In un tempo in cui tutto sembra chiedere risposte immediate, Matteo Alieno, con il suo primo album “stare al mondo”, parte dalle domande e ci racconta la sua personale e instabile via di stare al mondo, tra senso di inadeguatezza, bisogno di movimento e nuove forme di vicinanza.

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Ciao Matteo, abbiamo ascoltato “stare al mondo”. In molti brani torna questo senso di inadeguatezza, di essere sempre un po’ fuori posto, una sensazione che sembra condivisa da tanti artisti della tua generazione. Secondo te da dove nasce? È qualcosa legato all’età e al momento storico o ce lo portiamo dentro da sempre? E nel tuo caso, qual è la cosa che ti fa sentire più inadeguato?

Sì, credo sia una sensazione abbastanza generazionale, che molti artisti provano, e penso dipenda molto dal periodo storico che stiamo vivendo. Ci hanno raccontato un mondo da piccoli – tutto bellissimo, armonioso – e poi crescendo ci siamo accorti che non era proprio così.

Detto questo, cosa mi fa sentire più fuori posto? Appunto, forse in questo momento il controllo, che ha a che fare anche con la guerra.

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Nei primi brani del disco si sente un fastidio verso un mondo sempre più competitivo, dove tutti corrono e sembra di stare nello stesso spazio a darci gomitate. Tu questa pressione la senti? E come si fa a non farsi schiacciare senza diventare  cinici?

Beh io non ci riesco. Faccio fatica proprio nelle piccole cose quotidiane. Non riesco nemmeno a chiedere a qualcuno di abbassare il volume sul treno o a dire “scusa, c’ero io prima” in fila.
Quindi non sono proprio la persona giusta per dare consigli su come affrontare queste cose.

In “Nessuno sa stare al mondo” sembra esserci anche una specie di nostalgia per una “beata ignoranza”: come se, quando sai meno, vivi meglio, ti fai meno domande e forse riesci davvero a stare al mondo senza incastrarti. Ti ci ritrovi in questa cosa? Secondo te crescere significa per forza complicarsi la vita o esiste un modo per restare un po’ “semplici” senza essere superficiali?

È una domanda che ci siamo fatti anche scrivendo una canzone con Fulminacci. Parlavamo di quanto sia difficile stare al mondo oggi e a un certo punto ci siamo detti: forse non è solo una nostra sensazione, forse nessuno ci riesce davvero.

Poi abbiamo pensato a certe persone che sembrano vivere benissimo, completamente inconsapevoli. E ci siamo detti: “forse stanno meglio loro”.
Ma alla fine credo sia un’illusione. Penso che, in fondo, tutti provino una forma di disagio, anche chi sembra non accorgersi di nulla.

ll disco è nato a Londra, e questo sembra aver influenzato anche il sound dei brani. Com’è andata lì e quanto ha contato per te stare  lontano da casa nella realizzazione dell’album?

Stare lontano da casa per me era necessario per tornare a scrivere. Prima di questo disco ho avuto un blocco, e credo fosse legato anche al fatto che ho 27 anni e vivo ancora con mia madre – cosa che un po’ mi pesa.

Quindi mi sono mosso molto, tra Milano e i divani degli amici. Poi sono stato a Londra, grazie anche alla mia etichetta e a un amico, Michele Fantini, che mi ha ospitato.
Quell’esperienza mi ha cambiato: mi ha dato l’illusione di vivere da solo, anche se in realtà ero sempre sul divano di qualcuno. Però mi è servita tantissimo.

Nel disco l’amore “classico” è quasi assente, mentre l’amicizia è centrale. In “Spalle” racconti un legame fortissimo, quasi salvifico,  in “Piselli” è ancora più radicale, come se il legame più importante fosse quello dove non devi dimostrare niente, dove puoi essere pure un cretino e va bene così. È questa la forma più sincera di amore per te?

In questo momento direi che la forma più sincera d’amore è farsi compagnia.
Spesso pensiamo all’amore come al “salvare” qualcuno o cambiargli la vita, ma in realtà sono gesti anche un po’ egoistici.

Farsi compagnia invece è più onesto: è camminare insieme in qualcosa che è comunque incerto. Non togli i problemi all’altro, però puoi dirgli “guarda, lì c’è un sasso”.
Ed è già tantissimo così.

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Restando sul tema dell’amicizia, se potessi chiuderti in studio domani con un artista “amico”, con chi ti piacerebbe scrivere un pezzo? E perché proprio lui/lei?

Sì, mi piacerebbe molto scrivere con Giovanni Truppi.
Per me è uno dei cantautori più forti che ci siano oggi, ma soprattutto è uno che, in un certo senso, mi ha aiutato a capire delle cose della vita.
Spesso trovavo risposte alle mie domande nelle sue canzoni.

Terminiamo con il nome del tuo album : “stare al mondo”: Tu hai trovato una tua chiave per riuscirci? Hai qualche suggerimento su come stare al mondo?  E cosa ti auguri che chi ascolta il disco si porti a casa: più domande o un filo di pace?

Guarda, in realtà non ho assolutamente un modo di stare al mondo. Se lo avessi, probabilmente non avrei fatto questo disco, che è pieno di domande.
La mia è una via un po’ instabile: ci sono giorni in cui penso “basta, smetto, mi arrendo”, e altri in cui invece provo a saltare oltre l’ostacolo.

Forse però farsi domande è già un modo per stare al mondo: ti fa sentire meno solo, crea una specie di solidarietà tra chi non sa bene come fare. Alla fine è un po’ questo il punto: accettare che nessuno sa davvero come si fa. E, in un certo senso, trovare pace proprio lì.

Ascolta ora “stare al mondo” di Matteo Alieno

Matteo Alieno e la sua via di stare al mondo