Il 5 e 6 maggio 2026, in occasione dell’apertura della Biennale Arte 2026, le Galeazze dell’Arsenale Nord di Venezia ospitano The Galeazze Project, una performance site-specific a cura di Edoardo Lazzari nata in dialogo con l’architettura imponente delle Galeazze, antichi spazi dell’Arsenale veneziano destinati alla costruzione navale, trasformati per l’occasione in un ambiente performativo.
La presenza di un sottomarino gigantesco, visibile sin dall’inizio della performance, mette in tensione la memoria storica del luogo – dove tra Cinquecento e Seicento la Serenissima costruiva le proprie navi da guerra – con la sua funzione militare contemporanea, rendendo visibile, e inevitabilmente discutibile, la continuità della militarizzazione dello spazio. Ancora di più in giorni in cui anche la Biennale è attraversata da tensioni legate a guerra, occupazione e genocidio. Eppure, proprio dentro questa contraddizione, resta forte il desiderio che luoghi come questo possano riattivarsi attraverso l’arte e la cultura, trasformandosi in spazi di immaginazione condivisa.


Il foglio di sala della performance The Galeazze Project richiama la figura del còdega, il portatore di luce che nella tradizione veneziana guidava i corpi nella notte. Anche la performance si colloca in una soglia, in una transizione tra giorno e notte: durante il tramonto, un occhio di bue orienta lo sguardo del pubblico verso ciò che deve essere visto – i performer. Ma mostrare significa sempre anche produrre un margine, un’esclusione. “Mostrare” e “mostro” condividono la stessa radice: monstrum. Il prodigio che appare, ma anche l’avvertimento. Nell’improvvisazione, linguaggio compositivo centrale del lavoro, il mostrarsi conserva qualcosa di rischioso: esporre il corpo significa consegnarlo allo sguardo. Ma chi guarda davvero Venezia nei giorni della pre-apertura? Quale pubblico attraversa questi spazi? E come si attivano i corpi dei performer in relazione a quello sguardo?
È un martedì 5 maggio uggioso. All’arrivo ci accoglie lo spazio gigantesco delle Galeazze e un buffet vernissage. Poi il ritmo cambia: la performance inizia all’esterno.


Faustin Linyekula, il coreografo, è posizionato alla fine del molo. Il pubblico si dispone a ferro di cavallo intorno a lui mentre, rivolto verso l’acqua della laguna che separa le Galeazze dall’Arsenale della Biennale, intona un canto a cappella deciso e malinconico. Un urlo verso chi? Un’invocazione per chi? L’acqua entra nei silenzi del canto e l’eco sembra propagarsi in tutta la laguna.
Linyekula risale poi lentamente il molo, raggiungendo il suono che arriva alle nostre spalle: la tromba di Heru Shabaka-Ra. Si crea un concerto inatteso in cui il protagonista, a un certo punto, sembra un uccello tra i tetti, risponde alla tromba con un canto improvviso. Il pubblico si volta, l’attenzione si sposta, e l’atmosfera diventa quasi magica. È uno di quei momenti in cui lo spessore della vita sembra accordarsi perfettamente con un bioritmo artistico.


Intorno riconosco facce amiche, persone che appartengono a una comunità – quella artistica veneziana, universitaria e non solo. Ma viene anche da chiedersi quanto questa comunità esista davvero, o se non sia invece fragile ed effimera come la performance stessa: un legame temporaneo, che appare e scompare senza lasciare attrito.
La parte più intensa del lavoro è forse lo scivolare poetico dei corpi sulla sabbia. C’è chi si trascina, chi tenta di risalire, chi prova a trattenersi: ma alla fine tutti scivolano verso il basso, come risucchiati da un mare di terra. Una caduta lenta dentro una realtà aperta, condivisa anche dal pubblico. Un trascinarsi che sembra parlare del nulla e della vulnerabilità degli esseri umani, del momento in cui si scende dal piedistallo – dalla montagna di sabbia o di terra bagnata – e si torna a una dimensione comune e fragile.
Tutti i sensi vengono coinvolti in un sistema estetico e formale molto preciso, dove nessun elemento sovrasta l’altro e ogni performer diventa protagonista per un istante. Le bocche semiaperte, gli sguardi sospesi, la concentrazione quasi ipnotica dei performer restituiscono la sensazione di un’improvvisazione continuamente sul punto di rompersi.
Cinque momenti scandiscono il tempo della performance:
- l’inizio, con il canto di Linyekula e la tromba di Shabaka-Ra;
- i performer sulle montagne di sabbia;
- il cerchio;
- l’arrivo della musica;
- il finale rituale costruito attraverso il light design.


Ci sono però anche elementi che interrompono o dissacrano questa aura rituale: le Vibram ai piedi del trombettista, per esempio, oppure il camion trasformato in palco per il violoncello. Dettagli che riportano continuamente la performance a una dimensione concreta, materiale. I suoni insistono sulla ripetizione, come dentro un training di teatro fisico; a tratti il ritmo sembra disperdersi, per poi tornare improvvisamente con forza. Anche la processione del pubblico, guidata dagli addetti alla sicurezza, ricorda certe processioni di paese, dove i vigili regolano il flusso delle persone e i movimenti collettivi.
La performance termina sul freschìn del molo, lasciando i sensi sospesi e la razionalità momentaneamente annullata.


La performance è prodotta da Scuola Piccola Zattere e Studios Kabako, con la partecipazione di Cosmogram.
Faustin Linyekula è un danzatore, coreografo e regista con base a Kisangani, nella Repubblica Democratica del Congo. Dopo una formazione tra teatro e letteratura, ha lavorato tra Nairobi e Kinshasa, dove nel 2001 ha fondato Studios Kabako, centro di ricerca e produzione per le arti performative. Ha creato oltre quindici spettacoli presentati in festival e istituzioni internazionali, collaborando con teatri e musei come il Museum of Modern Art e il Mucem. Il suo lavoro intreccia danza, memoria e storia postcoloniale, mantenendo un forte radicamento nella scena artistica congolese e nella formazione di giovani artisti.Fuori dalla Biennale, The Galeazze Project apre soprattutto una riflessione sul dialogo tra architettura e corpo, su come i corpi possano abitare uno spazio e, attraversandolo, trasformarlo temporaneamente in esperienza condivisa.
THE GALEAZZE PROJECT
Performance di Faustin Linyekula
A cura di Edoardo Lazzari
In collaborazione con Heru Shabaka-Ra
Interpreti
Marco Bertani, Davide Di Liberto, Gaia Ginevra Giorgi, Trevor Louw, Luca Maino, Bianca Martinelli, Tulls Primultini, Nuvola Ravera, Vittorio Tommasi e Denise Tosato
Live music
Simone Carraro, Sofia Pozdniakova, Gabriele Tai ed Emanuele Wiltsch Barberio
Executive production e technical direction
Cosimo Ferrigolo
Spatial design
Dirk Bell, Cosimo Ferrigolo
Luci
Andrea Sanson
Suono
Giulio Polloniato
Foto
Giacomo Bianco, Riccardo Banfi
Video
Kinonauts, Marco Lombardini