L’essenza profondamente sperimentale di Labrinth, nome d’arte del cantante e compositore britannico Timothy Lee McKenzie, è da sempre stata la sua intrepida cifra distintiva.
Sin dai tempi di Electronic Earth (2012), fino ad arrivare al suo ultimo lavoro discografico Ends & Begins (2023) l’anima acustica del progetto, espressa attraverso imponenti e al tempo stesso ossee parti corali e dalla sua ipnotica voce soul, ha sempre trovato una distonica, ma incredibile armonia con quella elettronica e cinematica.

Con l’uscita, lo scorso 19 settembre, dell’EP “Prelude” che anticipa il nuovo album che ascolteremo probabilmente il prossimo anno, Labrinth sembra però darci assaggio di qualcosa di radicalmente diverso, che raccoglie i tratti più sperimentali delle sue opere per lanciarsi verso un capitolo creativo diverso.


Finti climax, mantra distorti che, da soli, fanno l’opening, gospel choirs massicci appoggiati solo sulla loro forza e sovvertimenti strutturali. Insomma, È verosimile pensare, quindi, che questo “preludio” sia un modo di Labrinth per farci sbirciare dietro al sipario del suo nuovo mondo chiedendoci di essere preparati a qualcosa che anche lui sfiora per la prima volta. D’altra parte, non è difficile leggere in questi 15 minuti di armonie virtuosistiche anche una dichiarazione di assoluta e spudorata libertà espressiva, che da sempre (e con la stima di tutta l’industria) rivendica.