Il 19 marzo avrebbe compiuto settantuno anni Pino Daniele. Nella sua musica ci sono Napoli, certo, ma anche il mondo intero: il blues, il rock, il soul, il funky, il jazz, la salsa, la samba, il taramblù. Italiano e internazionale insieme, l’artista che più di tutti è riuscito a fare della musica una lingua contemporanea, aperta, mobile, capace di parlare ben oltre i propri confini.


Pino Daniele: il sogno americano degli anni Settanta
Per capire davvero l’importanza di Pino Daniele bisogna tornare alla fine degli anni Settanta, a una Napoli attraversata da energie contraddittorie e febbrili. Città da sempre complessa, in quel passaggio storico diventa anche una straordinaria fucina creativa, percorsa da tensioni musicali profondamente moderne. È lì che Pino inventa “una nuova lingua, anzi un lingo”, mescolando racconti popolari, rock e jazz come sogno americano, dentro una stagione in cui la musica conserva ancora una forte carica sociale.
È da questo humus che emerge la stagione poi definita Neapolitan Power. L’idea stessa di musica napoletana viene sottratta al folklore e proiettata dentro una dimensione urbana, meticcia, internazionale. È l’apice di un movimento che fonde melodia partenopea, rock-blues, canzone di protesta e “saudade del Vesuvio”.

Il suono Napoletano e “Terra mia”
Attorno a Pino si muove una costellazione di musicisti di altissimo profilo — James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito — con cui prende forma una scena capace di dialogare apertamente con la tradizione afroamericana e con il jazz contemporaneo.
È in questo contesto che Pino Daniele si forma, prima ancora che come cantautore, come musicista immerso in una comunità creativa che pensa il suono napoletano come una materia viva da trasformare.
In questo contesto, nel 1977, esce Terra mia.

Pino Daniele e l’incisività di Napule è
Dentro c’è Napule è, brano destinato a diventare nel tempo una delle rappresentazioni musicali più incisive della città. “L’ultima speranza prima della disillusione”, insieme poesia e rabbia. La sua forza non risiede nella celebrazione identitaria — come troppo spesso si è detto in modo sbrigativo — bensì nella sua ambivalenza di significato. Napoli vi appare come un organismo lacerato e vitale, bellissimo e irrisolto: “mille culure”, certo, ma anche “mille paure”.
È già visibile, in nuce, uno dei nuclei più profondi della poetica di Pino Daniele: la capacità di trasformare l’esperienza urbana in un linguaggio musicale universale.

Dal disco omonimo a Nero a metà
Nel 1979 arriva Pino Daniele, un disco che mette insieme brani come Je sto vicino a te, Chi tene ’o mare, Je so’ pazzo, Putesse essere allero, E cerca ’e me capì.
Il salto decisivo arriva nel 1980 con Nero a metà, omaggio a Mario Musella e prima autodefinizione in musica. Dentro quel “nero” c’è il blues, c’è il soul, c’è la musica afroamericana; dentro quella “metà” c’è invece tutto ciò che resiste a ogni assimilazione lineare: Napoli, il Mediterraneo, il dialetto, una malinconia che non si lascia tradurre fino in fondo.
È il disco del grande successo, l’incrocio definitivo tra melodie jazz e richiami rock, applicati a sentimenti come l’allegria e l’appocundria.
Nulla di tutto questo somiglia a una dimostrazione di tecnica. Tutto sembra trovare la propria forma con una naturalezza sorprendente, come se quel linguaggio fosse sempre esistito e aspettasse una voce per venire alla luce.

Gli anni Novanta: Pino Daniele grande autore popolare italiano
Vengono poi Bella ’mbriana(1982), Musicante(1984), quindi Schizzichea with Love(1988) e Mascalzone latino(1989): una sequenza che racconta un autore incapace di fermarsi dentro un genere definito. Non c’è in lui la compiacenza dell’identità trovata una volta per tutte. C’è piuttosto una curiosità continua, a tratti persino inquieta, che lo porta a spostarsi, a esporsi, a cercare nuove strade. L’apertura ai musicisti internazionali, il dialogo con sonorità mediterranee e world, la tensione costante verso un altrove musicale raccontano un artista che non smette mai di ridefinire la propria posizione.
Persino quando la sua musica si fa più accessibile, più espansiva, più prossima al grande pubblico, non perde mai del tutto quella qualità mobile, quel desiderio di cambiare.
Gli anni Novanta lo mostrano con chiarezza: Un uomo in blues (1991), Che Dio ti benedica (1993), Non calpestare i fiori nel deserto (1995), Dimmi cosa succede sulla Terra (1997), Come un gelato all’equatore (1999), la sua musica si apre a una scrittura più ampia, più lirica, più popolare, senza per questo rinunciare alla sofisticazione. È la fase in cui Pino Daniele diventa, a tutti gli effetti, uno dei grandi autori popolari italiani.

Un ciclo che ritorna
E tuttavia nemmeno questa stagione esaurisce il suo movimento. Con Medina(2001), e poi con lavori successivi come Passi d’autore(2004) e Iguana cafè(2005), riaffiorano con forza quelle influenze world e mediterranee che avevano già caratterizzato una parte essenziale della sua ricerca negli anni Ottanta. È come se, dopo la torsione più popolare del decennio precedente, Pino Daniele tornasse a riallacciare i fili più mobili e cosmopoliti del proprio linguaggio.