C’è una casa in miniatura. Non è fatta per essere abitata davvero, sembra una casa delle bambole, costruita per essere guardata da fuori. Così ordinata, perfetta, quasi irreale. È da qui che riparte Roshelle. Dopo più di due anni di silenzio discografico, torna con Mangiami pure cambiando pelle in modo netto: estetica, immaginario, presenza. Più che un ritorno, sembra una rifondazione che porta alla luce un disco compatto, costruendo un’identità sonora precisa e riconoscibile.

La casa al centro in Mangiami pure di Roshelle

Dentro questo nuovo immaginario, la casa diventa il centro. Non come rifugio, ma come dispositivo: una struttura che puoi osservare, quasi controllare, ma in cui succedono cose che sfuggono. Ha qualcosa di perturbante, perché sembra familiare, ma non lo è fino in fondo. Come se fosse troppo perfetta per essere vera, o troppo piccola, a tratti claustrofobica, per poter contenere davvero quello che accade. 

E allora l’ordine delle tracce diventa significativo. Quel big bang da cui parte tutto, L’origine del mondo, costituisce l’inizio perfetto. Non è solo la prima traccia, ma anche il primo singolo con cui Roshelle ha scelto di presentare questo nuovo capitolo. Un brano dove pianoforte, chitarra, archi e synth crescono insieme alla voce fino a creare un’atmosfera sospesa, intensa ed eterea. È il varco che apre la porta di quella casa: una soglia che invita l’ascoltatore ad entrare, ma senza svelare tutto subito.

L’itinerario a stanze tenute insieme dal sound

In tutto l’album si percepisce l’intenzione di ripartire, di riscriversi, di lasciar entrare in questo spazio emotivo senza mediazioni. Da quel momento in poi infatti l’album sembra essere un itinerario attraverso stanze diverse che danno la possibilità di sbirciare con fame all’interno di esse. Ognuna è caratterizzata da un sapore diverso: è proprio come aprire una scatola di cioccolatini ed assaggiarne uno per volta. “Mangiami pure” sembra essere la metafora perfetta del lasciarsi divorare da ciò che ci attrae.

Il suono tiene insieme tutto. Pianoforte, chitarre, archi e bassi profondi costruiscono una base organica, quasi fisica, su cui la voce si muove in modo estremamente libero. Roshelle passa da falsetti sottili, quasi lirici, a momenti più pieni e quasi gridati, fino a frasi sussurrate che sembrano pensieri difficili, intimi, lasciati sfuggire a mezza bocca. 

La geografia emotiva dei brani di Mangiami pure di Roshelle

I brani contribuiscono a costruire una vera geografia emotiva: c’è l’osservazione distante e sospesa di “Sola tra le nuvole”, la tensione in “Limbo”, o la dimensione più sensoriale in “Sott’acqua”, in cui l’artista sprofonda nel vuoto totale e inizia a porsi domande in un sussurrato flusso di coscienza. E l’ascoltatore si trova con lei, quasi fisicamente a galleggiare dentro il brano. C’è poi “Musa”, in cui archi e pianoforte creano un tessuto avvolgente con cui la voce di Roshelle si fonde, cantando una vera e propria lettera a quella che è la sua musa. E ancora, “Cigarette”, che è invece una delle stanze più intime, un viaggio tra le pagine del diario dell’artista: minimale, notturna, con richiami sonori al bedroom pop internazionale, che sbatte in faccia un’emotività complicata. 

Il senso di “Mangiami pure” emerge dunque dall’insieme, dalla sensazione di muoversi attraverso stanze che cambiano forma, luce e temperatura. Il tutto si conclude con “Due passi nel blu della luna”, un brano pubblicato come memo vocale, come registrazione originaria, senza struttura, emblema di quella ricerca di libertà da ogni vincolo formale.

E intanto quella casa, così precisa, così costruita, inizia a mostrare crepe. Più si va avanti, più si nota come lo spazio si muove insieme agli affetti e alle emozioni che lo attraversano. Nulla resta fermo. In “Limbo” c’è una frase che sembra riassumere tutto: “nessun posto è casa mia”. La piccola casa che Roshelle ci mostra, è un luogo ideale, un mezzo per osservare, per contenere e dare forma a ciò che non si lascia imprigionare. Un modo per guardarsi da fuori, facendo pace con la propria interiorità in tutte le sue sfumature. 

Alla fine, “Mangiami pure” costruisce una scena, un percorso attraverso un mondo miniaturizzato e perturbante, dove ogni suono, ogni pausa, ogni respiro vocale racconta qualcosa di Roshelle e di ciò che succede quando proviamo a guardare dentro noi stessi. E ti lascia lì dentro, mentre capisci che il sentirsi fuori posto non è sbagliato, e che “casa” forse non deve essere necessariamente un luogo, ma qualcosa che portiamo sempre con noi e che continua a cambiare insieme a noi.

Mangiami pure di Roshelle è un assaggio del suo mondo interiore