Tra una nostalgia di pensare al passato ma non poter fare a meno di confrontarsi con il presente.
Il corpo è il teatro ed è attorno a esso che le estetiche e linguaggi scenici si ridisegnano e trasformano. Un corpo che ancora oggi viene interrogato dalle pratiche performative, incarnate esse stesse. Si è appena conclusa la 53ª edizione della Biennale Teatro di Venezia, diretta da Willem Dafoe che ha presentato un dialogo tra maestri storici / sperimentatori d’avanguardia e le nuove generazioni, una generazione di artistə emergenti che stanno ridefinendo i codici della scena. La linea curatoriale di Dafoe guarda il corpo dell’attore come il punto zero da cui tutto parte e tutto ritorna e da qui il titolo dell’edizione: Theatre is Body – Body is Poetry. 

Simonetta Solder, Willem Dafoe – No Title (An Experiment)

Ad aprire – letteralmente – le danze, è Industria Indipendente, con la sensualità vibrante di Egeeno e la poesia sonora di Chouf. Il festival ha intrecciato passato e presente: dal Wooster Group di Elizabeth LeCompte (Leone d’Oro alla carriera) e Ursina Lardi (Leone d’Argento), passando per Romeo Castellucci, Gardi Hutter, Milo Rau, Eugenio Barba e Julia Varley, fino a Dafoe stesso con Simonetta Solder in un omaggio a Richard Foreman, e le voci emergenti della scena contemporanea come Yana Eva Thönnes, Princess Isatu Bangura e i progetti del Biennale College Teatro. Tra questi, Tacet di Jacopo Giacomoni, vincitore del bando drammaturgia, che abbiamo avuto modo di vedere.

INDUSTRIA INDIPENDENTE – morethanheart

Dalle avanguardie teatrali – con il 1975 indicato simbolicamente come data di inizio per i sessant’anni analizzati – emerge un sapere corporeo che si concretizza nel training fisico dell’attore. Un sapere che ha trovato elaborazione nei performance studies (con Richard Schechner, presente anche in questa edizione).
In quel momento storico, il corpo veniva pensato come elemento neutro: carne e ossa, contenitore istintivo precedente a ogni codificazione sociale e quotidiana (un pensiero che unisce Schechner, Barba e l’ISTA e di seguito approfondiranno i queer studies).
Da questa “neutralità” nasceva un corpo extra-quotidiano, capace di generare energia scenica, rituale e performativa.

Su questo corpo spogliato e rivelato, si sovrappongono oggi nuove istanze. Il teatro incontra la performance, il testo non è più fondativo ma solo uno degli elementi della scena. Le teorie accademiche faticano a definire queste nuove pratiche: si tratta dell’indefinibile, di materia umana – carne e ossa, ancora una volta. La performance è l’ignoto.

Questo nuovo spazio di confine si interroga sulla soggettività del corpo, su ciò che esso porta con sé: storie individuali, biografie, identità irripetibili. Il corpo non è più neutro: deve essere sì (e spesso manca alle nuove generazioni) artigianato, tecnica, ma anche luogo di conflitto, di storia incarnata, di memorie e traumi intergenerazionali (che manca a quelle vecchie). Emergono così interrogativi politici e filosofici, in dialogo con gli studi di genere e le teorie della performatività.

Fin dagli anni ’80 – agli albori di questa transizione – si comprende che il corpo non può essere neutro: il mondo ci attraversa, ci affetta, ci plasma. Siamo il risultato inevitabile di influenze esterne, siano esse positive/negative.

La Biennale Teatro 2025 rende visibili tutte queste tensioni. Da un lato, le maestranze storiche (un po’ anziane) del teatro sperimentale: Thomas Richards, l’Odin Teatret, Castellucci. Dall’altro, le nuove drammaturgie: Industria Indipendente, Yana Eva Thönnes, Princess Isatu Bangura.

“Mentre un tempo la nudità e la fisicità estrema scandalizzavano, oggi le controversie derivano più da temi di ordine politico, culturale, etico” – afferma Bangura.

Il teatro oggi non mostra solo corpi, ma storie incarnate, processi di trasformazione, resistenza, autoaffermazione. Una memoria del corpo, perché esso porta i segni della storia e dei traumi.

Si conclude la Biennale Teatro 2025