Da generazioni forma creativa che permette di esprimere la propria creatività, oggetto d’arredo e di design, nell’ambito musicale il poster è da anni un oggetto di culto e di rispetto per il proprio artista del cuore. 

Fin dal secolo scorso appendere fotografie, immagini e stampe dei propri artisti preferiti rappresenta una forma di affetto e di stima e, soprattutto in età più adolescenziale, si rivolge in esse una certa valenza onirica e fantastica, sognando ad occhi aperti di poter conoscere un giorno il proprio idolo. 

Le rappresentazioni cinematografiche di camere tappezzate da manifesti e poster musicali sono molteplici: basti pensare alla scena del film “Grease” dove le ragazze si trovano per un pigiama party a casa di Rizzo e nell’arredo della stanza si intravvedono dei ritagli di  Elvis Presley, idolo nei giovani degli anni Cinquanta; oppure l’iconica stanza di Lady Bird nel film omonimo di Greta Gerwig, arricchita da molteplici locandine proprio per dare l’idea del “teenagehood”.

Appendere ritagli sulle pareti viene spesso interpretato come sintomo di ribellione, di libertà giovanile: diventa un’azione privata che permette di personalizzare il proprio luogo segreto, la camera da letto è una zona di intimità ed è come se gli artisti raffigurati nei poster entrassero nella cerchia personale della persona. Il videoclip ufficiale di “Volevo essere un duro”, brano di Lucio Corsi arrivato secondo al recente Festival di Sanremo (e che rappresenterà l’Italia all’Eurovision Song Contest), dà vita proprio a questo concetto: dal muro della camera del bambino protagonista, il piccolo Carletto, chiuso in camera per punizione, esce Lucio Corsi, sfondando il maxi poster che lo ritrae. L’arredo della stanza del video richiama gli anni ‘80, sia per l’utilizzo delle audiocassette, sia per la scelta degli artisti idolatrati da Carletto: tra i tanti ritagli appesi se ne scovano anche due dedicati a Vasco Rossi.

Confrontandomi con amici, noi della generazione Z eravamo accomunati dalle scelte delle nostre locandine, soprattutto complice la popolarità di Disney Channel nei primi anni 2000: One Direction o Justin Bieber (più raramente entrambi, c’erano proprio le faide tra i fan), Taylor Swift, Selena Gomez, High School Musical, Jonas Brothers, Il mondo di Patty e Violetta, ma anche tanti artisti che uscivano dai talent, come X Factor o Amici, o icone pop, come Rihanna, Lady Gaga, Katy Perry, Britney Spears o Beyoncè. 

C’è chi ha mantenuto questa tendenza negli anni, soprattutto tra i fan del K-Pop, e chi invece ha modificato la propria devozione musicale: i manifesti di “Ciao Discoteca Italiana” o “Santomanifesto”, per esempio, che propongono un design artistico utilizzando i  testi di brani del cantautorato italiano, non sono concetti molto diversi dai poster che trovavamo su magazine come “Cioè”, “Big” e “Pinky”, sono solo la loro evoluzione più adulta. 

Lo stesso i nostri genitori, cresciuti con i Beatles, Pink Floyd, David Bowie, Rolling Stone, Duran Duran e Smiths, Spandau Ballet e George Michael, ma anche Fabrizio De Andrè e Run D MC, raccontano di aver avuto pareti tappezzate di cartoline e gigantografie delle proprie star del cuore, e ancora adesso conservano qualche reliquia.

I poster sono l’icona pop per eccellenza, possono presentarsi come oggetto d’arredo e di design, come cartolina scovata in qualche bar un po’ radical chic o tra i volantini di una biblioteca, oppure come foglio A3 trovato in qualche teen magazine, spesso con fotografie sovraesposte e iper cromate; perché tutti in fondo abbiamo amato incondizionatamente qualche artista e anche chi aveva il divieto di attaccare cose sui muri per non rovinare l’intonaco, cercava degli escamotage per incollare da qualche parte immagini nascoste della propria star del cuore.

L’iconicità dei poster, da anni oggetto di culto musicale