È ormai giunta al termine la settimana santa di Sanremo, ma cosa ci ha lasciato? Forse non un granché. 

La conduzione di Carlo Conti ha inscenato una kermesse austera e poco empatica, dove artisti e co-conduttori hanno avuto poco spazio per esprimersi e per commuoversi sul palco. Nonostante ciò, secondo le recenti stime di EY, l’edizione 2025 genererà un impatto economico complessivo pari a 245 milioni di euro – con un aumento di circa 40 milioni in confronto all’anno precedente – ed un valore aggiunto per l’economia italiana che si attesta sui 97,7 milioni di euro, 21 milioni in più rispetto al 2024. 

Il Festival riconferma il proprio ruolo egemonico sul panorama musicale italiano, e se anche il pubblico votante non rappresenta tutto il pubblico – come coraggiosamente afferma la cantante Gaia a Domenica In, durante l’acceso scambio di battute con Davide Maggio -, certo è che negli ultimi cinque anni gli ascolti in streaming dei brani in gara sono aumentati del 463%, con un’incidenza sul mercato che ha superato il 2% del volume totale, dimostrando come Sanremo non sia solo un evento mediatico, ma anche un acceleratore per la diffusione della musica italiana sulle piattaforme digitali.

Dal 2013 al 2024 infatti, i brani sanremesi hanno totalizzato 241 certificazioni platino, con un’impennata significativa negli ultimi quattro anni – sintomo di una sempre maggiore attenzione ed adesione agli trend musicali più popolari. Dato interessante di questa edizione della kermesse, è la composizione del cast (di cui abbiamo anche giù parlato del lato discografico): il più premiato di sempre in termini di certificazioni, che conta un totale di 696 dischi di platino cumulati tra gli artisti in gara.

Questi dati evidenziano quanto la cifra di successo di mercato abbia probabilmente fatto da discrimine nella selezione dei brani. È questo tutto ciò che importa? Perché alla fine, di questa edizione, non abbiamo valanghe di meme o gag divertenti, ma un continuo correre verso la chiusura della serata, una poca partecipazione femminile e molteplici polemiche superflue (il vestito rotto di Elodie, gli attacchi di bodyshaming a Sarah Toscano o la sessualizzazione di Clara). L’accanimento nei confronti di giovani artiste non si inserisce forse in un contesto dov’è l’uomo che conduce, che detta i tempi, che sceglie quale versione di te far passare, lasciando alla musica il tempo che trova?

I dati del report FIMI si inseriscono in un panorama musicale sempre più giovane ed orientato verso la scena italiana, costituendo l’84% della Top 100 Album annuale nel 2024, confermando a questa edizione di Sanremo il primato di programma in prima serata con il pubblico più giovane di sempre ed uno share che ha toccato un 84,3 % di media tra le serate e un clamoroso 88,4 % nella finale – dati che non si registravano dal 1996 (anno di vittoria dell’indimenticabile duetto di Ron e Tosca con Vorrei incontrarti fra cent’anni). 

Il Festival di Sanremo 2025, pur confermandosi un pilastro dall’impatto economico e mediatico senza precedenti, lascia dietro di sé un’edizione che ha privilegiato il successo di mercato a scapito dell’emozione e dell’intrattenimento. 

Le polemiche su inclusività e rappresentazione femminile, così come il dibattito sulla selezione dei brani basata sul valore commerciale, sollevano interrogativi sul futuro della kermesse: Sanremo continuerà a essere solo una vetrina per hit di successo o riuscirà a riscoprire anche il suo lato più umano, emozionale e imprevedibile? Se il Festival vuole mantenere la sua centralità culturale e non solo economica, sarà necessario trovare un equilibrio tra musica, spettacolo e autenticità, per non trasformarsi in un perfetto meccanismo senz’anima.

Sanremo 2025: un successo da record, ma a che prezzo?