Celebre – e probabilmente apocrifa – è la battuta attribuita ad Elvis Costello “Writing about music is like dancing about architecture – it’s a really stupid thing to want to do”.
Fin dalle origini, la critica musicale si è articolata attorno ad un paradosso strutturale: come si può tradurre in parole un suono, un’emozione? Eppure, ogni opera attende la sua interpretazione: la critica non è un accessorio, ma il passaggio attraverso cui il suono si fa discorso, memoria, patrimonio collettivo.

Dalle origini al pensiero critico moderno

Riflessioni sulla musica hanno accompagnato l’intera Storia del pensiero occidentale – dai pitagorici ai trattati medievali e rinascimentali. Tuttavia, fino al XVIII secolo esse restano prevalentemente relegate a scopi tecnici o funzionali, legate all’uso liturgico, teatrale o coreutico della musica. 

È solo con la fine del Barocco e l’affermarsi della nozione di “musica da ascolto” che s’innesta il pensiero critico in senso moderno, radicato sul riconoscimento dell’autonomia estetica delle arti. L’Ottocento segna una svolta decisiva: l’espansione della stampa periodica borghese offre nuovi spazi alla recensione musicale, mentre la concezione romantica della musica come linguaggio spirituale e ineffabile richiede un apparato discorsivo capace di spiegarne il senso. Ecco che i critici diventano figure autorevoli, capaci di orientare sia il gusto del pubblico sia la ricezione delle opere.

Le classifiche diventano racconto: Billboard e NME

L’evoluzione di questa sensibilità è evidente nella scelta di Billboard di rinominare e riorganizzare le sue classifiche di vendita: è nel 1952 che  le chart, da semplice elenco di numeri, diventano un racconto – qualcosa che va spiegato ai lettori, interpretato. Ecco che l’idea che la musica non sia solo qualcosa da ascoltare, ma anche da leggere prende forma. 

Nello stesso anno, in Inghilterra, l’editore Maurice Kinn compra un piccolo tabloid, Musical & Accordion Press, e lo trasforma in New Musical Express (NME). È una mossa destinata a cambiare tutto: il nuovo giornale pubblica la prima classifica ufficiale britannica e inaugura un modo completamente diverso di parlare di musica. L’influenza di questo fenomeno è subito manifesta, determinando gli ordini di magazzino dei negozi e gli investimenti promozionali. Inoltre, l’interesse del pubblico cambia: non vuole solo sapere quali brani vendano di più, ma anche chi li canta, chi li scrive, chi li produce. È sul culto della persona che si basa l’esistenza della stampa musicale anche negli anni ’60, periodo di ascesa dei Beatles: la popolarità del gruppo attira i lettori, trasformando i tabloid inglesi in fenomeni di massa, targettizzati su un pubblico tanto ampio quanto generalista e non specializzato. 

La nascita della critica musicale rock: dagli USA degli anni ’60 a Rolling Stone

Mentre la stampa inglese allarga progressivamente il bacino da cui attingere ed aumenta le sue tirature, nell’USA degli anni Sessanta il fenomeno è estremamente circoscritto.

Il 1966 segna un momento di svolta con la nascita di Crawdaddy, la prima vera rivista di critica rock. È un progetto visionario, che tratta la musica non come semplice intrattenimento ma come linguaggio culturale, riflesso di un’intera generazione. A questa pionieristica pubblicazione faranno seguito Creem, Fusion e Cheetah: testate con orientamenti diversi ma unite da un’idea comune – la musica come stile di vita, come codice di una cultura “underground”. L’emergere di questo nuovo segmento della stampa musicale americana determina una frattura nel pubblico: da una parte l’ascoltatore rock, appartenente a un’élite culturale dotata delle competenze necessarie per decodificare e apprezzare la complessità del fenomeno nella sua globalità; dall’altro il consumatore pop, configurato come soggetto passivo il cui interesse si concentra esclusivamente sugli aspetti frivoli e spettacolarizzati del divismo musicale. 

Rolling Stone rappresenta l’emblema più significativo di questa “rivoluzione” epistemologica nel concepire l’approccio critico alla musica. Fondata a San Francisco nel novembre 1967 come pubblicazione quindicinale, la testata si afferma rapidamente come punto di riferimento per un target eterogeneo accomunato dall’interesse verso la nascente controcultura giovanile, di cui il rock costituisce il principale veicolo espressivo. È molto più di un magazine musicale: parla di politica, cinema, costume, società. Rolling Stone diventa la voce di una generazione, il suo diario e la sua bussola. Il suo contributo al panorama mediale, tuttavia, non si limita a questo. Infatti, la pubblicazione si distingue per essere stata tra le prime a riconoscere e analizzare criticamente le pressioni esercitabili dall’industria discografica: la stampa specializzata poteva trasformarsi in un efficace strumento promozionale – se orientata strategicamente. Ma con il successo arrivano anche i compromessi. A partire dagli anni Settanta, Rolling Stone subisce un processo di progressiva perdita di indipendenza editoriale, sempre più organicamente integrata nel sistema del music business, processo che successivamente coinvolgerà numerose altre pubblicazioni del settore.

Gli anni ’70 e ’80 in Italia: la critica musicale tra controcultura e mainstream

In Italia, il giornalismo musicale arriva tardi. Fino agli anni Settanta esistono solo esperimenti isolati, ma è in quel decennio che il settore si struttura davvero. Da un lato, nascono periodici specialistici e “politicamente” orientati come Muzak e Gong, che ambiscono a replicare l’approccio della pubblicistica controculturale americana; dall’altro, riviste come Ciao 2001 (risultato dalla trasformazione del magazine per adolescenti Ciao Amici) che mirano all’elaborazione di un formato editoriale meno tecnico e maggiormente rivolto a una fruizione diversificata. Tuttavia, è tra il finire degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta che si affermano i periodici fondamentali dell’editoria musicale italiana: Tutto (afferente al conglomerato editoriale Mondadori), Rockstar e Il Mucchio Selvaggio (quest’ultimo contraddistinto da posizioni editoriali particolarmente radicali, chiuso nel 2018). Nel corso degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta, la stampa musicale italiana mantiene sostanzialmente gli orientamenti definiti nei decenni precedenti, consolidando i propri modelli di riferimento senza significative innovazioni strutturali.

La rivoluzione digitale: la critica musicale entra nel web

La rivoluzione digitale segna l’ultima vera transizione dell’editoria specializzata. Michael Goldberg, ex-collaboratore di Rolling Stone, inaugura nel 1994 Addicted to Noise, prima piattaforma web interamente consacrata all’informazione musicale. I vantaggi del nuovo medium risultano evidenti: l’eliminazione dei costi tipografici permette la pubblicazione attraverso un semplice computer connesso alla rete, mentre la portata globale del web consente di raggiungere virtualmente lettori in ogni continente. Ma la vera innovazione risiede nella multimedialità: l’integrazione di elementi sonori e visivi al testo supera definitivamente i limiti della comunicazione cartacea tradizionale. Addicted to Noise segna un precedente storico pubblicando la prima recensione arricchita da campioni audio – dedicata a Broken Arrow di Neil Young. 

Negli anni successivi, nascono archivi che raccolgono articoli e dibattiti per costruire una memoria collettiva della critica musicale, come Rockcritics.com. Tuttavia, le criticità strutturali dell’editoria musicale online sono significative. La gratuità dei contenuti implica una dipendenza esclusiva dalla pubblicità per l’ammortamento dei costi – inizialmente scarsissima a causa della penetrazione limitata del medium. I periodici specializzati già affermati nel settore cartaceo – NME e Rolling Stone tra i primi – si lanciano rapidamente nella competizione digitale, sfruttando il capitale di credibilità precedentemente acquisito – iniziative che spesso si rivelano semplici trasposizioni meccaniche dell’edizione cartacea, carenti di contenuti e strategie editoriali originali specificamente sviluppate per web.

L’era dei social: la critica musicale si democratizza

Con il web 2.0 ed i social media, la pratica critica si democratizza ulteriormente: blog, forum e piattaforme come YouTube o TikTok permettono a una pluralità di voci di prendere parte al discorso critico, riducendo l’autorità delle riviste specializzate. La voce del critico professionista non scompare, ma si confonde in un coro di opinioni, meme, reaction, video-saggi e microcontenuti che moltiplicano i punti di vista e frammentano l’autorevolezza. Le playlist di Spotify, le recensioni di Pitchfork, i thread di Reddit o i video su TikTok fanno parte di un ecosistema fluido in cui le forme tradizionali di legittimazione si mescolano a logiche algoritmiche. Eppure, la funzione resta la stessa di sempre: dare senso alla musica, ordinarla e raccontarla. Le riviste continuano a nascere, spesso con vita breve ma intensa; i quotidiani generalisti dedicano sempre più spazio alla musica pop, anche in qualità di fenomeno sociale.

Certo, la dipendenza dall’industria discografica resta un nodo irrisolto. Già dagli anni Settanta, gli uffici stampa delle major controllano buona parte del flusso informativo – inviando comunicati, anticipazioni, anteprime – con il rischio di trasformare la critica in promozione. Ma il web ha cambiato gli equilibri, permettendo anche a comunità di fan e piccoli media indipendenti di diventare fonti alternative, capaci di scovare e condividere informazioni inedite.

La stampa musicale – cartacea o digitale, professionale o amatoriale – resta dunque un passaggio fondamentale: è il punto in cui il suono diventa discorso, e dove l’ascolto si trasforma in cultura. Non è solo un atto di giudizio, ma un modo di raccontare chi siamo.

Critica musicale: come è cambiato il racconto della musica