Negli ultimi anni, sempre più artisti e artiste hanno scelto di collaborare tra loro dando vita ai cosiddetti “featuring”, termine inglese ormai entrato nel linguaggio comune, che deriva dal verbo to feature, ovvero “mettere in evidenza” o “presentare come elemento di rilievo”. Nel contesto musicale, ha assunto un significato preciso: indica la presenza di un artista ospite (guest) all’interno di un brano o di un album realizzato da un artista principale (host), con un ruolo che arricchisce ma non stravolge l’identità del progetto. Una dinamica ben diversa dal classico duetto, in cui i due interpreti condividono lo stesso peso artistico.

Oggi il featuring è così diffuso che quasi non ci si fa più caso. Ma quando è nata davvero questa tendenza? E soprattutto: è possibile risalire al primo featuring della storia? Proviamo a scoprirlo.

Digitando letteralmente “primo featuring della storia”, i risultati sono praticamente zero. Un dato che ci suggerisce quanto sia difficile, se non impossibile, stabilire il momento in cui gli artisti hanno cominciato a collaborare tra loro.

Nel jazz, ad esempio, la dimensione collettiva è insita nel genere e rende difficile identificare una gerarchia fissa tra host e guest. Spesso infatti il bandleader sceglie i musicisti in base a una specifica performance o registrazione e anche un artista affermato può trovarsi a essere il semplice “feat.” in un progetto altrui. 

Secondo alcuni però, il feat, così come lo intendiamo oggi, nasce insieme alla cultura hip hop, negli anni ’70. Questo perché la collaborazione non è solo un dettaglio stilistico del genere, ma parte integrante della sua filosofia: l’hip hop nasce infatti come movimento collettivo, comunitario, in cui l’idea di crew è centrale (Wu-Tang Clan, N.W.A., ecc.), e diventa quindi naturale che più artisti si esibiscano sullo stesso beat. A rendere ancora più facile questa pratica è anche la struttura modulare delle canzoni rap, spesso formate da strofa (16 battute) – ritornello – strofa, e il fatto che le strofe siano “parlate”: l’artista ospite non ha bisogno di adattarsi a una melodia precisa, ma solo di seguire il tempo e il flow metrico, integrandosi sul beat dell’host. Ovviamente esistono anche casi in cui beat e struttura vengono adattati per valorizzare le caratteristiche di entrambi gli artisti.

Questa predisposizione all’apertura ha portato il genere alla contaminazione, dando vita a prodotti musicali capaci di stravolgere le classifiche di mezzo mondo. Tra questi, uno dei casi più emblematici è Walk This Way (1986), risultato della collaborazione tra i Run-D.M.C. e Steven Tyler: un remake del celebre brano degli Aerosmith del 1975, diventato il primo vero esempio di rap rock e simbolo della parentela tra due mondi solo apparentemente distanti.

Oltre a leggere la collaborazione nel suo senso più “poetico”,  come forma di contaminazione e aggregazione, è interessante considerarla anche da una prospettiva più commerciale. Scegliere di coinvolgere un altro artista all’interno di un brano o di un album significa infatti espandere il bacino d’ascolto del proprio prodotto, puntando a ottenere più stream, maggiore visibilità e, in definitiva, più successo. È un aspetto che spesso guida, e motiva, la scelta delle collaborazioni.

Uno studio condotto da Joseph C. Nunes e Anastasia Nanni, che ha analizzato le canzoni entrate tra il 1996 e il 2018 nella Top 10 della Billboard Hot 100 (la classifica di riferimento dell’industria discografica americana), ha mostrato come i brani con uno o più featuring abbiano avuto una probabilità più alta di entrare in classifica: il 18,4% contro il 13,9% delle canzoni senza collaborazioni.

Il featuring si conferma un’efficace strategia commerciale, sia per gli artisti affermati, che possono affiancarsi a nomi più giovani per rinnovare la propria immagine, sia per quelli emergenti, che hanno così l’occasione di farsi conoscere da un pubblico più ampio, sfruttando la notorietà del proprio “host”. Un’esposizione oggi ulteriormente amplificata dalle piattaforme di streaming, che permettono al brano di comparire contemporaneamente nei profili di entrambi gli artisti, unendo in parte i dati di ascolto e consentendo al pezzo di entrare in più cluster di raccomandazione. A questo si aggiungono le playlist editoriali e collaborative: ad esempio, un artista rap che collabora con uno country può finire sia in una playlist hip hop/rap, sia in una destinata agli appassionati di country. 

The Weeknd e ROSALÍA

Il risultato di queste dinamiche è ben visibile anche nel panorama italiano. Basti pensare alla recente proliferazione di featuring tra i grandi miti degli anni ’60-’70 e i cantanti mainstream contemporanei. Alla base di queste collaborazioni c’è sicuramente una stima reciproca, ma anche una precisa strategia: l’artista affermato può tornare sotto i riflettori, mentre quello contemporaneo ha l’opportunità di avvicinarsi a un pubblico più adulto, altrimenti difficile da intercettare.

Lo stesso meccanismo si ritrova in molti album ricchi di collaborazioni, dove gli artisti coinvolgono colleghi affini per rafforzare la propria identità musicale, oppure nomi lontani dal proprio genere per ampliare il bacino d’ascolto e aumentare le possibilità di streaming. E se tutto questo accade, è anche perché alla base esiste un problema più ampio: quello della remunerazione degli artisti… ma questa è un’altra storia.

Come tutti i grandi fenomeni quindi, anche il featuring ha i suoi lati luminosi e le sue ombre: alcuni fan vivono le collaborazioni in modo entusiasta, felici di vedere i propri artisti preferiti affiancati ad altri miti del genere; altri, invece, possono restare delusi quando la propria star del cuore si apre a pubblici più ampi per fini commerciali, perdendo, almeno in parte, quelle identità che li aveva conquistati.

In ogni caso, le collaborazioni ci hanno regalato negli anni delle perle incredibili, che abbiamo messo tra i nostri brani preferiti e nelle nostre migliori playlist. Come dimenticare ad esempio Under Pressure, che a suo tempo aveva messo insieme i Queen e David Bowie?

E voi? Qual è il vostro feat. del cuore? ❤️

Piccola storia del featuring e di come si è diffuso