Il 23 gennaio Tutti Fenomeni pubblica Lunedì, il suo nuovo album per 42 Records / Epic Records Italy.
Un ritorno discografico che arriva dopo tre anni di silenzio e che affida a un titolo apparentemente ordinario il compito più difficile: raccontare una ripartenza che ordinaria non è mai.
Il lunedì è diventato, negli anni, una specie di capro espiatorio collettivo. Gli abbiamo caricato addosso l’ansia del ricominciare, il peso della disciplina, la nostalgia di un tempo che finisce. Ha una funzione simbolica precisa: serve a tracciare una linea, a dirci che qualcosa si chiude e qualcos’altro – volenti o nolenti – ricomincia.


Il disco nasce esattamente in questo spazio. Segna il ritorno dell’artista romano Giorgio Quarzo Guarascio, arrivando dopo Merce Funebre e Privilegio Raro, due album diventati riferimenti della scena indipendente italiana per radicalità linguistica e sguardo generazionale. Ma qui lo spostamento è piuttosto evidente: il centro non è più l’appropriazione dei simboli o l’ironizzazione della cultura pop, quanto il tentativo di dare una forma a quella sensazione insistente di tempo che ritorna e, nel farlo, cambia.
Dopo una fase di espansione laterale, in cui la scrittura dell’artista si è misurata con altri linguaggi, altri tempi, altre forme di presenza (dal teatro alla scrittura per altri), questo terzo lavoro avrebbe potuto chiudersi su se stesso. Invece accade il contrario.
Lunedì è un disco che guarda fuori e si concede molta aria, attraversato da una costante sensazione di fine e inizio, come se ogni traccia fosse una piccola ripartenza che non ha nulla di spettacolare, ma molto di necessario.




C’è una maturazione evidente, personale prima ancora che artistica, che passa dalla rinuncia a una certa frontalità tagliente per abbracciare una scrittura più porosa. Non è un addolcimento: le canzoni restano affilate, ma smettono di occupare tutto lo spazio, lasciando che siano anche il suono e gli arrangiamenti a parlare.
In questo passaggio, l’incontro con Giorgio Poi è decisivo. Se il lunedì è il giorno su cui abbiamo scaricato il compito enorme di farci andare avanti, Giorgio Poi è la figura a cui Tutti Fenomeni affida la forma sonora di questa ripartenza. Un incontro quasi casuale, che finisce per ridefinire l’orizzonte musicale del disco. Il suono si fa più morbido e chiaro, più ricco, luminoso e arioso, a tratti orchestrale a tratti rarefatto.


Emergono temi meno appariscenti e più persistenti: il corpo come campo di tensione politica, la morte come presenza continua, ormai desacralizzata, quasi quotidiana. Accanto al cinismo riconoscibile dei lavori precedenti, si fa strada una vulnerabilità nuova, che lascia affiorare una nostalgia per il tempo che scorre, per quei trent’anni che non arrivano mai come te li avevano raccontati.
C’è poi l’amore, inteso come spazio fragile e imperfetto, osservato con il consueto sguardo obliquo: ironico, fisico, a tratti spietato, ma attraversato da una dolcezza nuova, quasi disarmata. Un amore che invecchia, carnale e sublimato insieme, costantemente messo sotto pressione dal mondo esterno.


L’album si apre con La ragazza di Vittorio, il brano più direttamente in continuità con i lavori precedenti. Un testo esplicito, affilato, che affonda nella digitalizzazione e nella spettacolarizzazione del desiderio, denunciandone le derive senza rinunciare a una tensione emotiva di fondo.
A seguire arriva Col tuo nome, romantica a modo suo, nata dalla visione in anteprima del nuovo film di Susanna Nicchiarelli. Una canzone che abbassa i toni, lasciando emergere una dimensione più intima e contemplativa, dove l’emozione non ha bisogno di dichiararsi per risultare evidente.
Il disco continua a muoversi tra relazioni complicate e desiderio di regressione, come in Mao, che mescola la difficoltà di stare nel mondo adulto con la nostalgia di un’infanzia perduta, evocata con sarcasmo e rabbia trattenuta. Altrove, come in Morire vista mare, il tono si fa più leggero solo in apparenza, scanzonato, mentre Piazzale degli Eroi si trasforma in un inno all’amore irriverente e spigoloso, capace di tenere insieme slancio emotivo e disincanto.


Lo sguardo si sposta ancora quando la narrazione adotta una prospettiva infantile, come in La felicità del cane, una brillante analisi sociale mascherata da filastrocca, o quando il linguaggio diventa apertamente corporeo e politico in Vanagloria, dove il grottesco non serve a provocare, ma a smascherare.
Sul piano sonoro, le suggestioni più eteree di Formentera, attraversate da un sax che sembra allungare il tempo, precipitano poi nel battito più incalzante di 29 febbraio, fino a sciogliersi nella dolcezza corale e orchestrale di Love is not enough, che chiude il disco come una resa consapevole: non una sconfitta, ma l’accettazione di un limite.Con questo album ci ricordiamo che la vita non è un calendario ma una sequenza di piccoli riti. E il Lunedì è il rito per eccellenza, quello su cui abbiamo caricato una responsabilità enorme: farci andare avanti.