Al Liquida Photofestival, le immagini non sono semplici testimonianze. Sono ferite che parlano, memorie che respirano, identità che si ricompongono pezzo dopo pezzo. Tre artisti – Varvara Uhlik, Sofiya Chotyrbok e Francesco Pennacchio – si muovono su questa soglia sottile, dove il personale si intreccia al collettivo, e la fotografia diventa rito, strumento e linguaggio condiviso.

Varvara Uhlik: decostruire l’eredità post-sovietica
Nel progetto Sunshine, how are you? Varvara Uhlik, artista visiva ucraina, costruisce un diario visivo che è, prima di tutto, un atto di interrogazione. Cresciuta nell’Ucraina orientale e ora residente a Londra, l’artista affronta l’eredità post-sovietica con uno sguardo affilato e dolente, che si muove tra fotografia d’archivio e nuove narrazioni visive. La sua non è nostalgia, ma una forma di resistenza: ogni immagine scompone miti e simboli del passato sovietico per ridefinire cosa significhi essere ucraini oggi, al di là delle eredità imposte.
La fotografia diventa così per Uhlik una lente per comprendere, guarire, e soprattutto scegliere: cosa portare con sé, cosa lasciare andare. I suoi scatti, intensamente personali, sanno parlare a una memoria condivisa, specialmente tra chi ha vissuto (o ereditato) gli effetti di una storia coloniale silenziosa e persistente.


Sofiya Chotyrbok: il ritorno intimo tra maschere e silenzi
Anche Sofiya Chotyrbok, artista italo-ucraina con base a Milano, parte dalla memoria per cercare una forma. Il suo progetto Home Before Dark è un ritorno in patria che ha il sapore del disorientamento. Attraverso autoritratti, collage e materiali d’archivio, Chotyrbok costruisce un luogo intimo e sfaldato, abitando una chruščëvka — gli appartamenti sovietici degli anni ’60 — che diventa teatro fragile del rimosso. Lì, l’identità prende forma tra maschere e silenzi, sospesa tra la perdita e il desiderio di appartenenza.

Francesco Pennacchio: un pellegrinaggio nella memoria materna
Nel lavoro di Francesco Pennacchio,invece, la fotografia diventa quasi un rituale di esplorazione. Dad. Will Mum come back with spring, like flowers do? nasce da una domanda introspettiva sul lutto materno e si trasforma in un viaggio dolce e doloroso nei luoghi attraversati dalla madre. Attraverso Polaroid e scatti d’archivio, Pennacchio cerca un contatto, uno spazio in cui presente e passato possano incontrarsi – anche solo per un istante. Unlike Flowers non è un’elaborazione del lutto, ma il tentativo di un incontro. E in questo gesto risiede la forza del progetto: nella possibilità che la fotografia non conservi, ma faccia fiorire qualcosa.
Ogni immagine è un ponte, una sovrapposizione tra lo sguardo materno e quello dell’artista. Nel lavoro di Pennacchio, il personale si fa collettivo anche perché condiviso sin dalle sue origini: nato da una rete di ricordi familiari, si apre al pubblico come memoria viva, come “edera che cresce sui mattoni”.
Tre voci, tre poetiche diverse, ma un desiderio comune: quello di trovare, attraverso l’immagine, un varco nel tempo, un modo per abitare la memoria senza semplificarla.
Ecco l’intervista a questi tre straordinari artisti, che con le loro poetiche diverse ci hanno permesso, attraverso l’immagine, di trovare un varco nel tempo, un modo di abitare la memoria senza semplificarla.

Le parole dei tre fotografi
Le tue opere intrecciano memorie personali e storie familiari segnate da un’eredità culturale complessa. In che modo la fotografia ti ha aiutato a decostruire — o forse a riconciliare — queste identità?
Varvara Uhlik: La fotografia mi ha aiutato sia a decostruire sia a riconciliare le complessità della mia identità. Crescendo nell’Ucraina orientale, molti aspetti della mia vita quotidiana erano influenzati dall’eredità sovietica e russa, dalla lingua che parlavamo alle festività che celebravamo, ma non li ho messi in discussione fino a molto tempo dopo. Lavorare con fotografie di famiglia e creare nuove immagini mi ha permesso di guardare a questi strati con occhi diversi. Ho iniziato a capire cosa fosse stato imposto e cosa invece si fosse perso o ignorato. In questo senso, la fotografia è diventata un modo per smontare le cose, per cogliere i dettagli e le distorsioni. Allo stesso tempo, è stato un processo profondamente emotivo e di guarigione. La fotografia mi ha offerto uno strumento per riprendere in mano il mio racconto e iniziare a definire per me stessa un’identità ucraina non più offuscata dall’influenza coloniale.
Sofiya Chotyrbok: Le immagini, da sempre, mi hanno portata in mondi lontani e sconosciuti. Guardarle — e poi crearle — è stato il mio modo di esplorare ciò che non conoscevo, dentro e fuori di me. La fotografia non è solo uno sguardo: è uno strumento di analisi, guidato dagli occhi e dall’inconscio. Una lingua silenziosa, ma condivisa, che abita ognuno di noi. Non fotografo per conservare, ma per trasformare. Attraverso l’obiettivo osservo, decostruisco, rileggo. La realtà, nella sua complessità, diventa materiale vivo da attraversare. Non cerco risposte, ma connessioni. La fotografia non riconcilia, ma trattiene. Mi aiuta a stare nelle crepe, a rallentare, a vedere meglio — anche ciò che non so ancora nominare.

Nei tuoi lavori il conflitto non è rappresentato solo come evento storico, ma come eco che abita i corpi e la memoria. Come trasformi queste tracce invisibili in immagine? Esiste per te un confine tra documento e introspezione?
Varvara Uhlik: Sono principalmente interessata a queste tracce invisibili, più che agli eventi storici in sé. Non ho vissuto in prima persona molti degli eventi storici: sono accaduti prima della mia nascita. Ma ho capito quanto profondamente abbiano influenzato la mia identità e quella della mia generazione. A volte, ciò che non viene mostrato è importante quanto ciò che è visibile. Per me la fotografia non serve solo a rappresentare ciò che è accaduto, ma a creare uno spazio per sentire ciò che non può essere detto direttamente.
Personalmente, vedo un confine tra documentazione e introspezione — se intendiamo la documentazione come una rappresentazione di superficie e l’introspezione come qualcosa che scava nei livelli emotivi e psicologici. Ma penso anche che ci sia uno spazio in cui le due dimensioni si incontrano: dove la documentazione è arricchita dalla riflessione e l’introspezione porta con sé un peso storico. È proprio quell’intersezione che mi interessa esplorare di più.

Sofiya Chotyrbok: La realtà non è mai davvero oggettiva: ognuno di noi, attraverso i segni e la propria sensibilità, la interpreta a modo suo. Io, personalmente, ho sempre fatto fatica a capirla fino in fondo. E poiché anche la fotografia è un segno – e raccoglie dentro di sé altri segni – per me è uno strumento potentissimo di mediazione tra ciò che sento e ciò che mi circonda. Il confine tra documento e introspezione, per me, non è una linea netta, ma una zona porosa dove ciò che è personale può diventare universale, e ciò che appartiene alla memoria collettiva si sedimenta nell’intimo. Cerco di abitare proprio quel confine: non di scegliere, ma di attraversarlo, di osservarlo da più prospettive, di interpretarlo secondo le mie sensazioni. La realtà entra in me, e io, riprocessandola, la restituisco al mondo.
In Unlike Flowers la memoria diventa paesaggio da attraversare: com’è stato per te confrontarti con i luoghi vissuti da tua madre, e in che modo questi spazi hanno trasformato il tuo modo di ricordarla?
Francesco Pennacchio: Credo che proprio tornare nei posti che l’hanno vista presente sia stata la tappa fondamentale di questo progetto. Mamma si è trasformata così dall’essere archetipo (la Madre, che manca) a divenire ricordo collettivo (dopo l’esplorazione degli archivi e della raccolta delle testimonianze di chi l’aveva conosciuta) a infine trasformarsi in essenza che si articola nello spazio fisico e quindi, per me, diviene persona reale – non solamente il personaggio della storia che altri mi hanno raccontato.

Come in un pellegrinaggio, il tornare nei posti che lei ha visitato, posizionarmi nello stesso punto, guardare ciò che lei avrebbe visto, è un modo per vivere lo stesso ricordo, accorciare le distanze. Poi, le sovrapposizioni diventano un tentativo di realizzare un incontro – creare un varco dove lo spazio diventa il tramite per far collassare per un istante piani temporali diversi. Si aggiunge poi un piano ulteriore, cui cerco di comprendere come i luoghi fisici diventano i mediatori e custodi della memoria.
In Mine Vaganti di Ferzan Özpetek, la voce fuori campo della nonna, durante il suo funerale, si chiede “chi lo sa se questi luoghi avranno memoria di me, se le statue, le facciate delle chiese si ricorderanno il mio nome”. Così io, nel tornare in nei posti dove la presenza di mamma è stata documentata, ho cercato – e trovato – una scintilla di lei. D’altronde sono proprio i luoghi, l’ultima cosa che ci resta di coloro che abbiamo amato e che non ci sono più. C’è un luogo in particolare, Chartres, in Francia, che mi è stato particolarmente vicino durante questa esplorazione. Mi ero preso del tempo, due giorni interi, per lavorare sul progetto – soprattutto per la parte di scrittura, molto più complessa per me. Mi ero seduto su un tavolo all’aperto, a qualche decina di metri da alcuni dei luoghi dove mamma era stata ritratta. Ad un certo punto, alzo lo sguardo per caso e mi sembra di vederla camminare verso di me, a braccetto con mio padre, incrociamo gli sguardi e poi lei continua, vino a svoltare in una delle stradine perpendicolari. Fino a quel momento, mamma non aveva mai abitato uno spazio fisico. E non è finita lì – da quel momento, ho iniziato a sognarla –cosa che non era mai successa prima dello sviluppo del progetto.

Il tuo lavoro ha un tono profondamente poetico, ma anche estremamente intimo. Come hai trovato l’equilibrio tra la necessità personale di elaborare un lutto e il desiderio di condividere questa esperienza con un pubblico attraverso la fotografia?
Una precisazione… in qualche modo io non credo che la mia sia stata tanto l’elaborazione di un lutto, quanto più la necessità di un incontro, e forse di una risposta alla domanda « Da dove vengo ? »… La mia esperienza credo sia più simile a chi, essendo stato adottato, da adulto si mette alla ricercar dei genitori biologici.
Rispondendo invece alla domanda, “Unlike Flowers”, pur nella sua natura intima, è stato un progetto collettivo fin dalla sua nascita. Proprio a causa dell’assenza di memoria da parte mia, il primo passo della mia ricerca è stato quello di contattare i miei familiari e gli amici di mamma, per raccoglierne ricordi e fotografie – e proprio per questo non l’ho mai considerato un progetto solo mio, ma come uno sforzo di memoria collettivo. E per quanto riguarda la condivisione con un pubblico, “Unlike Flowers” è nato grazie al contributo di una carissima amica e compagna di corso durante gli studi di fotografia che, nel momento della scelta del progetto di Master, stava lavorando su un progetto personale riguardante la scomparsa di suo padre.
In che modo la tua pratica fotografica contribuisce a trasformare ricordi personali in narrazioni collettive, e quale ruolo attribuisce all’immagine nel processo di costruzione dell’identità condivisa?
Varvara Uhlik: Parto dalla memoria personale, ma al suo interno ci sono echi che possono risuonare in molti — soprattutto nella mia generazione, cresciuta in spazi post-sovietici o all’interno di contesti segnati da cancellazioni culturali. Nel mio lavoro uso simboli riconoscibili dell’infanzia sovietica: non facevano parte solo della mia esperienza, ma anche di quella di tanti altri. Le immagini che creo portano con sé il peso del riconoscere la storia ucraina — non solo come qualcosa che è successo, ma come qualcosa che è stato sistematicamente oppresso o riscritto. In questo senso, l’immagine diventa uno spazio di riconoscimento e accettazione, un modo per confrontarsi con il passato e fare spazio a nuovi inizi. Allo stesso tempo, attribuisco grande importanza alla fragilità della memoria e alla natura sfocata del passato. Con la mia pratica, ho imparato che questa incertezza — l’inattendibilità del ricordo e il residuo emotivo che porta con sé — è qualcosa di profondamente condiviso.
Sofiya Chotyrbok: Per me la fotografia e l’arte sono strumenti per trasformare l’esperienza individuale in uno spazio condivisibile. I miei ricordi non sono mai solo miei: portano con sé lingue, gesti, assenze e silenzi che appartengono a molte altre storie, spesso sommerse o dimenticate. Cerco segni e tracce visive che esistono già nel mondo, e attraverso il processo artistico gioco con questi elementi fino a scoprire che, nel trasformarli, vengo trasformata anch’io. Il mio lavoro nasce da vissuti personali, ma non lo considero mai uno sfogo. Non cerco sollievo, cerco connessioni. Le domande che mi muovono — sull’identità, sull’appartenenza, sulla condizione migrante, sulla “casa” — non sono solo mie. Il personale, in fondo, è sempre anche collettivo.
Francesco Pennacchio: Ottima domanda, alla quale in realtà rifletto ora per la prima volta. Attingendo nell’archivio familiare, il mio lavoro fotografico nasce già come pratica collettiva. Certo, io ne sono interprete e regista, ma sono gli indici di mio nonno, mio padre, mia madre stessa, mia sorella e chissà quanti altri quelli che hanno premuto il grilletto della macchina fotografica in molte delle immagini che presento in “Unlike Flowers”. Il che mi permette di toccare anche un altro punto che mi sta molto a cuore nella mia pratica artistica, che è il riconoscimento della fotografia come il significante di una relazione, e dello scatto come un puro atto d’amore. Nella ricerca d’archivio, ho trovato una coppia di immagini (una foto e un frame di un video 8mm) davvero singolare dei miei genitori, in vacanza a Lucca. Si trovano di Fronte a San Michele in Foro. Nella foto, mamma è in piedi e sta registrando con la sua videocamera 8mm. Nel video, si vede papà che, macchina fotografica in mano, la sta fotografando. E così questo fortuito incidente ci ricorda che molta della fotografia vernacolare parla di una relazione tra chi è davanti e chi dietro la macchina fotografica. In certe occasioni, si fotografa perché si ama.
Tornando alla domanda, Nella stessa ricerca iniziale, gli incontri con tutti coloro che l’hanno conosciuta sono anch’essi ricordo individuale, che io cerco di integrare in una narrativa comune. Mi verrebbe da dire che la mia pratica consiste proprio nel tentativo di trasformare una collezione di ricordi personali in una memoria collettiva – che grazie alla mia pratica viene mantenuta in vita. Anche il concetto della memoria, come qualcosa che va tenuto in vita, è centrale al progetto – è stato mostrato per la prima volta nello splendido spazio Il Meccanico San Vitale, a Verona, lo spazio permanente di Grenze – Arsenali Fotografici. Uno spazio magnifico dove in un paio di punti c’è una parete di mattoni a vista. Li ho trovati perfetti per un’installazione delle foto d’archivio e delle polaroid che ho realizzato, che ricordavano un rampicante di edera sopra i mattoni. In questo modo, dalle foto d’archivio – ricordo collettivo di coloro che le hanno scattate, si costruisce una memoria collettiva che, però, va tenuta in vita.
Allo stesso modo, molte delle foto dove ritorno nei luoghi dove mamma è stata, sono state scattate in posti che appartengono all’esperienza, o almeno all’immaginario collettivo (la Tour Eiffel, i canali di Venezia, l’abbazia di San Galgano…). La mia storia personale diventa così un gancio di memoria collettiva e identitaria dell’esperienza del viaggio in famiglia, trasformando così una storia personale in una possibilità di riconoscersi e identificarsi per molti tra coloro che osservano il progetto.