Ipnotico con la sola presenza del proprio corpo sul palco, incarnazione del ritmo attraverso ogni suo nervo e pezzo di carne – dai piedi svelti e agili, alle corde vocali in grado di cantare qualsiasi brano, fino ai grandi ed espressivi occhi rimarcati di eyeliner nero, potente e dolce insieme nell’incedere, nel parlare, nell’occupare lo spazio intorno a lui: Michael Jackson è una personalità di quelle che capitano una volta sola nella storia, e ricordarlo, a 17 anni dalla sua scomparsa, è un compito difficile, ma doveroso.

Tanto più in un momento come questo, in cui il biopic realizzato sulla sua vita si appresta a diventare il film biografico con il maggior incasso di sempre e canzoni come Billie Jean continuano a scansare le giovani popstar dalla cima delle classifiche. Per fare in modo che questo periodo non sia solo un’ondata nostalgica collettiva, ma diventi un’opportunità per riscoprire veramente l’artista e l’uomo, e ciò che l’ha reso l’inventore del pop per come lo conosciamo oggi. 

Perfezione e dolore: una vita di estremi

Siamo onesti: una figura così rilevante e sfaccettata può essere avvicinata solo con il massimo rispetto e con la consapevolezza che non se ne riuscirà mai a dare un quadro esaustivo. Il tentativo qui, semmai, è quello di illuminare alcuni tratti, di far emergere delle particolarità che possono colpire, incuriosire e far comprendere qualcosa in più.

E una delle prime cose che si avverte, avvicinandosi a Micheal, è che all’apoteosi del talento, del perfezionismo, dell’essere performer, sono corrisposte altrettanto intense ferite, ombre e sfortune lungo tutto il corso della vita. Un continuo e sofferente passaggio tra luce e buio, tra bianco e nero (per fare il verso ad una sua celebre canzone), tra successo e dolore. Non come nell’esistenza di tutti noi, bensì all’estremo: tutto sotto i riflettori, tutto nel giro di appena 50 anni.

Riascoltare la sua produzione, guardare le sue esibizioni e le poche interviste concesse con questa consapevolezza aggiunge in qualche modo un velo di malinconia, mescolando l’ammirazione con la percezione di una sensibilità e di un dolore fuori dal comune e forse mai veramente presi in carico, compresi e guariti.

Michael Jackson è la quintessenza del pop

La sua grandezza artistica, quella sì, è sempre stata lampante e sotto gli occhi di tutti. Nella sfera musicale, già dall’infanzia trascorsa coi fratelli nei Jackson 5, Michael ha lasciato il suo segno in numerosissimi successi, e nella sua vera e propria produzione solista ha saputo creare opere senza tempo in collaborazione con i migliori produttori e musicisti dei decenni che ha attraversato, che suonano ancora splendidamente attuali e che sono allo stesso tempo istantaneamente riconducibili all’unicità della sua figura artistica. Con la sua voce sempre perfettamente controllata, a tratti sottile come un sospiro, a tratti forte come un pugno, le sue canzoni hanno unito pop, R&B, funk, rock, new jack swing e soul, creando il solco sul quale buona parte del pop attuale di alto livello si basa ancora oggi – e lo sentiamo nella voce di Bruno Mars, negli album di The Weekend, nelle scelte stilistiche di Lady Gaga.

Un artista da ascoltare con gli occhi: la danza secondo il Re del Pop

Tuttavia, il Re del Pop rimane impareggiabile, per un motivo in particolare: sembra assurdo, ma ascoltarlo è quasi limitante – questo perché era (ed è) un artista da guardare e godersi con gli occhi.

Michael era un ballerino eccezionale, e a lui, come tutti sanno, si deve la fama di passi come il moonwalk, il toe stand o l’anti-gravity lean di Smooth Criminal – movimenti scelti e curati nel minimo dettaglio per creare illusione, stupefazione e, come amava dire lui stesso, magia. 

Ma la danza era qualcosa di più quando performata da lui: Michael Jackson usava il suo corpo come prolungamento della sua voce e viceversa. Lui suonava con i passi, usava la totalità della sua persona sulla scena per interpretare il movimento e trasmettere ritmo ed emozione. Lo diceva apertamente: “Pensare è il più grande errore che un ballerino possa fare. Devi sentire. Così diventi il basso, diventi la fanfara, diventi il clarinetto e il flauto e gli archi e la batteria”. Ecco, con questa prospettiva in mente, riguardare le esibizioni – specialmente quelle dal vivo, sempre impeccabili – potrà diventare un’esperienza stupefacente, in grado persino di commuovere, nel senso più proprio di “mettere in movimento” insieme all’artista e sentire veramente quello che voleva comunicare.

Stile, cinema e visione

L’eccellenza in questi ambiti non gli bastava: Michael Jackson aveva capito perfettamente che, per lasciare il segno, sarebbe dovuto diventare riconoscibile anche da un solo dettaglio. Il guanto in una sola mano, i mocassini con le calze bianche, il borsalino, la fascia sul braccio, e persino i cerotti sui polpastrelli: tutti questi elementi stilistici rispondevano principalmente ad un’esigenza comunicativa – quella di essere immediatamente visibile, identificabile e unico, circondato costantemente da un alone di mistero e fascino.

La sua lungimiranza ha toccato notoriamente anche la sfera dei video musicali, che grazie alla sua visione sono diventate veri e propri corti cinematografici diretti dai più grandi registi al mondo (tra gli altri, John Landis, Martin Scorsese, Spike Lee, David Fincher, Francis Ford Coppola), capaci di ridefinire il mercato e gli stilemi del genere. 

L’artista e l’uomo

Sembra chiaro che, quando si parla di Michael Jackson, non si parla di qualcuno che si è limitato a seguire le regole dello show business, ma si parla di chi quelle regole le ha inventate

Il (non per niente) Re del Pop è ancora così influente oggi perché ha definito egli stesso, tra i primi, ciò che una pop star deve fare per essere considerata tale e per eccellere. E comunque, la sua capacità di unire musica, danza, moda ed energia creativa rimane ineguagliata, per livello di dedizione, performance e consenso internazionale ottenuto.

Tutto questo assume significati ancora più sfaccettati quando poi, anche solo grazie agli accenni del biopic Michael, si inizia a scoprire la storia personale oltre l’artista.

Quella di un bambino di 5 anni gettato sulla scena musicale per via di incredibili doti innate, “addestrato” al duro lavoro con la violenza di un padre padrone, per arrivare all’eccellenza. E poi quella di un ragazzo cresciuto, tanto solo quanto perfettamente padrone delle sue capacità e con una visione limpida di dove volesse arrivare e di come volesse essere considerato, manifestata incredibilmente con frasi ed esercizi auto-motivazionali prima che questa pratica diventasse virale. E ancora, quella di un uomo dolorante, isolato, impegnato come sempre a lottare per le cause in cui credeva e costretto a fermarsi a causa dei ben noti problemi giudiziari, che lo hanno segnato almeno fino alla sua completa assoluzione. 

Riscoprire Michael Jackson a 17 anni dalla sua morte è un’esperienza potente. Ti elettrizza, ti incolla allo schermo, ti fa ballare, ma ti spezza anche il cuore, e ti fa capire quanto deve essere stato difficile essere un semidio in terra – uomo con luci e ombre nel privato e Re davanti a tutti, in bilico tra il continuo tentativo di ricostruire l’infanzia che non aveva mai avuto e i sacrifici per rendere la sua vita un’opera d’arte.

Before you judge me
Try hard to love me
Look within your heart then ask
Have you seen my childhood?
(Childhood, Michael Jackson, 1995)

Oggi sono 17 anni senza Michael Jackson