“Saremo io e te. Accussì. Sarrà p’ semp’ sì.”: stiamo parlando di marito e moglie, ma forse anche di Napoli e dei media italiani. La vittoria della 76esima edizione del Festival di Sanremo da parte del partenopeo Sal Da Vinci è infatti solo l’ultimo di una lunga lista di tasselli che hanno contribuito negli ultimi anni a portare Napoli al centro dei media italiani. Un matrimonio apparentemente indissolubile, una vera e propria riabilitazione, che ha abbracciato cinema, televisione e musica, e che ci parla di vecchi stereotipi e di nuovi racconti stratificati.


O’ sole mio e ‘Na carta sporca: la narrazione stereotipata della città
La narrazione di Napoli è sempre stata fortemente polarizzata intorno a luoghi comuni: da un lato la malavita, la spazzatura, i pericoli; dall’altro il sole, il mare, a’ pizz e o’ Vesuvio. Un luogo da cartolina, con un lato cupo: “O’ sole mio” e “‘Na carta sporca” allo stesso tempo, il Sud di cui fare sfoggio con i turisti ma da bistrattare internamente.
A questo racconto nazionale, tanto superficiale quanto efficace, si è tuttavia sempre contrapposta la voce di coloro che in quella città ci sono nati e ci hanno vissuto per tutta la vita, che hanno sempre espresso accoratamente come Napoli fosse molto di più e come bisognasse andare oltre stanchi stereotipi denigratori. E lo hanno fatto con una rabbia, con un senso di orgoglio, con una sete di rivalsa forse ineguagliati. La già citata “Napule è” di Pino Daniele lo dice chiaramente: “Napoli è un sogno, e lo sa tutto il mondo, ma non sanno la verità”.



2026, Napoli al centro dei media italiani
Facendo un salto al 2026, tutto sembra cambiato: il Festival della Canzone Italiana è vinto da un napoletano con alle spalle 50 anni di carriera che chiude la canzone con un dialettale “Sarrà p’ semp’ sì”, nella serata in cui viene annunciato come nuovo conduttore e direttore artistico della stessa manifestazione Stefano De Martino, showman di Torre Annunziata in onda da anni sulla Rai con la sua “banda” di comici partenopei. In radio passa Geolier che duetta con 50 Cent, mentre le piattaforme lanciano la sesta stagione di Mare fuori. Cosa è successo? Cosa ha reso Napoli così presente e centrale nel panorama mediale italiano?



L’industria televisiva e cinematografica
Facciamo il tentativo di ricostruire cosa è successo negli ultimi anni. L’industria televisiva, in particolare quella di Stato, ha dato un impulso davvero importante alla produzione di programmi e serialità ambientati e girati a Napoli. Fino a poco fa, solamente la soap Un posto al sole riusciva a raccontare una quotidianità sfaccettata e normalizzata della città – e il successo ottenuto avrebbe dovuto già far intuire le potenzialità di un racconto più stratificato di quei luoghi.
Ultimamente, l’elenco si è allungato di molto: Gomorra, Sirene, Non dirlo al mio capo, L’amica geniale, Mare Fuori, Mina Settembre, Il commissario Ricciardi (oltre a tutte le trasmissioni tv molto connotate regionalmente, come Made in Sud, Stasera tutto è possibile, ecc.) hanno contribuito a familiarizzare il pubblico italiano con personaggi variegati, raccontati con una nuova sensibilità verso gli stereotipi – facendo capire, cioè, che con i cliché (che continuano ad esistere) si può giocare, portandoli all’estremo o proponendo nuove letture di essi, arrivando talvolta, nelle opere più sofisticate, a decostruirli.

Se il romanzo di Saviano, con il film e la serie a seguito, ha marcato un passo importante nel neorealismo italiano, la serie Mare Fuori è diventata un vero e proprio fenomeno di costume, un cult capace di coinvolgere il pubblico giovane, conquistare le classifiche musicali con la sua colonna sonora e persino aumentare gli afflussi turistici della città. Il cinema è andato di pari passo: non più solo il “napoletano” dei cinepanettoni, ma titoli più eterogenei come Benvenuti al Sud, Mixed by Erry e Parthenope.

Napoli nell’industria musicale
Parlando di musica, troviamo nel passato la stessa polarizzazione di cui parlavamo più sopra: alla grande canzone napoletana è sempre stato riservato un trattamento d’onore, così come a singole personalità artistiche – pensiamo a Pino Daniele e alla sua band fautrice del “Neapolitan Power”, formata tra gli altri da Tullio De Piscopo e James Senese, oppure a Renzo Arbore e al suo swing ironico; il resto spesso è stato invece liquidato con un disprezzante “neomelodico”.
La situazione sta decisamente cambiando, e sempre più musica napoletana sta penetrando nel mainstream: due progetti, più di tutti, sembrano aver contribuito anche in questo settore a stratificare la conversazione, a mostrare una scena vibrante, diversificata e al passo con i tempi. Stiamo parlando di Liberato, da un lato, e dell’album “Buongiorno” di Gigi D’Alessio dall’altro.

Il primo, con il mistero della sua anonimità e una poetica innovativa, ha avvicinato tantissimi giovani ad un racconto di Napoli ispirazionale – legato in qualche modo alla tradizione, ma elettronico, alternativo, “cool”. Il secondo, invece, ha avuto il pregio di essere lungimirante: D’Alessio, uno degli artisti napoletani più discussi di sempre, ma comunque nazional-popolare, ha deciso di rilanciare i suoi brani più vecchi, quelli pressocché sconosciuti nel resto d’Italia e rigorosamente in dialetto, duettando con un nutrito gruppo di giovani artisti napoletani, anch’essi all’epoca praticamente sconosciuti. Ma stiamo parlando di Geolier, Samurai Jay, LDA: tutti ragazzi divenuti nel giro di poco protagonisti della scena nazionale, anche grazie alla visibilità iniziale data da questo progetto.
Costruire e decostruire stereotipi: i motivi dietro la riabilitazione di Napoli
Trovare le motivazioni di questo processo non è così semplice. Giovanni Minoli, “padre” della sopracitata Un posto al sole, risponde così in un’intervista a Il Riformista: “Napoli ha una caratteristica unica: è una città globale, ma con una fortissima identità locale. […] È una città che si presta alla narrazione, perché ha tutto: bellezza, contraddizioni, passioni, arte, cultura. Chiunque voglia raccontare una storia intensa, trova in Napoli un set naturale, senza bisogno di artifici. […]”.


Queste, insieme a ragioni economiche e logistiche, sono sicuramente alcune delle leve che hanno spinto scrittori, autori e sceneggiatori ad ambientare sempre più opere nel capoluogo campano. La conseguente esposizione del pubblico a molti più prodotti audiovisivi che raccontano la città da punti di vista diversi rispetto al passato ha aiutato a familiarizzare con ambienti e sonorità propri del luogo: ce li siamo trovati attorno, e sono diventati volti amici.
Questo ha generato a catena simpatia, fascinazione e talvolta veri e propri “trend”, che hanno messo in atto un processo importante: hanno fatto sì che le persone attraversassero i cliché, costruiti e decostruiti davanti ai loro occhi, per arrivare ad abbracciare una realtà più viva, cangiante e vibrante. Il senso di rivalsa mostrato dai partenopei si è rivelato non essere solo proverbiale permalosità, ma ha mostrato di avere dietro di sé un mondo sfaccettato, che chiedeva solo di essere preso seriamente.
La vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo rientra in questo processo: il brano portato in gara gioca con gli stereotipi, li mette sul tavolo, ma li fa incarnare dalla voce e dal corpo di un artista con cui si entra facilmente in empatia e che porta con sè una storia ormai familiare al pubblico italiano – quella della rivincita, personale, e allo stesso tempo di un’intera città.