Piccolo, componente del collettivo bnkr44, è tornato alla dimensione solista con “Stellar-Boy”, un nuovo progetto uscito questo venerdì 5 dicembre. Un viaggio interstellare nell’universo interiore dell’artista, dalle sonorità bedroom rock, elettroniche, lo-fi e post-grunge riunite in un corpo coerente e stratificato. Nel 2021 aveva già pubblicato “Amaranto”, e questo nuovo lavoro prosegue in quella direzione presentandosi non solo come una semplice sequenza di brani. È un disco che sembra fatto per creare un vero e proprio spazio emotivo estremamente intimo, una casa fatta di luci basse, texture sfilacciate, melodie che sembrano uscire direttamente da un ricordo che non si vuole perdere del tutto. Un universo raccolto, quasi onirico e denso di immagini.


Già l’apertura con “Spaventapasseri [intro]” introduce ad un mondo in bilico tra malinconia e inquietudine, mettendo a fuoco anche un’estetica precisa: chitarre smussate, synth detunati e una voce tenuta a distanza ravvicinata, come un respiro che sfiora il microfono. Il suono resta sospeso tra nostalgia e rabbia, e sembra che voglia lasciar parlare le imperfezioni, i tagli, i tremolii della voce. L’impronta sonora è infatti ibrida e suona in modo volutamente imperfetto, dando alla tracklist un tono sofferto, a tratti sorprendentemente ruvido. Questo approccio, diretto e vulnerabile, ritorna con forza in tracce come “panna sPray” o “meMory card”: brani in cui la melodia convive con l’emotività, facendo emergere un’anima intimista e fragile. L’effetto complessivo è quello di un ascolto da stanza, quasi da confessione privata: un disco da sussurrare — o urlare come in “fuoco lento” — nel silenzio.


Unica collaborazione presente nel disco è in “slapBack” con Caph, altro membro dei Bnkr44, che si inserisce nel dialogo interiore del suo universo. Le collaborazioni con alcuni membri del collettivo diventano infatti tessere che arricchiscono il tessuto emotivo dell’album contribuendo alla scrittura e alla produzione dei brani.
La componente visiva del nuovo disco di Piccolo
La componente visiva è uno punto essenziale del progetto. Piccolo arriva alla musica con un bagaglio espressivo che include la pittura e il disegno. Ha infatti dipinto e costruito maschere, dando forma all’immaginario visivo di Stellar-Boy. Inoltre ha realizzato parallelamente una vera e propria graphic novel che accompagna il disco, popolata da figure sospese e da un ragazzo con una maschera a forma di stella, il quale non è un accessorio estetico: è una lente narrativa. I brani non sembrano pensati come canzoni isolate, ma condividono la stessa tavolozza emotiva, come fossero la versione sonora di quelle tavole mute, come se l’album fosse la colonna sonora di un mondo interiore che prende forma prima nei colori e poi nei suoni.
È raro trovare oggi un progetto che sappia integrare così organicamente immagine e musica, senza che nessuna delle due dimensioni sembri un semplice contorno. La luce, i colori tenui, la figura ricorrente del ragazzo- stella: tutto contribuisce a creare una narrativa silenziosa che accompagna l’ascolto, espandendolo.





“Stellar-Boy” suona vulnerabile, ma anche libero: come se Piccolo avesse trovato un punto esatto da cui guardare la propria fragilità senza farsene travolgere. È un album che non rinuncia ad un certo spirito crudo, ma lo incanala. È una mappa emotiva personale e riconoscibile nell’universo dell’artista. Una scelta di introspezione, un desiderio di mostrare sé stesso, con luci e ombre. Siamo di fronte a un disco che non punta a far scuotere le casse, ma a smuovere qualcosa dentro: inquietudine, nostalgia, bisogno di riconoscersi nella fragilità. Ed in un panorama di produzioni pulite e “perfette”, Piccolo sceglie di restituire un’immagine imperfetta ma reale, cantando i propri frammenti.
Stellar-Boy non vuole essere la stella più luminosa, ma una stella che brilla piano nella notte di chi ascolta.