolarità che rendono il suo stile così distintivo. Una chiacchierata per scoprire da vicino la sua visione artistica e le esperienze che hanno plasmato la sua musica.
Benvenuta, Guinevere! Cominciamo.
Iniziamo dalla tua ultima uscita, sembra quasi un ossimoro: Il nuovo album “To All The Lost Souls”. Chi sono per te le anime perse a cui dedichi il tuo album?
Ho scritto questo disco in un momento in cui stavo malissimo, in cui tutto si stava frantumando e anche le persone vicino a me si stavano sgretolando. Vedevo attorno un mondo frantumarsi e così sono nate queste canzoni, questi 15 brani, proprio in questo momento qui. Penso che To All The Lost Souls si riferisca infatti a loro, alla me di quegli anni, ma anche tutta una serie di anime che io non conosco, ma che si possono sentire rappresentate dai temi di questo disco. Persone che possono avere bisogno di sentirsi meno sole o di sentirsi accolte e capite da chi, come loro, ha vissuto tantissimo dolore.
L’album affronta temi molto profondi. Non un album da amore, propriamente inteso, ma parla di paure quasi come se fosse una catarsi dal male. In particolare, in “Generational Fear” si percepisce il bisogno di mettere a tacere e di evadere da pensieri opprimenti. Quali sono le più grandi paure che, secondo te, stanno affrontando le nuove generazioni?
Penso che una delle più grandi paure sia quella di non esistere più, che si stia palesando in modo forse più determinante rispetto ad altri periodi passati, proprio perché siamo di fronte a un mondo che vediamo distruggersi a causa delle nostre azioni e delle nostre scelte. Come la paura di oppressione della mia generazione, al punto di non poter parlare più o esprimere una propria opinione. Una paura generalizzata di star andando verso un mondo sempre più dittatoriale, sempre più incline alla censura. Questa forse è una delle cose più violente che la nostra società può infliggere agli esseri umani che la vivono.
Ascoltare questo album, e in particolare leggerne i testi, sembra quasi come leggere le pagine di un diario. Un diario non giudica e quindi ci si lascia completamente andare e del tutto scoperti. Qual è il tuo approccio con la scrittura dei brani?
È un approccio sempre diverso; non utilizzo una metodologia precisa per la scrittura dei brani: spesso mi arriva una melodia, la seguo e apro casualmente le pagine del mio diario dove trovo scritta una poesia che avevo magari appuntato mesi prima. Le due cose fioriscono poi insieme e nasce così una canzone. Altre volte, invece, avviene il contrario.
È un processo che lascio molto libero, come arriva, anche perché penso che all’interno della creazione musicale scrivere sia la parte forse più entusiasmante e divertente. Preferisco quindi non opprimerla dandole delle scatolette in cui esistere.
Quali elementi distinguono “To All The Lost Souls” da “Running In Circles”, in tuo EP di esordio?
Sicuramente tra due pezzi penso ci sia stata un’evoluzione. Sia come essere umano che come artista. Banalmente avevo consapevolezza di molti più termini per potermi esprimere con i musicisti, con i produttori e con l’arrangiatore. C’è stata anche un’evoluzione in termini di direzione che questo disco voleva avere, che è molto più definita. Rappresenta un periodo della mia vita molto più circoscritto con un messaggio più chiaro. Penso da questa evoluzione sia nata anche una maturità che si percepisce di più in To All The Lost Souls rispetto a Running in Circles.
Come descriveresti la scena attuale dell’industria musicale per una giovane donna? Quali sono i principali ostacoli e le più grandi soddisfazioni che hai trovato fin ora?
Sicuramente l’industria musicale per le donne continua a non essere semplice; continua ad esserci una forte disparità tra i generi e un certo tipo di atteggiamento tossico nei confronti del mondo musicale femminile.
Io l’ho notato moltissimo nel mio percorso. Ho notato che quando in una sala di registrazione c’è una maggioranza di donne il clima è forse più rispettoso, mentre al contrario, subito si sente cambiare qualcosa, come fossimo meno meritevoli di ascolto e più soggette a giudizio. Penso che noi donne comunque, con il tempo, abbiamo imparato ad affrontare la cosa, tenendo a fuoco il nostro obiettivo al di là di tutti questi comportamenti.
Allo stesso tempo, penso comunque che si stiano aprendo moltissime possibilità di espressione per le donne nella musica. Questo lo riconosco e sono molto felice. Ma penso ci sia ancora moltissima strada da fare.
Cosa potrebbero fare artisti e ascoltatori/spettatori insieme per cambiare l’approccio alla musica che diventa sempre più “industria” (accezione orribile, lo so)?
Penso che gli artisti potrebbero parlarsi di più. Potremmo fare come Gesù, moltiplicare il pane per tutti, unirci insieme, parlarne e creare veramente una forte connessione tra di noi: creare un movimento per cambiare qualcosa unendo le forze. Invece sento una forte separazione e un grande giudizio tra gli artisti. Un altro grande problema penso sia nella comunicazione tra gli artisti e gli addetti ai lavori, rendendo ancora più difficili le cose. Cose che si potrebbero cambiare e fare quindi ce ne sarebbero moltissime.
Agli ascoltatori penso che sarebbe carino spiegare come funziona la musica dalla parte di chi la fa; c’è un sacco di ignoranza sotto questo punto di vista. Penso comunque che il problema sia la forte evoluzione tecnologica che è andata velocissima negli ultimi anni. Forse non abbiamo ancora capito come adattarci? I guadagni non vengono più dai dischi come negli anni ‘80 ma da altro, ma dobbiamo ancora capire che cos’è “questo altro”…c’è tantissima roba da fare, ma credo che in sintesi la cosa che mi sento che manchi e che è assolutamente necessaria è unirsi e parlarsi.