Short Theatre quest’anno si è presentato come un habitat contenitore di atmosfere, relazioni e attività “pedagogiche”, spazi per il non ancora qualificabile da attraversare più come spazio di desiderio piuttosto che prodotto momentaneo. L’inedito Palazzo dei Congressi all’EUR è simbolo di come riqualificare e ri-coreografare gli spazi, ridisegnarne la storia.
Abbiamo partecipato agli ultimi quattro giorni di Festival, due alla Pelanda e gli ultimi due al Palazzo delle Esposizioni. Il percorso che desideriamo raccontare si snoda in tre punti, scegliamo tre spettacoli che creano un percorso rappresentativo del momento che stiamo attraversando, accennando agli altri lavori, sfumature necessarie che approfondiremo in un secondo momento. Il primo pensiero va a Rabih Mroué, artista che esplicita i meccanismi inimmaginabili di violenza come quello che si perpetua a Gaza, in maniera estenuante, per interessi di un sistema patriarcale e capitalistico.

Cornice: la rassegna di Short Theatre
Sono 20 gli anni di Short Theatre che nasce nel 2006 come rassegna di formati brevi e di nuova drammaturgia. Ben presto però viene abbandonata l’idea di brevità come durata per trasformarla in intensità, sperimentazione e apertura. Da semplice rassegna teatrale diventa progressivamente un festival multidisciplinare che intreccia danza, performance, musica, arti visive, installazioni e pratiche partecipative. Nei primi anni era legato al Teatro di Roma e con il tempo acquisisce autonomia, costruendo una propria identità e un posizionamento indipendente, capace di dialogare con le istituzioni e con reti internazionali. Dal 2010 la casa stabile é il Mattatoio – in particolare la Pelanda – che si afferma come spazio simbolico del festival. Short Theatre esplora biblioteche, archivi, quartieri periferici, luoghi urbani e architetture storiche, trasformando Roma in un laboratorio e l’idea di festival si trasforma: da vetrina di spettacoli diventa un processo che mette al centro la costruzione di comunità artistiche, la relazione con il pubblico, la possibilità di condividere momenti di ricerca e di attraversamento. Anche la struttura curatoriale ha una sua mutazione. Dalla direzione singola o ristretta che aveva caratterizzato le prime stagioni, si passa a una visione più collettiva. Dopo il 2021 si inaugura un nuovo corso, che pone attenzione a inclusione, accessibilità e intersezionalità.
Oggi il festival si affida a un gruppo curatoriale composto da Silvia Bottiroli, Silvia Calderoni, Ilenia Caleo e Michele Di Stefano, segnando un allontanamento dalla figura del direttore unico e un avvicinamento a una curatela condivisa.
Parallelamente, Short Theatre amplia lo sguardo oltre i confini europei e si apre a geografie artistiche spesso marginalizzate, dal Sud all’Est globale, accogliendo linguaggi e pratiche che interrogano corpo, identità, trauma, ecologia e politiche urbane. In questo modo il festival diventa sempre più un luogo di dialogo transnazionale e intersezionale, capace di trasformarsi di anno in anno, e di pensarsi come un processo in continua evoluzione.
Rabih Mroué: quando il discorso ri-orienta per generare nuove narrazioni
Nato a Beirut nel 1967, Rabih Mroué è un artista, attore, regista e drammaturgo che ha sviluppato una pratica interdisciplinare capace di coniugare teatro, arti visive e scrittura. Radicato nella scena teatrale libanese, il suo lavoro si estende a video, installazioni, fotografia e scultura, è una delle voci incisive della ricerca artistica contemporanea.

Le sue performance definite non academic lectures, assumono la forma di trattazioni pubbliche che mimano la struttura di una conferenza accademica: l’artista è seduto a una scrivania, con un computer, fogli e una lampada da tavolo (anche se il buio conferisce già una dimensione altra) mentre alle sue spalle scorrono materiali d’archivio, fotografie o video. Questa impostazione, apparentemente didattica e oggettiva, viene sovvertita dall’atteggiamento di Mroué intimo e prossimo, dove il discorso ri-orienta per aprire interrogativi e generare nuove possibilità di interpretazione. L’obiettivo dell’artista non è analizzare fatti scientifici o dati verificabili ma attraverso l’esplorazione di un’esperienza vissuta trarne significati. L’atto del “mostrare” e del “narrare” diventa una pratica critica che attraverso l’uso delle immagini e la semiotica, ri-costruisce il sapere.
La sua ricerca nasce dall’urgenza di confrontarsi con la storia recente del Libano e dalle regioni segnate da conflitti, occupazioni e rimozioni. La guerra civile libanese (1975–1990) e il conflitto con Israele del 1982 rappresentano due tra le matrici principali che alimentano il suo lavoro attraverso una documentazione che diventa terreno di indagine per capire come la memoria collettiva venga costruita, manipolata o cancellata. Mroué mette costantemente in discussione i dispositivi di rappresentazione – i media, l’archivio, la fotografia o il racconto teatrale – e interroga il loro ruolo nel trasmettere e nel distorcere la realtà.



La sua costruzione artistica avviene piuttosto dalla pratica dell’accumulare (comune per divers* artist*) dal fare archivio, conservare oggetti per ipotetici inizi drammaturgici. Opere come Looking for a Missing Employee (2003), The Inhabitants of Images (2008) o Pixelated Revolution (2012) analizzano la funzione politica delle immagini, dalle fotografie ufficiali che circolano nei regimi autoritari fino ai video amatoriali girati con i cellulari durante la guerra in Siria. In queste pratiche il linguaggio visivo diventa uno strumento di resistenza capace di svelare ciò che viene occultato e di restituire spazio alla soggettività.
Il lavoro di Mroué si distingue per il tono personale e ironico che ha la capacità di intrecciare la propria biografia familiare con i processi politici e storici. Emblematico è il progetto Grandfather, Father and Son (2010), che ricostruisce la biblioteca del nonno, figura di intellettuale religioso poi convertitosi al comunismo, assassinato nel 1987. Una microstoria familiare diventa lente per leggere le tensioni ideologiche e i conflitti della società libanese, della macroStoria, la storia della geopolitica nazionale o globale.
Le sue opere sono state presentate in istituzioni internazionali come il MoMA di New York, la documenta di Kassel, la Biennale di Venezia, l’ICA di Londra e il Festival d’Automne di Parigi, contribuendo a definire un linguaggio che supera i confini geografici e mediali. Al centro della sua poetica resta una domanda cruciale: come raccontare ciò che è traumatico, invisibile o dimenticato, senza ridurlo a una narrazione lineare o pacificante?
Attraverso la commistione di fiction e documentario, testimonianza e invenzione, Rabih Mroué costruisce un teatro della memoria per aprire varchi, dubbi e possibilità di pensiero in ottica di trasformazione, aggiungiamo noi, perché la potenza della sua opera si ritrova in una dimensione soggettiva e politica (il trauma condiviso) che resiste all’oblio e continua a interpellare il presente.
Before Falling Seek The Assistance Of Your Cane


A Short Theater abbiamo assistito alla seconda lezione intitolata “BEFORE FALLING SEEK THE ASSISTANCE OF YOUR CANE”.
Si tratta di una delle non-Academic Lectures di Mroué, a metà tra mémoire e racconto biografico, incentrata sull’iconografia dei volantini lanciati dagli elicotteri durante le guerre, in previsione di futuri attacchi — incluso, e in particolare, quello dell’atomica di Hiroshima. Ci sorprende la semplicità e la linearità di un racconto che porta in sé, senza orpelli, la catastrofe.
Mroué ricorda un episodio avvenuto al Kunstverein di Salisburgo: una delle sue opere consisteva in un manifesto in arabo, affisso all’ingresso del museo (uno a destra e uno a sinistra), che riproduceva un volantino distribuito dall’esercito americano in Iraq per avvertire la popolazione di un bombardamento imminente. Una pratica tanto diffusa quanto cinica: fornire un avvertimento prima di un attacco aereo.
Quel testo, collocato all’ingresso del museo, generò però un fraintendimento perché allarmò una passante che, interpretandolo alla lettera, chiamò la polizia. L’equivoco diede così avvio a una catena di malintesi e come l’artista rivela nel finale, si tratta di un episodio che ha messo in luce gli scarti di significato e i molteplici strati di interpretazione che un’immagine può generare.

Grafiche di volantini per le bombe, la distruzione. É incredibile pensare che possa esistere un archivio – perché di questo un po’ si tratta – di grafiche e iconografie di guerra, di biglietti cosiddetti anti-bomb leaflets: biglietti che avvertono prima dell’attacco, per l’evacuazione, fogli che ti ricordano, con inquietante freddezza, che hai mezz’ora di tempo prima della tua morte. In “Before Falling Seek the Assistance of Your Cane”, Rabih Mroué utilizza l’episodio di Salisburgo come punto di partenza per interrogarsi sul rapporto tra arte e vita pubblica. Come può un oggetto d’arte trasformarsi in un oggetto di minaccia? La sua lezione intreccia magistralmente questioni estetiche, sociali e politiche, mostrando come immagini e narrazioni possano essere costruite, manipolate e strumentalizzate, mentre finzione e realtà si confondono fino a diventare indistinguibili.