C’è una nuova canzone nell’aria e si chiama “Sciallà“. A firmarla sono i Nu Genea, duo partenopeo che ha trasformato l’arte del groove in una cartolina balneare da ascoltare ad alto volume, al tramonto sulla spiaggia. Tra funky, dialetto napoletano e un po’ di fatalismo, il brano è un inno ad un modo di vivere leggeri e coi problemi sospesi. “Sciallà” è uno stato mentale, ma anche un indizio. L’ennesimo, se vogliamo, che conferma una tendenza: l’estate – nel pop italiano – rotola sempre più verso Sud.

Non è solo questione di temperatura, di sole cocente o di paesaggi da cartolina. I tormentoni estivi degli ultimi anni parlano spesso con accento meridionale, si bagnano nel dialetto, esplorano sonorità che sanno di pizzica, taranta, reggaeton mediterraneo, e si muovono su coreografie ballate tra i vicoletti dei paesini del Sud. È lì, tra il cemento caldo e il mare a due passi, che l’estate italiana sembra prendere forma.

Pensiamo a “Oh Mamma Mia” di Rose Villain e Guè Pequeno: un ritmo sensuale e un ritornello verace, che cavalca tra cliché e inflessioni melodiche, per esplodere nel più sincero e onesto gesto di stupore. Oppure a 30ºCdi Anna Pepe, che tra beat internazionali e attitudine da vera baddie, non rinuncia a geolocalizzare l’estate: “Summer season, prendo il sole a Naples”. E poi c’è Oh Ma di Noemi e Rocco Hunt, dove la voce graffiante di lei si fonde con il flow scanzonato di lui in un pezzo che sembra nato per essere cantato dal finestrino abbassato, in una Panda rossa percorrendo il lungomare. 

Boomdabash ormai sono istituzione: ogni loro brano sembra nato per essere suonato in una spiaggia in Salento, tra birre Peroni, teglie di parmigiane e ombrelloni che volano via. E poi Serena Brancale e Alessandra Amoroso, che in Serenata uniscono soul, dialetto e romanticismo mediterraneo in una dedica d’amore da cantare al chiaro di luna.

Molto prima dei beat da tormentone, l’estate italiana è sempre stata attratta dalle melodie di Partenope e le sue sorelle. Pensiamo a Pino Daniele, che con “Yes I know my way” o “Quando” ha cantato Napoli come fosse una stagione: sensuale, malinconica, piena d’anima. O a Giuni Russo in “Un’estate al mare”, hit senza tempo che profuma di lasciare tutto e sognare al sole. E come non citare il filone neomelodico – da Nino D’Angelo a Gigi D’Alessio – che ha raccontato, a modo suo, amori estivi vissuti tra scooter e case popolari, balconi e gelosie.

C’è un Sud immaginato, idealizzato, ma anche un Sud che prende la parola con la sua lingua, i suoi suoni, la sua estetica. Il dialetto non è più solo “colore”, ma linguaggio espressivo pieno, veicolo di una leggerezza che ha radici profonde. “Sciallà”, in questo senso, è una parola-chiave: non è solo un invito a non stressarsi, ma anche un modo per raccontare un’idea di estate che non è solo evasione, ma radicamento.

Forse è perché il Sud ha quella capacità tutta sua di trasformare anche il caldo soffocante in qualcosa che somiglia alla festa. O forse è solo perché il suo immaginario – tra motorini, granite, balli improvvisati, amori sudati e falò sulla spiaggia – continua a far sognare anche chi al Sud non ci ha mai messo piede.

E così, ogni anno, quando l’estate arriva, le canzoni iniziano a cambiare accento. Diventano più calde, più dirette, più terrene. Si riempiono di percussioni e di parole che non stanno nel dizionario, ma che tutti capiscono. Come in “Sciallà”, dove basta una chitarra funky, una voce che ti sussurra “e vabbè” e un beat che rotola – inevitabilmente – verso Sud.

Perché in fondo, quando si parla di estate in Italia, si parla sempre un po’ di Sud. E viceversa.

Rotolando verso sud: l’anima meridionale dei tormentoni estivi