A oltre quindici anni dalla sua scomparsa, Michael Jackson rivive sul grande schermo con Michael, il biopic diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson. Presentato in anteprima mondiale alla Berlinale 2026, il film è stato accolto dalle riviste musicali come “un atto d’amore cinematografico”, promettendo di restituire l’energia, la grazia e la complessità di un artista che ha ridefinito la cultura pop globale.

Michael Jackson: un’ascesa tra disciplina e talento
Il racconto segue la traiettoria di Michael dall’infanzia a Gary, Indiana, fino alla consacrazione planetaria. La prima parte è dominata dalla figura severa del padre, Joe Jackson (interpretato da Colman Domingo), che sottopone i figli a un rigido regime di prove per trasformarli nei “Jackson 5″.
Fuqua mette in scena il talento precoce e la disciplina forzata che hanno plasmato la sensibilità artistica di Michael, mostrando ciò che si cela dietro il suo successo tra la fatica, la pressione e il controllo familiare.
Il racconto si fa più luminoso con l’incontro tra Michael e Quincy Jones (Kendrick Sampson), da cui nascono gli album Off the Wall, Thriller e Bad. Sono le sequenze più spettacolari dove vediamo rappresentate le sale di registrazione, i set dei videoclip, l’esplosione di Billie Jean al Motown 25 del 1983. Fuqua alterna fedeltà filologica e visione pop, con una regia che vibra di luci, movimenti di macchina e dettagli patinati. La danza diventa linguaggio cinematografico, il corpo una macchina narrativa.

L’eredità incarnata da Jaafar Jackson
La scelta di affidare il ruolo principale a Jaafar Jackson, figlio di Jermaine Jackson, inizialmente accolta con scetticismo, si rivela vincente. L’attore restituisce postura, voce e gestualità dello zio senza cadere nella semplice imitazione.
Il film si apre con il Bad Tour, mettendo subito in evidenza un magnetismo scenico sorprendente. Jaafar canta e balla con intensità credibile, fondendo la propria voce con quella originale in un raffinato montaggio sonoro. La somiglianza fisica e il legame familiare trasformano la sua interpretazione in un atto di devozione più che di mimesi.

Uno dei biopic più ambiziosi mai realizzati
“È stato come ascoltare il cuore di mio zio battere di nuovo”, ha dichiarato Fuqua alla Berlinale.
Con un budget di 155 milioni di dollari, Michael è tra i biopic musicali più ambiziosi mai realizzati. Prodotto da Graham King (già dietro Bohemian Rhapsody), insieme a John Branca e John McClain, il film include oltre 30 brani rimasterizzati dai nastri analogici originali. Le coreografie sono affidate a Rich e Tone Talauega, storici collaboratori del cantante.
La ricostruzione visiva e viva degli anni ’80 è meticolosa, ma il film sceglie anche con attenzione cosa raccontare agli spettatori. Le accuse di abusi e i processi degli anni ’90 sono infatti del tutto assenti e le sequenze relative a quel periodo sono state escluse dalla storia per ragioni legali.


Il regista non ignora però alcuni dei momenti più duri nella carriera dell’artista, come il giudizio mediatico e la solitudine di una celebrità intrappolata nel personaggio.
In una scena chiave infatti, Michael sussurra alla camera: “Non ho mai avuto un’infanzia”, osservando un parco giochi vuoto. È il cuore emotivo del film, dove emerge la tensione tra genio artistico e isolamento personale. Alla fine dei titoli di coda, un inquadratura mostra l’ombra di un uomo che esegue il moonwalk e scompare lentamente nella luce. È l’ultimo passo del mito, ma anche la dichiarazione d’amore di un nipote che ha ridato carne e voce a una figura immortale.

Antoine Fuqua firma un film denso, visivamente ipnotico, restituendo alla leggenda la sua aura, ricordando perché quel ragazzo, nato in Indiana, divenne la stella più luminosa del firmamento pop.