Quando parte Deadbeat, non si entra semplicemente in un brano. Si entra in una stanza.
Una stanza illuminata da un bagliore elettronico, dove il suono vibra come polvere sospesa nell’aria. È il suono del nuovo Tame Impala, ma anche del vecchio Kevin Parker: quello che, ancora una volta, prova a conciliare due forze opposte: la perfezione del suono e la vulnerabilità umana che lo genera.
Cinque anni dopo The Slow Rush, Parker torna con un disco che porta nel titolo la chiave della sua metamorfosi: Deadbeat. “È una parola che per me significa accettazione,” ha raccontato. “Un modo per prendere qualcosa di cui ti vergogni e trasformarlo in identità. ‘Ehi, questo sono io. Un fottuto deadbeat’.”
Il laboratorio di un visionario di Tame Impala
Per chi ancora pensa a Tame Impala come a una band, vale la pena ricordarlo: è un progetto quasi interamente solista. Kevin Parker scrive, registra, produce e mixa da solo. In studio è un laboratorio sonoro abitato da un solo uomo e cento strumenti. Dal vivo, però, il progetto si trasforma in una vera band, con Dominic Simper, Jay Watson, Cam Avery e Julien Barbagallo a dargli corpo e respiro.
Negli ultimi dieci anni Parker è passato dall’essere un cult hero psichedelico di Perth a un produttore globale, collaborando con Lady Gaga, Travis Scott, Rihanna e Dua Lipa. Eppure, come ha scritto The Guardian, Deadbeat rivela un artista “più disilluso che mai, diviso tra il successo e la vita domestica”.
La malinconia, che da sempre abita la voce di Parker, qui diventa un personaggio a sé: c’è la nostalgia di un tempo più libero, ma anche la serenità di chi ha trovato un equilibrio precario tra studio, famiglia e ossessione creativa.
Tame Impala: un ritorno alle origini
Registrato in Western Australia, tra Fremantle e lo studio Wave House di Injidup, Deadbeat è profondamente legato al luogo da cui Parker proviene. Le dodici tracce navigano tra musica elettronica, dance e synth psichedelico, una combinazione che racconta tanto il presente quanto le radici del progetto.
Parker ha dichiarato di essersi ispirato alla scena dei bush doof, i rave nel cuore dell’Australia dove, tra alberi e sabbia rossa, il suono della cassa risuona nel buio come un battito tribale. È da quell’immaginario che nasce Ethereal Connection, brano cardine (traccia 6 di 12) del disco: otto minuti di techno pulsante e ipnotica, pensata per dissolvere il confine tra pista e coscienza. Un’esperienza che ricorda più un rito che un concerto, e che restituisce a Tame Impala quella sensazione di “psichedelia collettiva” con cui tutto era iniziato.
Il suono dell’imperfezione
Il disco si apre con My Old Ways: un piano incerto, quasi traballante, che si intreccia alla voce fragile di Parker. È un gesto simbolico, e un’apertura spiazzante: invece del perfezionismo che lo ha reso celebre, Parker strappa via la patina lucida di Currents (2015) e The Slow Rush (2020) e mostra l’artista da solo, in una stanza, circondato dai propri strumenti. Ritrovando nell’imperfezione il proprio principio creativo.
Quel pianoforte “sfocato”, registrato con il rumore dell’ambiente, ritorna più volte nel disco, come un filo conduttore. Non è un errore, ma una dichiarazione d’intenti. Parker stesso ha raccontato che non si considera un perfezionista, bensì un ossessivo: “Tutti pensano che sia un maniaco del controllo. In realtà mi interessa l’irregolarità. C’è gloria nelle cose imperfette.”
E questo è il cuore di Deadbeat: un disco che non nasconde più le cuciture, anzi le espone. I respiri fuori microfono, i click delle macchine, persino un “fuck!” esasperato che resta nel mix finale, sono parte della trama sonora. Rispetto agli album precedenti, nel quinto studio album e progetto Tame Impala, l’aspetto personale emerge con una chiarezza nuova, come se l’artista si concedesse di essere meno enigmatico e più reale.
Tame Impala tra pista e introspezione
Dopo un’apertura quasi domestica, Deadbeat prende il volo verso territori più danzanti. Loser, Dracula e Oblivion mescolano funk sintetico, bassi saturi e ritmiche da club berlinese. Il risultato è una miscela strana e accattivante: un album che balla, ma non dimentica di pensare. Ci sono momenti in cui Parker apre le porte al basso pulsante e al synth che taglia l’aria, ma il tutto è filtrato attraverso riverberi e saturazioni che distorcono la realtà, come in uno specchio liquido.
Nessuno cattura la pura euforia come Parker, ma stavolta la gioia è incrinata da consapevolezza: dietro ogni ritornello luminoso si intravede una crepa. Dracula, ibrido tra Giorgio Moroder e i Bee Gees, mette in scena l’ironia e la vulnerabilità dell’artista: un personaggio larger-than-life che si osserva dall’esterno, consapevole dei propri eccessi. Piece of Heaven, invece, abbandona ogni ironia e si apre a una tenerezza quasi disarmante, un amore che non promette perfezione ma verità.
Se al primo ascolto emerge l’imperfezione, quando si prova ad entrare dentro a Deadbeat, si percepisce un senso di distanze: Parker a tratti sembra suonare per se stesso, costruendo un mondo perfetto per l’orecchio, però meno “attraversabile” per lo spirito. Ma forse il punto non è entrare nella mente dell’artista ma lasciare che la musica ci trasporti dentro noi stessi.
Un artista che cresce
Negli anni, Kevin Parker è stato molte cose: il ragazzo psichedelico di Innerspeaker, il produttore maniacale di Currents, il visionario pop di The Slow Rush. Con Deadbeat, diventa un adulto che accetta la propria complessità.
Durante la lavorazione dell’album, Parker è diventato padre per la seconda volta, e ha raccontato di aver finito il mix di Dracula in ospedale, poche ore dopo la nascita del figlio. È un’immagine potente, che sintetizza la sua condizione attuale: artista e padre, ossessivo e fragile, immerso in un equilibrio instabile tra dedizione e caos quotidiano. È lì, in quella tensione, che Deadbeat trova la sua autenticità.
Deadbeat non cancella The Slow Rush, non cancella Currents. È piuttosto un capitolo che aggiunge: un invito a guardare avanti, a mettere un piede nel club senza lasciare il sogno psichedelico a casa. Per i fan di lunga data, è una prova: può piacere o disorientare. Per chi arriva ora, è un ingresso potente, affascinante, ma richiede attenzione. È un “nuovo passo” più che una rivoluzione totale: una scelta coraggiosa che rivela quanto Parker tenga sia all’evoluzione che all’identità.
Da ascoltare, dall’inizio alla fine
Deadbeat è un album da vivere tutto intero, senza interruzioni. Ma se si dovessero scegliere alcune tracce come porte d’ingresso, sarebbero My Old Ways (per capire dove inizia il viaggio), Ethereal Connection (per sentirlo esplodere), e Piece of Heaven (per vederlo atterrare con grazia). Sono tre momenti in cui la visione di Parker si rivela pienamente: l’intimo, il collettivo e il trascendente.
Un passo avanti, senza voltarsi
In un’epoca in cui la musica pop tende a inseguire formule, Deadbeat è un atto di fede nell’ispirazione. Non è perfetto e non vuole esserlo. È il suono di un artista che ha imparato a lasciare andare, a fidarsi del proprio istinto e a concedersi margine d’errore. “Ho smesso di inseguire l’idea del disco impeccabile,” dice Parker. “Ora mi interessa solo fare qualcosa che suoni vivo.” E in effetti Deadbeat suona vivo: pulsante, disordinato, vulnerabile. Il suo battito non è regolare, ma è sincero. E forse è proprio questo che rende Kevin Parker, ancora una volta, unico nel panorama musicale contemporaneo.