“Nudo come un verme, che ama solo la pioggia”: Chiello non si nasconde, anzi. Espone il dolore con un’urgenza sincera, quasi ingenua, come chi non ha più nulla da perdere ma tutto da raccontare. Il suo nuovo album, Scarabocchi, è un campo di battaglia emotivo, un collage di immagini intime e viscerali, in cui i pensieri invadenti diventano insetti e l’anima – “stupida anima” – si dà alla fuga senza sapere dove andare. È il racconto di una fragilità che non cerca redenzione, ma contatto. Qualcosa o qualcuno che, almeno per un attimo, lo tenga insieme.

C’è una tensione continua tra caos e lucidità, tra dolore e speranza, in questo nuovo lavoro. E non è solo questione di suoni, che mescolano pop, indie, cantautorato e garage con un’attitudine che vorremmo vedere esplorata ancora di più. È questione di sguardo: Chiello guarda dentro sé senza paura di sprofondare – “Perché non ha paura di sprofondare dentro sé” – e al tempo stesso lancia messaggi all’esterno, quasi urlando a chi ascolta che l’unica via possibile è quella di vivere tutto fino in fondo, anche se fa male.
Tra ballate malinconiche, incursioni oniriche e duetti sentiti con Rose Villain e Achille Lauro, Scarabocchi è un album che non cerca l’approvazione, ma la verità. Quella che si rivela tra le macchie d’inchiostro, quando il palmo si sporca disegnando la propria confusione. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come si convive con i pensieri intrusivi, con l’amore che salva e con quello che distrugge, con gli amici stretti e con la paura di restare soli. E, soprattutto, con sé stessi.

Chiello ci ha parlato del suo presente irrequieto, del passato che ancora brucia e di un futuro che, forse, non ha ancora una destinazione. Ma che, nel frattempo, lui continua a cercare. Anche sotto la pioggia.
Quanto ha influito sulla tua scrittura venire da un luogo semplice come Venosa, in Basilicata?
Penso che il posto in cui sono cresciuto abbia avuto un’influenza enorme, soprattutto nel mio legame con la natura e nel modo in cui faccio musica. Ignazio, per esempio, è una delle persone del mio paese che mi ha segnato di più: è lui che mi ha insegnato a suonare la batteria.
Hai dedicato a Milano il brano “Milano Dannata”. Com’è stato il percorso di conoscenza della città?
Quando sono arrivato, 5 anni fa, tutto mi sembrava enorme e io mi sentivo piccolissimo. Ora mi sono abituato: mi sento a casa.
Ti riconosci ancora in Milano Dannata?
Un po’ la mia visione è cambiata, sono cresciuto e il tempo è passato. Ma continuo a riconoscermi in quella canzone: fa parte del mio passato.

Il titolo del disco è “Scarabocchi“. Se dovessi disegnarne uno che rappresenti questo momento della tua vita artistica, cosa faresti?
Domanda difficile. Il bello degli scarabocchi è che nascono quando l’attenzione è altrove, un po’ come le mie canzoni.
Ci sono alcune esperienze in particolare che ti hanno spinto a scrivere questo album?
Sicuramente alcuni eventi hanno acceso qualcosa dentro di me, ma in realtà è sempre stato così. Qualcosa si muove e sento il bisogno di sputare tutto fuori. Scrivere fa parte di me: anche se per mesi non lo faccio, poi arriva sempre quel momento in cui ne ho bisogno. È un meccanismo che ho da sempre.
Nel brano “Nessuno ti crede” dici “Penso spesso alla fine dei miei giorni / non per questo condanno la vita”: pensi possa essere uno dei versi che meglio riassume la condizione umana dell’album?
Sì, credo di essere affascinato dalla morte, forse per la curiosità di sapere cosa ci sia dopo. Ma allo stesso tempo voglio vivere ogni istante, ogni sfaccettatura dell’esistenza, perché anche la vita mi affascina. Alla fine, l’unica cosa certa è che la morte arriverà.

Se dovessi associare un’immagine forte a questo album, quale sarebbe?
Un insetto che si gode la pioggia fino all’ultima goccia. È un’immagine che appare anche nel brano Insetti, che è stato il primo che ho scritto.
Il disco ha un universo sonoro ricco di influenze inaspettate, richiami agli anni ’60 e a Tenco. Da dove arrivano queste ispirazioni?
Sono appassionato della scuola genovese: Gino Paoli, Tenco… Considero anche Piero Ciampi parte di quel mondo perché anche se di Livorno era spesso a casa di Gino Paoli. Però ascolto di tutto: dalla musica classica alla scena internazionale. In questo periodo per citarne due direi Jeff Buckley ed Elliott Smith, che considero un idolo assoluto: uno che si è pugnalato al cuore da solo… un pazzo scatenato.

Il tuo stile malinconico si distingue dal mainstream. Scrivere in questo modo ti viene naturale o è qualcosa che hai imparato a fare, a mettere a fuoco?
L’ho imparato col tempo, ma mi viene in modo molto spontaneo. È il mio stile. Quando scrivo non penso a obiettivi o suoni precisi: lascio uscire quello che ho dentro.
Parliamo delle copertine e dell’artwork del disco. È interessante questa contaminazione tra arti diverse.
Sì, i quadri li ha realizzati Agata Ferrari Bravo, una pittrice italiana molto talentuosa. L’ho scoperta grazie a Tommaso Ottomano, il mio regista e collaboratore musicale. A casa sua aveva una scultura, una poltrona a forma di demone, fatta da lei. Quando mi ha detto chi l’aveva realizzata, ho voluto coinvolgerla nel progetto. Il risultato mi piace molto: rappresenta bene le canzoni e il mio immaginario.
Il tour?
Sarà una bomba. Stiamo già provando e stiamo curando molto la scenografia, che sarà diversa dal solito. Il palco è fondamentale per creare l’atmosfera giusta, ed è disegnato da @sugo_steve, un artista che rispetto molto. Poi suoneremo in locali più grandi rispetto a quelli a cui sono abituato, come l’Alcatraz. Sono emozionato. Non vedo l’ora anche perché ho poche occasioni per incontrare i miei fan, e ogni volta è bellissimo.

Se dovessi scegliere un brano come biglietto da visita?
Non credo che mi presenterei con una canzone. Ni miei brani mi metto davvero a nudo, quindi usarli per presentarmi a qualcuno sarebbe come spogliarsi davanti a uno sconosciuto. Ci si arriva piano piano.
Ascolta ora “Scarabocchi” di chiello
Intervista a cura di Giulia Grieco e Francesca Bergamaschi