Sullo sfondo, diverse scope di paglia sono appese alla parete. Oggetti domestici, ordinari, eppure sovraccarichi di storia. La scopa è un simbolo antico e ambivalente: richiama tanto la stregoneria quanto l’igiene domestica, i lavori di pulizia, la magia e la fatica. Un oggetto-simbolo, metafora di molteplici significati. In Magic Maids, altra performance che siamo andati a scoprire al Santarcangelo Festival di quest’anno dopo Brinjë më Brinjë, la scopa si fa estensione del corpo, artefatto rituale e arma sovversiva. Quel bastone di legno dalla testa in paglia attraversa secoli di violenza e resistenza.

La stregoneria, per secoli condannata, ha portato alla persecuzione di donne considerate deviate, solitarie, guaritrice, non conformi. Come ricorda la lezione di Silvia Federici, si è trattato di una narrazione disciplinare attraverso cui il corpo femminile è stato ridotto a risorsa riproduttiva. (La caccia alle streghe, scrive Federici, è stato il primo atto del moderno biopotere.) Dietro il fuoco, il cappio, la gogna, non c’era la superstizione, ma l’economia, i processi capitalistici. La strega era una donna che sapeva troppo, che curava e non voleva figli, che non serviva. Doveva essere dunque allontanata, eliminata. Doveva sparire.

In Magic Maids, il lavoro congiunto di Eisa Jocson e Venuri Perera, la storia della caccia alle streghe in Europa si intreccia con quella — più contemporanea e tuttora in corso — delle lavoratrici domestiche migranti, spesso provenienti dal cosiddetto Sud globale. In scena, due figure femminili si moltiplicano in archetipi che attraversano i secoli: la strega e la domestica. Entrambe servono, entrambe fanno paura. Entrambe — pericolose e sacrificabili — incarnano un femminile che l’Occidente ha prima demonizzato, poi sfruttato. Le performer hanno raccolto testimonianze, ascoltato voci, fatto spazio nei propri corpi a chi, altrimenti, resta ai margini della rappresentazione. Eisa Jocson e Venuri Perera raccolgono questa genealogia spezzata e la saldano al presente.

La prima parte dello spettacolo “Magic Maids” si sviluppa su un ritmo lento, durante il quale i costumi delle due performer si trasformano. I loro abiti di scena sono creature ibride, con nasi-bastone e occhi-bottoni. Il sample di I’m a Slave 4 U di Britney Spearsslaaave, slaaave — scava nelle pieghe dell’immaginario pop ed è la colonna sonora di un’identità femminile costruita sul servilismo, sulla performatività sessuale, sulla schiavitù mascherata da glamour. L’estetica dell’intrattenimento viene deprogrammata: la cultura pop è un fantasma capitalista.

Poi, una risata improvvisa, filtrata in delay. Un gesto magico e dissacrante. Non è chiaro cosa la provochi, ma questo intermezzo segna una svolta: una risata potentissima in riverbero, un po’ per schernirci, un po’ per ridere di loro stesse. Jocson e Perera ridono – di noi, di sé, del mondo.

Il rito si spezza. Si apre il gioco.

Lo spettacolo serio diventa una gag: le performer assumono un’attitudine quotidiana e dialogano tra loro e con il pubblico attraverso battute taglienti sulla condizione delle lavoratrici domestiche migranti.
Si apre una battle surreale tra le due performer, che incarnano e mettono in scena le identità stesse — filippina/srilankese — oggetto di un’interrogazione implicita quanto violenta. Il dispositivo performativo rende esplicito un linguaggio brutale, che attinge al lessico dello schiavismo, delle gerarchie razziali, dell’oppressione sistemica. Al centro, la questione del valore umano ridotto a funzione, a provenienza, a disponibilità. Un linguaggio tutt’altro che distante o inventato, ma profondamente radicato nella quotidianità delle metropoli contemporanee, in particolare nei contesti alto-borghesi, dove è frequente sentire espressioni come “ho una filippina”, “ho una ucraina”, “ho una marocchina”. Formulazioni che trasformano soggettività complesse in presenze servili, inscrivendole in un’economia domestica postcoloniale che continua a perpetuare logiche di dominio. La performance agisce come dispositivo di svelamento, restituendo alla scena la violenza normalizzata del linguaggio comune e interrogando le strutture profonde che lo sostengono.

Il pubblico tace. Interrogato, colpevole. Perché il potere non è mai neutro, e i corpi migranti sono ancora oggi assegnati a ruoli servili, invisibili, necessari. Le performer posizionate interrogano le persone disposte al loro perimetro, in uno spazio non frontale che permette questo tipo di interazione. Si interrogano e ci interrogano. In maniera leggera e giustamente spietata rilevano e rivelano questioni difficili con un’ironia speciale. La gag diventa sferzante denuncia. Si ride con un nodo in gola.
Attraverso un’ironia affilata e una sensualità calibrata vengono smascherate le gerarchie, i privilegi, le narrazioni tossiche. Il potere non è mai neutro. I corpi migranti, assegnati ai margini, sono ancora oggi quelli che puliscono, accudiscono, riparano. Invisibili, eppure indispensabili.

La leggerezza apparente dello scambio — le battute, la complicità tra le due — è solo una strategia per aprire una ferita collettiva. Lo spettacolo continua su questa narrazione: le performer rivelano la brutalità coloniale silente che struttura il lavoro in Occidente. La scena si fa evocazione politica del lavoro di cura, del sacrificio postcoloniale, per una proposta che evoca fantasmi, oppressioni e ribellioni sotterranee.
Le scope nel finale vengono “impiccate” su fili rossi e bianchi sospesi in aria, come le streghe bruciate ma ancora danzanti grazie al potere ancestrale. Jocson e Perera concludono il rito di Magic Maids in una danza catartica, quasi demoniaca, che attraversa la morte per tornare alla vita – una vita altra, liberata.

Alla fine, distribuiscono tutte le scope al pubblico. Agli uomini, sussurrano: “Good work” e alle donne, “Spread the word”, in un sorriso di sortilegio per una de-costruzione di potere.

Santarcangelo 2025: la performance Magic Maids