Nato come terzo spazio fisico gestito da zolforosso — collettivo artistico attivo tra Venezia e Mestre — terzospazio è anche un riferimento diretto al “terzo paesaggio” di Gilles Clément: uno spazio in divenire, sospeso tra pubblico e privato, istituzionale e informale, pensato per accogliere pratiche artistiche in transizione. Attivo dal 2021 e stabilmente avviato nel 2022, terzospazio si configura come un luogo di creazione fluida, un laboratorio aperto dove il processo ha più valore del prodotto finito.

terzospazio, oltre ad essere il terzo spazio di zolforosso (studio di artist* di venezia), ha come riferimento il terzo paesaggio di Gilles Clement. In cosa consiste?

Sì, inizialmente c’era già sul piatto questa opzione tautologica di chiamarlo terzospazio, perché era nell’effettivo il terzospazio in gestione da zolforosso, dopo quello di Venezia, fondato nel 2017, e poi quello di Mestre nel 2020. Abbiamo vinto il bando di terzospazio nel 2019 ma è stato effettivamente iniziato ad essere utilizzato dall* artist* di zolforosso nel giugno 2021 in occasione dell’Art Night. Poi più consistentemente da gennaio 2022.

Questo “terzo” del nome aveva rimandato subito al Manifesto del Terzo Paesaggio di Gilles Clément per una serie di questioni. Uno, perché Gilles Clément parla di ecologia spontanea, di ecosistemi spontanei che nascono negli interstizi, o nelle crepe tra lo spazio pubblico e privato, come un pezzo di erba a metà tra due guardrail. Un qualcosa che nasce spontaneamente e che non è contemplato ma che si trova a metà, qualcosa di neanche legiferato, uno spazio sospeso.

In quel momento terzospazio per noi era questo, uno spazio che non avevamo ben chiaro se a livello burocratico potevamo iniziare ad usarlo. Eravamo in una sorta di limbo amministrativo-burocratico che si adattava bene con le premesse curatoriali dello spazio, cioè di non farlo diventare un classico spazio espositivo, standardizzato ma quanto più uno spazio in cui potesse germogliare qualcosa non del tutto finito, indefinito, in processo, in divenire e che le persone potessero riconoscere questo spazio di mezzo né declinato verso l’istituzionabilità o uno studio.

terzospazio riprende poi le istanze di zolforosso che, nel nome, aveva come riferimento l’alchimia e che si è sempre definito come un laboratorio, come un fuoco che continua a tenersi acceso. Lo stesso terzospazio viene immaginato così, come un luogo in cui non c’è un inizio e una fine ma un continuo susseguirsi di varie forme e discorsi in essere, di creare nel mentre si fa o si è, pubblicamente. Perché poi il momento pubblico non è la finalità ma è un’apertura di un passaggio in continuo.

Quale è stato il primo evento che ha ospitato?

Il primo non ufficiale, però già embrionale, era stato questo divertissement in cui durante l’Art night, la notte bianca dell’arte veneziana, avevamo deciso di ospitare le altre amiche, amici degli studi mestrini che non avevano uno spazio a Venezia, e quindi di portare la loro presenza a Venezia sull’isola con un evento temporaneo, un divertissement che avesse le sembianze di un grande tavolo post festa, rimasugli di quello che rimane ad una cena, di un convivio, di una comunità, di uno stare insieme ma non come la fine, quanto più una comunione. Tutte le opere dell* artist* si inserivano all’interno di questa tavola imbandita a metà tra il giocoso, il serioso, il cerimoniale. L’evento un po’ più ufficiale che ha dato il via allo spazio è stata la presentazione di una rivista, fanzine o prodotto editoriale. Una mostra cartacea dove avevamo raccolto tutte le produzioni artistiche di zolforosso con un contributo visivo di ogni artista e che quindi diventava un archivio di ciò che era stato fatto fino a quel momento. Questo evento ha aperto la strada a tutto il successivo programma di terzospazio curato inizialmente da Giulia MariaChiara Galliano e Martino De Vincenti.

Ovvero Dispensa?

Dopo la prima mostra è iniziata questa programmazione che si chiama Dispensa curata da Giulia MariaChiara Galiano e Martino De Vincenti. Nata con una collaborazione molto stretta con zolforosso, la programmazione è stata pensata per creare una sorta di dispositivo che facesse comprendere ed entrare di più la comunità, le persone, nelle pratiche dell* artist*. Dispensa si è sviluppata in un programma di residenze che duravano circa tre settimane l’una e in cui ogni artista era invitat* ad invitare altre persone da fuori Venezia o di Venezia con cui aveva piacere a collaborare. La residenza era già il dispositivo in sé principale. In alcuni momenti aprivamo lo spazio al pubblico invitando degli ospiti a far luce su alcuni aspetti delle pratiche, oppure semplicemente con l* artist* stess* che mettevano a disposizione le loro ricerche. È stato un qualcosa a cavallo tra una rassegna e una residenza in cui l’attenzione era data al formato stesso del display con cui mediare o con cui visualizzare il rapporto tra la comunità e la pratica dell* artist*.

Che cadenza aveva Dispensa?

Era circa ogni settimana. Ogni mese c’era una residenza con una pausa di una settimana e praticamente avevamo degli eventi o attività, ogni settimana.

Un ritmo molto serrato.

L’idea era quella di tenere lo spazio vivo, abitato e attraversato il più possibile dalla comunità intorno, con la voglia di ampliare le dinamiche e le logiche di visibilità dell’arte contemporanea rispetto alla sola visione e percezione concepite in modo classico. Abbiamo inoltre fatto tante derive all’interno della laguna, camminate piuttosto che collaborazioni di vario tipo ed è stato bello perché in totale saranno venut* circa 25 ospiti, oltre le 10 artist* ospitat* in residenza. Le residenze sono state sette in totale. Da settembre è arrivata Alessandra Luisa Cozzi con cui abbiamo continuato il programma fino alla sua conclusione nel dicembre 2023. Poi il gruppo è diventato io, Alessandra e Gabriele Longega e di lì in poi abbiamo attivato una serie di altri formati come rassegne o attraversamenti, cercando di mantenere appunto una linearità e una processualità piuttosto che fare sempre eventi spot. 

In questo caso abbiamo realizzato due formati: transiti, uno sull’animalità e un altro intitolato sortilegi. 

In queste occasioni abbiamo approfondito forse la dimensione più ambientale della curatela tenendo molto in considerazione la collaborazione con altre realtà del territorio. Siamo sempre quasi partit* dall’ospite, abbracciando quello che ci veniva dato. Abbiamo fatto poi una collaborazione con Angelica Racco che si chiama Grado Zero, un approfondimento sulle arti performative, una sorta di osservatorio sulle pratiche performative seguito da Alessandra Luisa Cozzi. E poi Atterraggi a luglio 2024 dove si è ri-attraversato lo spazio con un approccio legato al contesto, al suolo, al terrestre in senso latouriano, attraverso una riscrittura dello spazio, anche lagunare dentro terzospazio ma con delle derive più ambientali.

Riscrivendo il nuovo bando per terzospazio, e facendo un po’ di calcoli di numeri e nei due anni di Terzo sono stati coinvolt* tra ricercatori, ricercatrici, artisti, artisti e altri galleristi o persone invitate a lavorare con noi, circa 90 persone di 11 o 12 nazionalità diverse e con un gender gap quasi nullo, se non, cioè forse di 3% di differenza, quindi una media che si distingue di molto rispetto al panorama dell’arte contemporanea, dove invece di solito si c’è un forte sbilanciamento anche nella proposta delle persone che vengono coinvolte.

Secondo voi c’è uno stile o una poetica dietro alla curatela dello spazio, ha un’impronta specifica?

Secondo me sì, la terzità come volontà di aprirsi costantemente all’alterità e di non appiattire il discorso in generale, cercando di creare connessioni inaspettate per uscire anche da ogni forma di binarismo, di polarizzazione. Un’apertura costante all’alterità e una volontà di spazio che si continua a riscrivere facendo, diventando costantemente altro, aprendosi, aprendo la macchina espositiva a pratiche artistiche o sociali che sfuggono proprio dalle definizioni disciplinari. 

La terzità è proprio lo statement, una volontà di divenire terzo, è un movimento, cioè un moto continuo e perfetto sia di riscrittura dello spazio che di apertura, di ospitalità.

Poi, come avete detto, sin dall’apertura di terzospazio c’è stato un convivio, no? Il divertissement del banchetto, intrinseco al concetto di ospitalità..

Terzo era diventato una sorta di punto di ritrovo, dove le persone che venivano agli eventi venivano una volta, poi la seconda, poi la terza, poi dalla quarta magari iniziavano a sentirsi parte anche loro di Terzo, e la volta dopo iniziavano a proporre qualcosa o essere artist* coinvolt* oppure proponevano dei workshop. In qualche modo è come se questa macchina che poi prende in mezzo tutte le persone si sia autoalimentata e via.

Ritornando all’alchimia, poi, è come se si seguisse questo ciclo continuo del sole, della natura, della vita, della morte, Terzo va avanti seguendo sicuramente questa ecologia o cooperazione. Perché poi oggettivamente c’è da dire una cosa importantissima, siamo uno spazio no profit che va avanti grazie alla cooperazione e che la cooperazione ha un valore decisamente grande nel quale crediamo molto perché è una risorsa a tutti gli effetti con cui le cose si possono fare, un grandissimo motore. Questa attenzione per l’intorno diventa infatti una parte del processo curatoriale. Il fatto di essere a Venezia con tutte le sue particolarità, ci ha spinto a voler evitare il formato in cui prendi una mostra o un lavoro e la metti dentro uno spazio. C’è proprio questo accompagnamento molto contestualizzato, molto professionale che avviene attraverso lo scambio.

Osservando da dentro (e stando anche un po’ fuori) e avendo una panoramica un po’ complessiva di quello che è stato fatto finora a terzospazio, in che direzione, secondo voi, vanno le pratiche artistiche o il panorama che avete osservato? Quali sono le affinità? mi piace parlare di un’idea di direzionalità, dell’andare ancora oltre..

terzospazio si muove in un modo che è totalmente orizzontale, un movimento propagativo in cui anche noi diamo. C’è un dare e ricevere continuo, un imparare reciproco, osmotico. Quello che cambia, secondo noi, è che dobbiamo sempre muoverci cercando di spostarci dal ruolo dell’accademia, dell’università, delle istituzioni, delle gallerie commerciali, ecc.

terzospazio intercetta tutto quello che rimane fuori, o in qualche modo che non riesce ad essere sussunto o accorpato. Noi ci muoviamo in questa sfera anche di scarto, ma uno scarto generativo che in realtà non può essere assimilato perché non diventa identitario, non diventa qualcosa di schematico, di standard omologabile, che non diventa una serie. Noi prendiamo tutto questo che è l’eccedenza dove la diversità è la sua forza, incorruttibile, che non fa compromessi. Ospitiamo delle pratiche che ci risuonano in qualche modo e spesso sono molto diverse tra loro, dalle tecniche, discipline, però che operano sempre con questo movimento. Cerchiamo curatorialmente di avere una varietà di tematiche, di discipline però tenute saldamente insieme da un approccio e una metodologia curatoriale.

Si, sembra proprio che terzospazio abbia già a livello visivo un immaginario che evoca la melma della laguna, ma quali sono i vostri punti di riferimento? Tra ARTIST*/SCRITTOR*/CURATOR*/SPAZI?

Tra noi ci scambiamo tantissime cose a livello teorico che informano il nostro lavoro. A Terzo c’è sicuramente il divenire deleuziano come moto perpetuo di fuoriuscita, di deterritorializzazione e riterritorializzazione dell’arte in pratiche sempre diverse. Terzo ha la caratteristica di essere uno spazio che va oltre il privato e il pubblico perché non essendo gestito dallo stato e non essendo privato è un spazio comune, come scrivono in “Comune” Negri e Hardt, c’è la volontà di superare la dicotomia pubblico/privata e c’è il divenire un’altra cosa terza, ecco un’altra logica che va nella direzione di terzità.


Nella programmazione futura si parlerà ad esempio di fabulazione del minoritario, che è un concetto assolutamente deleuziano, anche questo. Vogliamo attraversare temi come la fabulazione del minore e la profanazione che è un discorso che riguarda sempre l’istituzione, un tema di Agamben interessante perché il filosofo parla della profanazione del gesto riportando al comune quello che era stato separato, diviso e reso sacro. Profanandolo si riporta al comune. Non vogliamo essere ideologici, nel senso che non siamo uno spazio di attivismo politico però abbiamo sicuramente delle direzioni posizionate. Cerchiamo di tenere forte a mente anche l’ambito in cui ci muoviamo cioè quello dell’arte, del sistema arte e di un mercato dell’arte, di un’educazione dell’arte che si muove in un sistema capitalista istituzionale, fascista, eccetera e vogliamo essere coerenti nel senso di essere politici ma anche critici nelle nostre contraddizioni.

L’idea di Terzo è sempre di non essere ideologici ma costantemente coscienti della propria capacità critica nel fare cultura, del cosa vuol dire fare cultura, cosa ci succede intorno, quali sono i compromessi che dobbiamo fare dando un grande rilievo all’aspetto del sapere attraverso la dialettica, quindi dello scambio il parlare che diventa contestativo con la possibilità di generare uno spazio di contestazione tramite appunto lo stare insieme. Potentissimo nella sua semplicità.

In dialogo con Giulia Mariachiara Galiano e Gabriele Longega

Tra margine e comunità: la pratica di terzospazio