C’è un attimo, prima del suono, in cui si sente solo il respiro: le mani pronte al battito, la gola in pausa, il compás che s’accende da dentro. Rosalía entra spesso così, spostando l’asse d’ascolto verso la voce, strumento ancestrale e poi deformandolo dentro un design sonoro ipermoderno. 

Si parte da un codice forte, il flamenco, e lo si usa come motore di trasformazione.

Nessuna cronaca di incroci però, stavolta; nessuna parabola della contaminazione tradizione-pop. Quello della popstar spagnola è un caso di studio: il caso di un metodo.

Dove comincia (davvero) la musica di Rosalía

La storia comincia lontano dai riflettori, a Sant Esteve Sesrovires, cintura di Barcellona.

Rosalía Vila Tobella – per tutti Rosalía – cresce tra i canti popolari e un’unica certezza: quella che la voce possa farsi strumento totale, capace cioè non solo di intonare, ma di dettare metrica, ritmo, arrangiamento, regia.

Si forma con rigore accademico all’ESMUC, lavorando sulla tecnica del cante jondo sotto l’ala del maestro José Miguel Vizcaya, detto “El Chiqui de la Línea”: anni di studio, disapprendimento e ricostruzione, per trasformare il timbro in architettura.

Il primo capitolo discografico si apre a Los Ángeles (2017), con Raül Refree. Una camera oscura in cui voce e chitarra dialogano attorno a un tema unico, la morte, e a una manciata di palos che diventano drammaturgia. Siamo davanti al manifesto di un’artigiana più che di una star: niente paillette per Rosalía.

La svolta arriva un anno dopo con El mal querer (2018), concept album costruito come romanzo in capitoli e ispirato al manoscritto medievale Flamenca. È la sua tesi di laurea trasformata in opera pop: palmas come drum machine, quejíosche fendono synth e bassi urbani, una visione visiva e sonora integrata. Il disco le vale l’Album of the Year ai Latin Grammy 2019 e, pochi mesi dopo, il GRAMMY come Best Latin Rock/Urban/Alternative Album: non solo conferme, ma il segnale che il suo laboratorio ha risonanza globale. 

Nel frattempo Rosalía esce dal recinto iberico e mette bandierine nell’urban internazionale: il dembow aerodinamico di “Con altura” con J Balvin macina record, “TKN” con Travis Scott affila la linea trap ispanofona, “La Fama” con The Weeknd porta la bachata nel prime time globale. 

Con Motomami (2022) il metodo raggiunge il picco: un album fratturato e lucidissimo, che alterna reggaeton, bachata e ballate minute, ridisegnando durata, forma e abitudini d’ascolto. È “ambizioso a prescindere dal genere”, scriveranno i GRAMMY, e ai Latin Grammy 2022 si prende ancora Album of the Year: la prova che l’avanguardia può camminare al centro della strada senza perdere edge. Nel 2023 arriva anche il GRAMMY per Best Latin Rock or Alternative Album. 

Gli anni recenti allargano il campo visivo: l’EP RR (2023) con Rauw Alejandro racconta un’intimità in tre atti (“Beso”, “Vampiros”, “Promesa”) mentre “LLYLM” gioca con il bilinguismo pop. In parallelo “Oral”, il singolo con Björk, canalizza la visibilità in attivismo ambientale: la musica come leva per una causa concreta. 

Innovazione e nuove traiettorie

E oggi? Oggi Rosalía opera ancora su più livelli. Nella musica, ha normalizzato l’idea che la tradizione sia una vera e propria toolbox: compás come metronomo interiore, palmas come percussione povera e precisissima, quejío come fonte timbrica, da innestare con pattern caraibici e bassi digitali. 

Nella forma-canzone, ha sdoganato il frammento funzionale: durate corte quando servono, ritornelli non obbligatori, hook che abitano anche il formato verticale senza esserne schiavi. E ancora sulla scena: pochi elementi, molto vuoto, coreografie come montaggio in tempo reale. 

All’orizzonte si intravede un nuovo ciclo: annunci, indizi, cantieri aperti. Ma il punto non è il “quando”, è il “come”: ogni uscita interroga la forma-canzone dall’interno, ne riassesta le proporzioni, ne prova l’elasticità.

È qui che si misura la sua forza: restare radicalmente spagnola e, al tempo stesso, radicalmente contemporanea; far passare il mondo attraverso un timbro senza perdere la nitidezza del segno. Si torna allora a quell’incipit, al respiro che apre lo spazio: lì la sua musica comincia e da lì si allarga — un lessico che oggi si sedimenta, un modo di pensare la canzone che dal codice diventa lingua comune.

Rosalía compie 33 anni: dal metodo alla rivoluzione pop, il flamenco sulla scena globale