Dal rap al freestyle, fino a un periodo di silenzio dedicato alla ricerca personale. Il percorso di Piccolo G, nome d’arte di Giovanni Rinaldi, è fatto di diverse identità e cambiamenti.
È tornato quest’anno con Cosa causa questo caos?, il suo nuovo progetto, nato da un modo diverso di vivere la musica e di condividerla con altri musicisti. Un disco che arriva dopo una fase di trasformazione e che racconta un Piccolo G più consapevole, libero dalle etichette e forse ancora più vicino a Giovanni.
Abbiamo parlato con lui di musica, di quello che è successo dopo Amici e del bisogno di fermarsi che, a volte, può essere l’unico modo per ritrovare se stessi.

Partirei dal titolo del tuo nuovo disco: Cosa causa questo caos?. Oggi, dopo tutto il percorso che hai fatto, hai trovato una risposta a questa domanda?
Il “caos” nasce da quello che ricevo e dell’idea che ho di ciò che sta succedendo nel mondo oggi, un caos greco, che distrugge ma che fornisce anche la possibilità ricostruire. Tante vecchie credenze ad oggi si stanno sfasciando o modellando lasciando spazio a qualcosa di nuovo. Nel tempo ho capito quanto sia importante vivere sempre con uno sguardo di speranza proiettato verso il futuro. Caos quindi non solo come distruzione ma come qualcosa che potrebbe portare ad una rinascita, in grado di rigenerare.
Sei partito dal rap e dal freestyle, poi sei passato attraverso Amici e oggi la tua musica sembra muoversi verso una dimensione molto più cantautorale. Quando hai capito che non volevi più essere definito da un solo genere?
Con la maturazione e la crescita. Mi sono allontanato dall’idea del racconto dell’io e di me stesso e mi sono avvicinato alla musica come mezzo in grado di raccontare qualcosa di più. Del rap avevo amato la possibilità di raccontarmi e ringrazio ancora chi racconta le storie della propria vita.
Con il tempo sono cambiati i miei punti di riferimento, adesso cerco non solo di esprimere ciò che sento ma dei concetti, attraverso lo studio e l’approfondimento.
E chi sono ad oggi i tuoi punti di riferimento? Colui che più di tutti mi ha portato a interessarmi ad “altro” è Franco Battiato: incredibile come oltre che della musica abbia moltissime conoscenze, di lui ho letto anche i mistici che lo hanno influenzato. Quel tipo di credenze ad oggi non ci sono più, ormai si rimane molto in superficie.

Durante questo periodo hai anche iniziato a lavorare in maniera diversa, insieme a una band e al cosiddetto “Casolare”. Quanto è cambiato il tuo modo di scrivere quando hai smesso di essere solo tu davanti a una canzone?
Ad oggi sono molto più severo, un brano non lo lascio più fluire con l’istinto, cerco di partire da un titolo, un tema che studio e che ovviamente punto a far mio. Prima scrivevo molto più istintivamente ora c’è dello studio, è una scrittura sicuramente un po’ più dettata, quasi analitica.

C’è una parte di questo disco che non sarebbe mai esistita se non avessi avuto intorno queste persone?
Le persone intorno a me sono state fondamentali. Prima vivevo questa missione musicale con molta rabbia, come se fosse un mio segreto, una missione solitaria da conservare. Negli ultimi anni sto capendo invece quanto sia importante far entrare altre persone in questo mio viaggio. Tutti i brani del nuovo album sono partiti da una mia idea ma hanno preso forma solo grazie alle persone che mi hanno circondato. É stato un disco creato in residenze artistiche nelle Marche e da un gruppo composto da soli marchigiani. Ci siamo trovati in questo casolare in mezzo al nulla, vicino al mare e alla natura. Ci svegliavamo la mattina con il rumore degli uccelli – è stato un processo contemplativo.
Sei cresciuto nelle Marche, ma hai vissuto anche la scena musicale milanese. Quanto la distanza da casa ha cambiato il tuo modo di guardare alle tue origini e quanto invece le Marche sono ancora dentro la tua musica?
Tantissimo. Dirò una cosa banale ma i rapporti con la mia terra e i miei affetti si sono rafforzati. La distanza ha creato più presenza, ho riscoperto dei luoghi e capito l’importanza di alcune persone proprio grazie a quella distanza che in qualche modo doveva essere colmata. Non è un caso che il mio primo disco sia stato fatto proprio lì.

Se togliessimo tutto quello che c’è intorno – Piccolo G, Amici, il palco, il pubblico – chi è oggi Giovanni Rinaldi?
Una persona meno arrabbiata e molto più curiosa. Ad oggi ho meno paura del vuoto e anzi di quel vuoto lì ne faccio le mie giornate, mi incuriosisco di tutto ciò che mi interessa e che capta la mia attenzione e cerco di capirne l’esistenza. Mi servo della musica come un mezzo per capire di più la realtà.
Forse è proprio qui che si incontrano il caos di cui parla Piccolo G e la persona che Giovanni Rinaldi sta diventando. Non nella ricerca di risposte definitive, ma nella possibilità di restare dentro le domande, lasciarsi incuriosire da ciò che ancora non si conosce e trasformarlo in musica. Dopo il silenzio e la distanza, Cosa causa questo caos? segna un nuovo passaggio del suo percorso: un modo diverso di attraversare ciò che cambia, con meno rabbia e più spazio per scoprire.