La musica pop non si esaurisce mai con il semplice ascolto. È qualcosa che accade mentre si guarda: un corpo che entra in scena, uno sguardo in camera, una coreografia che finisce per diventare memoria collettiva prima ancora che canzone. Tra gli anni Settanta e Ottanta, Raffaella Carrà ha attraversato televisione e industria musicale, trasformando il varietà in un luogo in cui la musica non veniva semplicemente eseguita, ma costruita come un linguaggio ibrido e pervasivo.

Per celebrarne l’83esimo anniversario di nascita, proveremo a ripercorre una parte della sua eredità.

L’inizio del viaggio di Raffaella Carrà con Tuca Tuca

Impossibile non iniziare questo viaggio da Tuca Tuca. Presentato nel 1971 a Canzonissima – programma televisivo di varietà tornato in onda, cinquantun anni dopo l’ultima edizione ufficiale, nel marzo di quest’anno su Rai 1 – è presto entrato nella storia della canzone pop italiana per la controversa coreografia. La censura iniziale da parte della Rai non riguardava infatti la musica in sé, ma la sua traduzione visiva: Carrà, con indosso un mini abito ricoperto di paillettes, ed il ballerino Enzo Paolo Turchi, in un contatto fisico insistente e ripetitivo. Dovranno passare tre anni prima che il pubblico del sabato sera venga ritenuto pronto, e che la presenza di Alberto Sordi ne legittimi la messa in scena trasformando uno scandalo in un momento di televisione popolare.

Il Rumore di Raffaella Carrà nel ’74

Con Rumore (1974) avviene un’ulteriore evoluzione. Qui, il corpo non è più un elemento problematico, ma energia. La storia cantata lascia maggiore spazio ad un accumulo ritmico, continuo e martellante. La musica si fa veicolo narrativo, amplifica la tensione e rende visibile ciò che nel brano è solo sonoro. È però l’interpretazione di Carrà a dare al brano una vera accelerazione. Nelle esibizioni per la televisione cilena e spagnola, il pezzo si rivela una celebrazione quasi bacchica dei sensi e del sesso, un’esplosione corporea molto più libera rispetto alla versione edulcorata che la Rai dell’epoca le impose. L’energia della performance finisce così per riscrivere il testo: la paura della protagonista diventa una maschera, un pretesto che lascia emergere un desiderio più diretto e fisico. 

Na, na 
Na, na na, na 
Na, na, na, na 
Non mi sento sicura 
Sicura
Sicura mai 
Na, na, na, na 
Na, na, na, na

Gli anni ’70 e i diritti e le voci delle donne

Gli anni ‘70 sono stati un periodo fondamentale per i diritti delle donne. Lotte femministe stavano portando al centro del discorso nazionale violenza domestica ed autodeterminazione, e gettando le basi per future conquiste legislative.

Il 1976 fu un anno carico di mobilitazioni e di forti prese di posizione politica. Quell’8 marzo, in occasione del primo Tribunale internazionale sui crimini contro la donna, a Bruxelles, più di 2000 donne provenienti da 40 paesi diversi si riunirono per denunciare la sottomissione economica e sociale femminile, spianando la strada per la depenalizzazione e legalizzazione dell’aborto (legge 194/1978). 

A far l’amore comincia tu (1976) s’inserisce quindi in un contesto fortemente politicizzato, e sceglie di mettere la voce della donna al centro dei suoi desideri. Il brano è leggero ed immediato, ed è in questo che risiede la sua forza sovversiva. Senza mediazioni o giustificazioni, senza retorica, questo brano è entrato nella memoria collettiva, evidenziando con sottigliezza il potere trasformativo e militante del pop.

Se lui ti porta su un letto vuoto
Il vuoto daglielo indietro a lui
Fagli vedere che non è un gioco
Fagli capire quello che vuoi
Ah-ah, ah-ah, a far l’amore comincia tu
Ah-ah, ah-ah, a far l’amore comincia tu

Tanti auguri (1978)

Con Tanti auguri (1978), questa logica è ancora più evidente. 

Com’è bello far l’amore da Trieste in giù
L’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu
E se ti lascia lo sai che si fa
Trovi un altro più bello
Che problemi non ha

Non è infatti un caso che molte letture successive abbiano visto nel repertorio di Carrà una matrice importante per la sua ricezione queer e per la sua trasformazione in icona culturale transgenerazionale: non per un programma esplicito, quanto per la costruzione di uno spazio discorsivo aperto.

Pedro (1980)

Concludiamo questo breve carosello con Pedro (1980). Nata all’interno di un contesto televisivo e discografico preciso, la canzone riemerge oggi in circuiti digitali e piattaforme streaming attraverso forme di riattivazione che non passano più dalla televisione, ma da logiche algoritmiche e remix culturali. Nel 2024 infatti, una nuova circolazione del brano ha riportato Carrà nelle classifiche di streaming, segnalando una continuità inattesa tra televisione generalista e cultura algoritmica.

Mi sono innamorata seduta stante
Di Pedro, Pedro, Pedro di Santa Fè
Mi ha sconvolto le vacanze, m’ha stregata
Non faccio che pensare a Pedro Pè
Pedro, Pedro, Pedro, Pedro, Pedro, Pè
Praticamente il meglio di Santa Fè
Pedro, Pedro, Pedro, Pedro, Pè
Tornerò da te

Rileggere queste canzoni oggi non significa proporre una biografia lineare. Piuttosto, tentare di evidenziare un sistema nel quale la canzone non è mai neutra, o isolata. E’ per questo motivo che la figura di Carrà assume una rilevanza teorica, oltre che storica: contesto, immagini, corpi e dispositivi di trasmissione hanno permesso al suo pop di non limitarsi a “suonare”. 

Raffaella Carrà non ha quindi solo rappresentato un’epoca, ma si è (ri)fatta presente, icona del nostro orizzonte culturale.

Raffaella Carrà una festa infinita: oggi avrebbe fatto 83 anni