Con “Opopomoz”, uscito il 14 novembre per Bomba Dischi/WEA, Sano firma il suo debutto solista dopo anni di ricerca dentro e fuori il collettivo Thru Collected. Un lavoro scritto, composto e prodotto insieme a Rainer Monaco e Drast, in cui la penna diretta e istintiva di Sano trova una nuova chiarezza, senza rinunciare all’urgenza che l’ha sempre contraddistinto.
Il disco attraversa cantautorato, rap, urban napoletano e derive della trap, ma soprattutto racconta un’esigenza: fare ordine, riformulare la propria identità artistica, trovare un linguaggio immediato senza abbandonare le radici underground. “Opopomoz” prende il nome dalla formula magica del film di Enzo D’Alò, trasformandola in una sorta di metafora di passaggio e consapevolezza: un salto nel pop senza chiedere permesso, ma senza smettere di essere se stessi.
“Opopomoz” è per te una metafora artistica. In che modo questo viaggio ti ha aiutato a riorganizzare la tua identità tra radici underground e una nuova attitudine più pop, se così si può dire?
Opopomoz non è una transizione al pop. Io faccio la stessa cosa da sempre. È chiaro che da fuori, essendo la prima volta che interpreto tutto da solo, può sembrare che ci sia un cambio di direzione. Però non era quello il mio intento. Poi “pop”, che significa? Mi diverte che venga percepito così, ma alla fine sono sempre io.

Nel disco torni spesso ai temi della gioventù che si consuma in tempo reale, tra lucidità e autodistruzione. Qual è il momento della tua vita più vicino a questa narrazione?
Probabilmente l’ultimo periodo del liceo. Sono molto affezionato a quegli anni: erano intensi, mi sentivo giovane e parte di una comunità. È una cosa che poi finisce, non puoi tornarci. Ho questo sogno ricorrente dell’ultimo giorno di liceo: penso “devo viverlo”, perché percepivo che fosse un tempo limitato. Ogni tanto mi torna.
Brani come “Privilegio Stupendo” e “La Prima Notte Insieme” sembrano parlare di relazioni intense e contraddittorie. Cosa volevi raccontare dell’amore e delle sue zone grigie?
In realtà nessuna delle due è una vera canzone d’amore. “Privilegio Stupendo” è quasi una canzone anticapitalista. Il gioco del disco era prendere la forma della canzone italiana, che spesso parla d’amore, e infilarci dentro altro: parallelismi più crudi, temi diversi, usando il linguaggio del sentimentalismo. Dell’amore parlo poco e quando lo faccio è un rapporto conflittuale… non con la mia ragazza, che salutiamo (ride), ma proprio col concetto.

Napoli è ovunque nel disco, senza essere mai dichiarata. Che ruolo ha oggi la città nel tuo modo di scrivere?
Napoli in generale ha un ruolo che non decido io: semplicemente vivo a Napoli, racconto quello che mi succede e, inevitabilmente, anche le cose che accadono in città entrano nelle mie storie. Però non mi sento né il portatore della bandiera di Napoli, né il napoletano che vuole raccontarsi come tale. Ci tengo a precisare che inevitabilmente, essendo qui, alcune cose emergono. Ad esempio, c’è una canzone napoletana in questo disco, in cui nomino alcuni posti perché vivo lì, ma non l’ho mai scritta “su Napoli”. Se mai capiterà di scriverla, quando lo farò, non so ancora cosa dirò.
Hai scritto e prodotto il disco con Rainer Monaco e Drast. Qual è stata la scintilla creativa che ha fatto funzionare questo trio?
Con Rainer lavoro da anni: è un amico e portarlo con me in questo viaggio era naturale.
Con Marco (Drast) ci conosciamo da dieci anni, ma i nostri percorsi erano sempre stati su piani diversi. Un giorno è venuto a Napoli e abbiamo scritto una canzone insieme, cantata da lui. Ci siamo trovati, allora gli ho chiesto di scrivere con me il nuovo disco degli Psicologi. Alla fine abbiamo fatto sette pezzi insieme. Intanto io stavo capendo nuove cose sul mio modo di scrivere, grazie anche al loro approccio.
Quando ho fatto “Calore”, il primo singolo del disco, l’ho fatta sentire a Marco e poi a Bomba Dischi. Tutti hanno detto: “Ok, qui c’è qualcosa.” Da lì abbiamo capito che potevo fare un album da solista. E la lavorazione è stata molto spontanea: andavo a casa sua, dormivo sul divano, giocavamo alla PlayStation e facevamo musica. Mai una sessione formale.


C’è stata una traccia che ti ha fatto capire: “Ok, ho chiuso il disco”?
Forse Opopomoz, che è anche l’ultima che ho scritto. Fare un disco da solo è stata una responsabilità nuova: dovevo decidere tutto io, dal titolo alla copertina. Non ero abituato. A un certo punto mi sono chiuso in stanza con fogli di carta riciclata (perché noi pensiamo all’ambiente!) e ho iniziato a mettere ordine. Quando è arrivata Opopomoz ho sentito che avevo un centro: era il tassello che mancava.
In “Opopomoz” c’è un immaginario molto netto e fisico. È più metafora o autobiografia?
Quella canzone è più autobiografica delle altre. Avevo bisogno di qualcosa di più rap, più di pancia. Però resta anche metaforica: alcune cose sono successe, altre no. È quel tipo di scrittura lì: reale, ma deformata.

Chiudi il disco con “Thru”, un ritorno alle origini. Dopo questo debutto solista, come senti oggi il rapporto tra la tua dimensione individuale e quella comunitaria?
È un equilibrio che sto imparando a gestire. Venire da una realtà collettiva ti insegna a dividere responsabilità e visioni. Farlo da solo, invece, ti costringe a essere lucido, a prendere decisioni anche scomode. Ho dovuto affrontare delle responsabilità che prima non conoscevo, cioè gestire tutto da solo. Quando sei proprio da solo, devi decidere tutto da solo. Se non sei abituato, è difficile: devi dare l’ultima parola, raggiungere una lucidità e una freddezza tali da essere cinico a volte. Se non ti appartiene, se sei più portato a mediare o a pacificare le situazioni, diventa davvero difficile.
Per esempio, riguardo al titolo, alla copertina e a tutte queste scelte, c’è stato un momento in cui mi sono chiuso in camera mia, e ho iniziato, insomma, ad organizzare tutto da solo.
Alla fine tutto questo è stato un percorso di crescita. Ti stacchi dalle persone che ti hanno dato tanto e arrivi a realizzare un prodotto che senti davvero tuo.