In un’epoca in cui le etichette musicali sembrano diventare sempre più strette, c’è chi decide di crearne una nuova. È il caso di Bais, che con “Radical POP” non solo firma il suo nuovo album, ma lancia anche una dichiarazione d’intenti: trasformare il pop in una forma d’urgenza espressiva, radicale appunto. Un progetto nato dall’inquietudine generazionale, nutrito da influenze internazionali come Porches e gli Strokes, ma anche radicato nella grande tradizione cantautorale italiana.
Insieme al produttore Carlo, l’artista fonde chitarre distorte e testi introspettivi, in un equilibrio instabile ma affascinante. E mentre il vinile torna protagonista come gesto di resistenza contro l’evanescenza dello streaming, Radical POP si impone come un’opera fuori dagli schemi, elettrica e sincera. Ce ne parla in questa intervista.

Radical Pop è il tuo nuovo album, ma ha anche un titolo che sembra un po’ una dichiarazione. Cosa rappresenta per te la “pop radicalità”?
Radical Pop è un genere inventato (così finalmente posso rispondere a quelli che mi chiedono che genere faccio) e rappresenta uno stimolo, una reazione a questi tempi; a questa ansia del futuro generazionale che sento molto pure io.
Sei sempre stato un artista eclettico. Quali sono state le tue principali ispirazioni per “Radical POP” e come hai tradotto queste influenze nel suono dell’album?
Le principali ispirazioni per questo disco sono state, Porches, che un’artista newyorkese, gli Strokes e, dal punto di vista della scrittura dei testi, ho ascoltato molto musica italiana, dai cantautori Dalla, Battisti, Paolo Conte…Queste influenze abbiamo cercato di tradurle nel disco Io e Carlo partendo appunto da alcuni ascolti che ci piacevano (degli ascolti in comune) e abbiamo provato ad accostare a questa scrittura italiana e cantautorale, una produzione e dei suoni molto più internazionali e contrastanti.

L’album segna anche un’importante novità per te: l’uscita del vinile. Cosa significa per un artista oggi pubblicare un album su questo formato?
Beh, è una cosa molto bella, che aspettavo da tanto tempo. È un po’ una forma di resistenza in questo mondo musicale liquido, in cui non riesci ad atterrare, a toccare, quindi spero che si possano sempre di più stampare vinili.
Parlando di “pop”, il tuo approccio a questo genere sembra essere molto personale, lontano dalla “musica pop commerciale” che spesso invade le radio. Come riesci a mantenere questa coerenza stilistica?
Diciamo che non penso molto alla coerenza, ma cerco di fare sempre quello che mi piace, senza pensare al fatto che sia coerente o meno, ma soltanto ad essere fiero e felice della musica che scrivo.

Nel panorama musicale italiano, da anni molti artisti stanno riscoprendo il vinile, un formato che sembrava superato. Pensi che questa riscoperta potrà rivelare un ritorno all’ascolto “attivo” della musica, contro la fruizione frenetica e superficiale delle playlist digitali?
Beh, sicuramente me lo auguro, ma non credo che il ritorno del vinile, che è comunque già tornato da un po’ di anni, possa cambiare questa tendenza, che è molto più grande e radicata della musica in sé e del modo in cui si ascolta la musica.


C’è una traccia di Radical POP che per te rappresenta meglio l’essenza dell’album?
Credo “Silicone”. Diciamo che il pezzo è nato come una ballad di chitarra a voce; e poi quando l’abbiamo prodotto è diventato in pezzo più aspro e distorto del disco, racchiudendo in sé l’essenza di Radical POP e questo contrasto e ambiguità sonora.
Se dovessi descrivere Radical POP con tre parole, quali sceglieresti?
Sceglierei “Ossimoro”, “Elettricità” e “Tacco”.