È tutto pronto: i bauli sono chiusi, le ruote ben oliate, gli strumenti riposano nelle custodie, in attesa di essere utilizzati. Il viaggio sul caravan dei Patagarri è iniziato. “L’ultima ruota del caravan” – il nuovo album della band milanese – è proprio questo: un viaggio che parte dalla strada e racconta una realtà solo apparentemente romanzata, costruendo un racconto sincero e lontano dalle convenzioni di mercato.
Lo stile dei Patagarri – già definito come uno “swing d’autore” – si fonda sulla capacità di sporcare il suono in modo estremamente consapevole, merito degli anni di studio che lasciano oggi spazio alla sperimentazione.


Sono in grado di far incontrare un mix di influenze come il gypsy jazz, la musica balcanica e lo swing, insieme a riflessioni attuali sociali e politiche che avvicinano i testi al cantautorato. Ogni canzone presenta una dimensione che appare fiabesca e brutalmente reale, ogni testo racconta spaccati di quotidianità che appaiono quasi delle favole, grazie all’intensità della voce profonda e graffiante, cullata e supportata dalla freschezza strumenti della band.
A bordo del loro Caravan – mezzo ideale su cui fuggire dalla realtà per inseguire la musica – i Patagarri intraprendono nuove vie, celebrando la rivalsa degli ultimi.
Per farlo, scelgono di dare voce a dieci personaggi, dieci storie autentiche di vita che si intrecciano insieme ad un ritmo gypsy scanzonato. Il caravan è il simbolo della vita nomade, condotta fuori dagli schemi consoni, ma è anche un richiamo ai viaggi busking che hanno rafforzato l’identità dei Patagarri. Dai, sali sul caravan, è ora di partire.


Il viaggio comincia, ma bisogna essere prudenti: sia mai che si incontri il Diavolo, è facilissimo cedere alla tentazione, sono tanti quelli che gli hanno stretto la mano, chi l’ha fatto per denaro, per raggiungere un talento straordinario, chi per amore e chi per amicizia. Non si riconosce, ma di sicuro è vestito elegante, sorride sempre e porta con sé una Ventiquattrore e gli occhiali scuri, pure se non splende il sole. I Patagarri sfrecciano sul loro caravan, consapevoli di non voler cadere nella sua trappola, lui che di certo ti propone un bel contratto, non dovremo più suonare sull’asfalto.
Lungo la strada ci si racconta, si parla del più e del meno, anche dei Sogni. La dimensione onirica accomuna tutti gli uomini, i buoni e i cattivi: Chissà che cosa sognano lo sbirro oppure il ladro, Cosa sogna tua madre? E tu cos’hai sognato? Con la voce graffiante e le sonorità energiche incalzate dai fiati, questo brano è un turbine di immagini in cui personaggi storici reali vengono associati alla surrealtà dei sogni, che dentro quelli sei capace pure di volare.
La prima tappa è una piccola città di provincia dove incontrano Willy, un giovane venditore di dolciumi che, di nascosto dai genitori, vende cioccolatini a compagni e vicini per alzare due dindi. Il brano è un climax di suoni ed energie che accompagnano le peripezie di Willy fino a quando, però, non viene beccato dalla polizia. L’energia travolgente di questa canzone, caratterizzata da influenze popolari e realistiche, come la strofa recitata al megafono, è contrapposta a Io non ti conosco, molto più introspettiva. La melodia avvolgente e il testo riflessivo rendono questo brano, spiccatamente jazz, perfetto per un momento intimo e solitario, quando si ha bisogno di rifugiarsi nei propri pensieri.


Il viaggio inizia a farsi lungo, tanto che i confini tra il giorno e la notte si fondono in un mix di luci e ombre. E se al mattino un Sole zingaro riscalda la strada dei Patagarri, la sera spunta nel cielo una luna ammaliante e vanitosa, l’impersonificazione di una donna che affascina e seduce, brillando lontana nella notte. Il brano racconta un continuo rincorrersi, un’oscillazione tra attrazione e fuga, mossa da un ritmo incalzante.
Tu mica brilli ogni notte
Ma sono pazzi di te
Senti, ti chiamano “Luna”
Ma sei il Sole Zingaro per me
Il cammino è coraggioso, seguono l’istinto – e quindi la musica – senza badare alle convenzioni sociali. Nonostante la loro convinzione, ogni tanto si imbattono in giovani della loro età, che vivono una vita che potrebbe essere la loro. Guardano negli occhi i loro coetanei e fanno fatica a riconoscersi: hanno ritmi, passioni e abitudini diverse, eppure questi giovani sembrano aver trovato il loro posto nel mondo, una casa, un lavoro, la tanto attesa stabilità. Forse anche per i Patagarri il futuro è questo? Cosa dovrebbero fare per adeguarsi? Lavorare tutti, lavorare tanto?
Sembra la rincorsa verso un traguardo che non arriva mai, e intanto rimangono da firmare le carte del Mutuo.

Ma in fondo cosa siamo? Qual è la nostra strada? E il nostro ruolo su questa terra? I Patagarri iniziano a porsi queste domande, colpiti dalle storie che hanno ascoltato e dalle vite che hanno incrociato.
L’uomo si sente il padrone del mondo, ma forse siamo solo Scimmie e recitiamo così bene questo nostro essere umani. Ci sentiamo superiori, padroni di qualcosa che non ci appartiene e tendiamo a dimenticare che siamo scesi dall’albero col pollice opponibile.
Sono tanti i personaggi che segnano profondamente il viaggio dei Patagarri: uno di questi è Il camionista, che ha dovuto regalare trent’anni di lavoro in cambio di una paga da fame, rabbia e solitudine. Il camionista odia guidare il suo mezzo ma lo porta così bene che, sai, è un piacere vederlo, non conosce altro se non la strada, costretto a vivere in silenzio dietro il suo volante. Ma quanto pesa l’ultima ruota del caravan?
E poi c’è la storia del balordo che è finito in galera per un pollo, un povero alcolista che fa i conti con una legge che protegge prima i potenti, mentre la moglie del ministro una moneta non gliela lasciava mai.
Il racconto sembra avere dell’assurdo ma chissà se alla fine del viaggio – con ben poche provviste rimaste sul caravan – non sia proprio uno dei Patagarri a dover chiedere una moneta nel mezzo della piazza?
Che sia reale o immaginato, questo viaggio porta con sé riflessioni e considerazioni sulla nostra società e sui personaggi che la compongono. Con il loro primo disco, i Patagarri danno vita ad un immaginario preciso in cui si mescolano storie vere e dolorose a un mondo parallelo immaginario e fantastico; un itinerario a cavallo tra realtà e sogno, ironia e malinconia, dove il protagonista indiscusso è un pop jazz tutto nuovo, perfetto per raccontarsi e dare voce a chi spesso non ne ha.
Articolo a cura di Emma Pipesso e Bianca Santi