Tra suite indie rock, narcisi appassiti, un elevato numero di riferimenti allo spazio e voci femminili febbrili e pungenti, ecco tre gruppi indie punk/ indie rock che vale la pena ascoltare e che raccontano il fermento della scena oggi.
English Teacher: This Could Be Texas
Gli English Teacher pubblicano il loro album di debutto nel 2024, This Could Be Texas, con il quale vincono il Mercury Prize (battendo Dua Lipa, ndr). Si tratta di un titolo invecchiato benissimo, se si butta un occhio alla recente evoluzione della politica americana. Ma, abilità profetiche a parte, “Not everybody gets to go to space” è l’esordio lirico di Lily Fontaine, frontgirl di una band eclettica e sperimentatrice per natura. La loro musica è intimista e spietata, forse spietatissima.
Spiattellando verità scomode come quell’amica onestissima che a volte (o spesso) odiamo, ma che non riusciamo a non amare, la cantautrice ci trasporta nel suo mondo di metafore sottili. Immagini preziose che nulla tolgono alla parte strumentale e melodica dell’album; le due, al contrario, si intrecciano abilmente, quasi dandosi il cambio con gentilezza. Basta far caso alla componente elettronica della stessa Not Everybody Gets to Go to Space: un crescendo che crolla d’improvviso, cedendo il passo alla sola voce della Fontaine, che esordisce con “Not everybody gets to go to space, because if we did nobody would ever want to clean“.

Anche il brano più intimo ed emotivo del disco, Nearly Daffodils, si conclude in modo tagliente: puoi dare l’acqua ai narcisi, ma non puoi costringerli a bere. È un mondo multiforme e sfuggente quello degli English Teacher, in cui la dinamicità struggente della traccia d’apertura cede il passo alla dolcezza dolorosa di Nearly Daffodils, la cui melodia ricorda quasi un pezzo che avremmo potuto sentire dai the Strokes.
Si cambia poi radicalmente registro con la title track: This Could Be Texas. Qui l’interpretazione vocale e lo strumentale richiamano i primi Arctic Monkeys, mentre la prosa pare quasi ispirata a una delle poesie più belle di Robert Frost, “The Road Not Taken”: un invito a stare lontano dal percorso che gli altri ti hanno tracciato e incollato addosso. In questo pezzo viene lasciato alla chitarra lo spazio di arrampicarsi sulla melodia, creando una dinamicità e un climax drammatico, elemento caratterizzante dell’intero album, che sembra quasi calato dentro a un film di Hitchcock.

Se “The Best Tears of Your Life” punta di più su elementi elettronici, su un ritornello iconico e sul magnetismo della Fontaine, il vero gioiello del disco rimane The World’s Biggest Paving Slab. Post-punk e un pizzico di glam rock infondono il brano che arriva a citare i processi contro le streghe e Charlotte Brontë. Lily Fontaine ha un modo di raccontare il vissuto femminile che incanta e stupisce per la sua concretezza, grazie a una penna delicatissima ma chirurgica che si adagia perfettamente sull’ipnotica chitarra del pezzo.
L’indie rock degli English Teacher è stato in grado di tracciare le tappe di un viaggio labirintico cui non ci si può sottrarre. Il mio consiglio è di lasciarvi trasportare dalla scrittura e dai climax strumentali, entrando nel mondo caotico e immaginifico di This Could Be Texas. Perché se è vero che non tutti possono andare nello spazio, pare che loro ci siano arrivati davvero, e perfino prima di Katy Perry.

L’indie rock / indie punk delle Dream Wife
Il secondo nome da segnare nel mondo indie rock / indie punk è quello delle Dream Wife. Il loro sound è una potente miscela di glam e punk rock: una vera scossa elettrica carica di energia, guidata da un basso assoluto protagonista in gran parte dell’album. Il gruppo riprende con fierezza la tradizione punk e la fonde con la parte migliore del glam rock ereditata dai Blondie. Ne risulta una penna intelligente, una chitarra travolgente e una voce graffiata, quasi disturbante. Per parafrasare qualcun altro: they’re electric.
Le Dream Wife hanno iniziato a condividere la propria strada durante un tour in Canada, ricollegandosi idealmente alla storica tradizione delle band interamente femminili. Ad ogni modo, la dimensione ideale per comprenderle appieno resta quella dei club: i loro concerti sono esperienze descrivibili come un concentrato di scarpe sudate, intimità e intensità.

Nelle loro canzoni si dimostrano sempre taglienti, ironiche e affilatissime. In Who Do You Wanna Be affrontano con lucidità il tema della perdita generazionale, decostruendo i trend e le mode culturali che finiscono per fare il gioco del patriarcato. Nel brano Orbit, invece, danno vita a una di quelle canzoni tristi che vogliono a tutti i costi diventare felici, costruita su un irresistibile disco-beat che risulta sexy in a silly way. “In the past life we definitely loved each other, as an orbit around you”, canta il testo, sostenuto da una chitarra affascinante. Ma è proprio l’accoppiata magnetica tra basso e chitarra a ipnotizzare per tutto il disco.

Great Grandpa: Patience, Moonbeam
Spostandoci verso sonorità più vicine al rock e all’alt-country, i Great Grandpa con Patience, Moonbeam hanno creato brani che accarezzano mentre ti prendono a pugni. Il loro è un album da ascoltare e assimilare come una storia unica, o come la colonna sonora di un film che ancora non esiste, direbbe Marco Castello. Non siamo forse davanti a una rock opera canonica alla Pink Floyd, ma, con la splendida traccia Kid, la band scrive certamente una rock suite. Come per i gruppi precedenti, anche qui i bassi sono protagonisti, mentre la linea vocale ricorda la purezza espressiva di Adrianne Lenker dei Big Thief o di Phoebe Bridgers.

All’interno dell’album troviamo tracce più acustiche e spoglie come Task, in cui la scrittura dei Great Grandpa rimane annichilente eppure dolcissima. Con un’onestà disarmante e un tocco di oniricità, il gruppo ci invita a soccombere al perdono, alludendo all’intreccio, e forse sovrapposizione, tra la perdita e il senso di colpa, muovendosi con una leggerezza testuale invidiabile.
Seguono brani più ritmici come Top Gun, e spicca la prosa precisa e acuta di Kiss the Dice, un pezzo in cui si lavora per sottrazione. L’intero lavoro è colmo di tracce grandiose, drammatiche e progressive, che culminano nel brano più illuminante e devastante: la già citata Kid. Come scrive la band stessa, il brano si sviluppa su “una melodia che spezza il cuore e fa pensare che tutto sia una dolce sofferenza”.

Incentrato sul tema dell’assenza, il brano coccola e distrugge allo stesso tempo, riproducendo la realtà altalenante, svuotante, confusionaria e incoerente della perdita stessa. La produzione musicale sembra assecondare il percorso emotivo del lutto: muovendosi da sonorità più intime e scarne, attraversando derive alt-country, sfociando nella rabbia e poi nella confusione finale, i Great Grandpa dipingono alla perfezione lo smarrimento che rimane in chiunque sia sopravvissuto a un dolore, offrendogli uno specchio limpidissimo in cui riflettersi, o, meglio, una voce in cui sentirsi.