Cosa significa oggi demolire? Qual è l’industria da ribaltare? Da questa domanda nasce Machine Wreckers, un evento-mostra a Spazio Punch (Venezia) che si muove tra arte visiva, performance e installazioni, trasformando lo spazio in un organismo vivo e mutevole. Prendendo spunto dall’eredità industriale della Giudecca e dal concetto di sabotaggio, il progetto si sviluppa come un atto di rottura—non per distruggere, ma per sovvertire.

Un approccio fluido e non lineare che, attraverso le opere di artistə come Danila Gambettola, Giuseppe Di Liberto e VEGA, esplora il concetto di ribaltamento: dalla memoria operaia alla sorveglianza, dalle periferie alla musica neomelodica, tutto viene destrutturato e ricomposto in una drammaturgia collettiva. Un progetto indipendente e multidisciplinare che, più che una mostra, è una piattaforma di incontro, sperimentazione e dialogo.

Ne abbiamo parlato con i curatori, che ci hanno raccontato come è nato e dove vuole arrivare Machine Wreckers. Qui le parole di Arnold Braho, Benedetta Monteleone e Alessandro Quarta.

Spazio Punch, Venezia

Machine Wreckers in italiano sfasciacarrozze/demolitore di macchine sembra riprendere il titolo della pièce teatrale di Toller, messo anche in scena nel 1922 da Max Reinhardt. Avete avuto questo riferimento? Come è nata e da dove deriva l’idea di questo evento-mostra?

Il titolo Machine Wreckers non è una citazione diretta all’opera teatrale di Toller ma piuttosto una suggestione. Volevamo avere un approccio contestuale alla Giudecca. In un primo momento ci ha influenzato la nebbia, fattore climatico dettato dalla zona in cui siamo, e poi, analizzando il contesto sociale, il fatto che la Giudecca sia stata in passato la zona operaia, un complesso industriale, di fabbrica. Lo stesso Spazio Punch era infatti un ex-birrificio. 

A partire da questa considerazione generale, che ci serviva un po’ per orientarci, siamo poi arrivati al titolo, di cui ci piaceva il riferimento specifico del testo teatrale sui luddisti durante la prima rivoluzione industriale, operai, che, esasperati dall’ingresso dell’automazione nelle fabbriche, di notte andavano a distruggere le macchine in fabbrica e nella città. Tra queste tematiche c’era l’idea del sabotare, del ribaltare da un certo punto di vista l’approccio Mostra stesso. Avere un qualcosa che non ha nessuna linearità e che si trova in continuo movimento, opere che si accavallano l’una con l’altra. Cercavamo questa cosa qui e Machine Wreckers sembrava un ottimo riferimento, dato il contesto e la tipologia del progetto.

Se in quel contesto si volevano demolire i macchinari, qui, cosa si vuole demolire?

La dimensione del sabotatore ritorna sul come riusciremo a plasmare questo spazio a dargli forma e vite diverse. Un po’ attraverso la suggestione dello spazio stesso, un po’ per la diversità dell* artist* coinvolt* e un po’ per come lo stiamo pensando. La chiave di lettura di tutta la mostra sarà sulla temporalità delle cose che accadranno, come questo spazio si compone e si decompone.

Anche le opere rispecchiano questo sabotare?

In alcune opere ci sono analisi, non dirette, cioè non completamente esplicitate, che attraversano questo da diverse prospettive. Viene spesso fuori la parte industrial o l’idea di periferia, di luoghi decentralizzati periferici e lo vediamo in alcuni video, come nel lavoro di Danila Gambettola che attraversa il sud italia, la Calabria, o la performance di Giuseppe di Liberto che riprende la musica neomelodica napoletana in una chiave vicina al suo lavoro, dove le canzoni sono state riscritte in marcia funebre e verranno poi eseguite da un trombettista e da una performer con il linguaggio dei segni. O come nel lavoro di VEGA con un discorso sulla scena punk degli anni ’80 in una zona periferica di Roma, in cui in termini quasi forensi analizzano l’architettura e le dinamiche che sono entrate in quella determinata zona. C’è sempre un po’ un ribaltamento, nel senso che si parte sempre da una questione per poi riportarne la parte sotto, ribaltarne il discorso.

Quindi demolire come ribaltamento e non come distruzione. E che tipo di rapporto potrebbe avere con la distruzione?

Questa, infatti, è stata la discussione che abbiamo avuto durante la scelta del titolo ma per Machine Wreckers ci interessava l’atto, al di là dell’operaio sabotatore che va distruggere la macchina, è bello l’atto, l’interesse per noi era più sul perché lo sta andando a fare. E quella penso poi sia la chiave di lettura di questa demolizione, che non è appunto in senso letterale di un qualcosa, ma sul soverchiare per arrivare ad un fine, per cercare di comunicare qualcosa. Una demolizione. Più un concetto rispetto la cosa fisica in sé.

Exhibition view, REMORIA, MACRO – Museum of Comtemporary Art of Rome, 2022, VEGA, EMEMO, 2022.
Photo credit: Agnese Bedini, DSL Studio.

La Machine Wreckers di Toller, a quanto pare era tra l’altro il pezzo teatrale preferito dalla British Workers Theater Movements che rifletteva e agiva sulla Lotta operaia – in quegli anni tutto il fermento artistico si legava totalmente, soprattutto il teatro, (penso all’ Agit prop), alla lotta politica contro i macchinari, e quindi ho pensato a chissà se ci sono opere che lavorano con l’intelligenza artificiale. Se è un tema, una chiave di lettura che esiste, se c’è una demolizione. Cioè, qual è l’industria di adesso da ribaltare o da demolire?

Ci sono lavori che riflettono questo, ad esempio alcuni sulla sorveglianza o altri che non lo trattano in termini documentaristici ma che mettono in esame la questione. Non c’è in particolare un’industria di riferimento ma rispetto quello che dicevi tu sull’Agit prop è estremamente interessante, ed è importante rispetto alla drammaturgia della mostra, grazie all’apporto di Davide Di Liberto che collabora con noi. Affrontiamo il discorso sempre dal punto di vista delle Arti Visive, l’ambito in cui operiamo, e mi viene in mente anche il teatro politico di Brecht o l’idea del teatro totale di Piscator, dove la drammaturgia veniva pensata da un lato, verso una riduzione dell’idea di scenografia stessa e dall’altro, verso una spazializzazione delle cose. Come una grande macchina che mescola il tutto a 360° gradi.

Infatti come mi avete raccontato delle cose ad un certo punto si attiveranno, partiranno e si intersecano come se ci fosse una polifonia di voci delle opere, che cerca di ricreare una specie di drammaturgia. 

Le voci sono tante e l’idea è di avere sia una polifonia che una dissonanza. Più che nell’accordare, è un tentativo di lavorare su quegli scarti di tempo. Alcuni lavori hanno proprio tempi diversi l’uno con l’altro e volevamo avere molteplici punti di vista.

E tra voi, come avete lavorato, la selezione degli artisti come è avvenuta?

I lavori sono prevalentemente materiali inediti e site specific, da Arnold è partita un po’ questa esigenza di realizzare una mostra qua a Venezia e noi, che abbiamo abitato qua per molti anni, conoscevamo lo spazio, conoscevamo tante dinamiche a livello espositivo e di produzione su Venezia, città molto diversa dalle altre. Siamo partiti da una grande selezione fatta da Arnold perché abbiamo pensato di costruire un ponte tra Venezia e Milano (dove abitiamo) con anche solo uno scambio discorsivo su alcune questioni ma la mostra è costruita grazie anche agli artisti stessi. 

Questo progetto nasce qui ma il proposito è di non farlo morire, abbiamo in mente di farne in seguito una pubblicazione da portare su Milano per tenere vivo questo ponte. L’esigenza è di avere un approccio multidisciplinare, mescolare e mettere insieme pratiche molto diverse che se tra gli anni cinquanta e gli anni settanta sembrava la cosa più normale (penso a John Cage, Merce Cunningham e Rauschenberg) adesso ci sembra – e forse è una percezione sbagliata – di intravedere ancora divisioni nelle pratiche contemporanee. In questo progetto non abbiamo messo nessuna divisione, almeno nelle pratiche degli artisti. Abbiamo pensato di aprire completamente il progetto come se fosse una piattaforma che cerca di visualizzare vari approcci e pratiche.

É un progetto, di un giorno, quasi più un focus, un festival, un evento piuttosto che una mostra, che si stacca totalmente dall’oggettivare le cose e si apre, cerca di aprire un discorso, piuttosto che una parte di vendibilità. Un progetto totalmente indipendente di aggregazione contro un sistema dove magari è più difficile il fare. Uno spazio che si concede il processo di ribaltare e, questo, è sempre uno spazio di libertà.

Machine Wreckers: ribaltare e reinventare lo spazio