Siamo abituati a vedere i festival attraverso immagini sempre uguali: il pubblico con le mani alzate, le luci che attraversano il fumo, il momento in cui l’artista sale sul palco. Sono fotografie che raccontano quello che succede durante un concerto. A Nextones, festival site-specific che si svolgerà dal 16 al 19 luglio 2026 in Val d’Ossola, invece, gran parte del racconto nasce anche da quello che succede prima del live.
Rocce levigate dall’acqua, ragnatele, muschio, dettagli della vegetazione e pareti di granito diventano gli elementi centrali dell’identità visiva del festival, quasi a suggerire che la musica inizi molto prima della prima nota.


Un festival costruito intorno ai luoghi
Negli ultimi anni sempre più festival hanno iniziato a prestare attenzione alla propria identità visiva. Non basta più annunciare una line up: ogni manifestazione cerca di costruire un immaginario riconoscibile, fatto di colori, fotografie e linguaggi capaci di raccontarne la personalità.
Nextones percorre una strada diversa. Invece di mettere al centro gli artisti, sceglie di raccontare il territorio che li ospita. L’identità fotografica dell’edizione 2026, firmata da Rachele Daminelli, nasce infatti dall’osservazione del micro-paesaggio della Val d’Ossola: superfici di pietra modellate dal tempo, corsi d’acqua, vegetazione spontanea e dettagli naturali diventano parte integrante della comunicazione del festival.
Non è soltanto una scelta estetica. È il modo attraverso cui il festival dichiara, ancora prima di aprire i cancelli, quale sarà il suo rapporto con il luogo.





Nextones 2026: quando il paesaggio diventa parte della musica
La definizione di festival site-specific non riguarda soltanto la scelta di location particolari.
Nel caso di Nextones 2026 significa progettare concerti, performance e installazioni pensando alle caratteristiche fisiche degli spazi che le ospitano. Le cave di granito di Oira, gli Orridi di Uriezzo, le Terme di Premia, il borgo medievale e gli altri luoghi coinvolti non rappresentano semplicemente scenografie suggestive, ma ambienti che influenzano direttamente il modo in cui il suono viene percepito.


Foto di Rachele Nani
L’acustica naturale di una cava, il silenzio di un canyon scavato dall’acqua o il riverbero prodotto dalla roccia modificano inevitabilmente l’esperienza d’ascolto, rendendo ogni performance strettamente legata al contesto in cui avviene.
È un approccio che ribalta la logica tradizionale dei festival musicali: non è il luogo ad adattarsi allo spettacolo, ma lo spettacolo a nascere dal luogo.



Una line up che dialoga con il territorio
La stessa programmazione segue questa filosofia.
L’edizione 2026 ospiterà artisti provenienti dalla scena elettronica, sperimentale e audiovisiva internazionale come Aya, Bendik Giske, Moin, Moritz von Oswald, Rian Treanor, Marco Shuttle, Cinna Peyghamy e numerosi altri progetti che da anni lavorano sul rapporto tra suono, spazio e ricerca contemporanea.
Accanto ai concerti trovano spazio installazioni, workshop, escursioni, pratiche di ascolto e performance diffuse sul territorio, costruendo un programma in cui musica, architettura, geologia e paesaggio dialogano continuamente.
Più che un susseguirsi di live, Nextones propone un percorso che attraversa la valle e invita il pubblico a viverla con tempi diversi da quelli di un festival tradizionale.




Forse è proprio qui che la scelta delle fotografie acquista significato. Una ragnatela, una parete di granito o un corso d’acqua non sostituiscono il racconto della musica. Lo anticipano.
Ricordano che il paesaggio non è un semplice sfondo su cui costruire un evento, ma uno degli elementi che contribuiscono a definirne l’identità. In fondo, molte delle performance presentate da Nextones potrebbero esistere soltanto in questi luoghi, perché sono progettate a partire dalle loro caratteristiche fisiche e acustiche.
Le fotografie non mostrano quindi quello che succederà durante il festival, ma tutto ciò che continuerà a esistere anche quando il festival sarà finito. Nextones trasforma così un territorio da semplice location a protagonista dell’esperienza, ricordandoci che, a volte, per ascoltare davvero un luogo bisogna imparare prima a guardarlo.