Il 15 luglio 1989, nel cuore pulsante di Venezia, si è tenuto l’ultimo concerto dei Pink Floyd in Italia, uno degli eventi musicali più controversi e memorabili. Il leggendario gruppo britannico si esibì su un palco galleggiante nel bacino di San Marco in occasione della Festa del Redentore, davanti a una folla stimata in oltre 200.000 persone. La cornice era mozzafiato: il palco, una mastodontica piattaforma alta 24 metri e lunga 90 per 30, trainata da una chiatta, galleggiava tra i riflessi della laguna, di fronte al Palazzo Ducale e con le spalle alla Chiesa del Redentore. Una scelta d’impatto che non mancò di suscitare reazioni contrastanti tra i veneziani, divisi tra entusiasmo e critiche.

Il concerto, trasmesso in diretta televisiva in ventitré paesi, fu pensato come un grande evento mediatico globale. Una performance trasformatasi in uno show potente, visivamente affascinante, concluso con un’esplosione di fuochi d’artificio che si fusero con l’ultima nota della band, illuminando l’intera laguna. Ma dietro quell’immagine da cartolina si nascondevano gravi criticità organizzative. 

La città non fu preparata a un afflusso di pubblico di tale portata, infatti, i servizi essenziali si rivelarono del tutto inadeguati. Molti bar e locali chiusero preventivamente, sapendo che le forze dell’ordine non sarebbero riuscite a garantire la sicurezza. Al termine della notte, Venezia si risvegliò coperta di rifiuti e piazza San Marco fu letteralmente invasa da tonnellate di immondizia e da segni evidenti di degrado. Il giorno dopo, l’atmosfera festosa lasciò spazio a una durissima polemica politica e cittadina.

Nonostante i mesi di lavoro tecnico e logistico — la piattaforma fu progettata e costruita in tre mesi, con backstage, uffici e mensa — la scelta di privilegiare l’impatto mediatico rispetto alle esigenze della città e dei suoi abitanti lasciò una ferita difficile da rimarginare. Quel giorno Venezia rivelò una fragilità nell’affrontare eventi di portata mondiale, una condizione che resta attuale ancora oggi.

Nati nel 1965 nella fervente scena musicale londinese, i Pink Floyd sono diventati i maestri indiscussi del concept album, del rock psichedelico, progressivo, e delle opere rock, creando veri e propri capolavori che hanno ridefinito il modo di ascoltare e vivere la musica. La loro lunga storia artistica ha avuto un legame profondo anche con l’Italia, paese in cui si erano già esibiti più volte prima del concerto di Venezia. Indimenticabile il tour del 1988, A Momentary Lapse of Reason, con tappe a Torino, Modena, Roma e Udine, così come il celebre Live at Pompeii del 1971, performance iconica ambientata tra le rovine dell’anfiteatro romano, senza pubblico, trasformata in un’esperienza audiovisiva senza tempo.

I Pink Floyd hanno sempre scelto con cura i luoghi dove suonare, consapevoli che paesaggi e architetture avessero un impatto visivo e simbolico potente, contribuendo alla loro estetica sonora e filosofica. Dalle prime esplorazioni guidate da Syd Barrett alle vette artistiche raggiunte con The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, Animals e The Wall, la band ha saputo fondere suoni, idee e immagini, portando la musica rock a livelli narrativi ed emotivi mai visti prima.

Foto di Vintag.es

Pink Floyd a Venezia: 36 anni dall’ultima tappa italiana