Negli ultimi anni Spotify Wrapped è diventato un rito collettivo, uno dei momenti più attesi della vita digitale: un mosaico di statistiche che racconta gusti, ossessioni musicali, minuti ascoltati, generi esplorati, album riscoperti e, nell’edizione 2025, una novità tanto curiosa quanto discussa: l’età “attribuita” agli utenti sulla base dei loro ascolti. Un gioco identitario, perfettamente calibrato per i social, che ogni dicembre inonda le piattaforme di colori, grafici e bragging rights.
Eppure, dietro questa festa dell’algoritmo, quest’anno si è attivato un inedito fronte critico guidato dagli artisti stessi.

Il distacco da parte degli artisti

Molti musicisti hanno scelto di non partecipare al resoconto collettivo di fine anno. Alcuni lo hanno fatto apertamente, dichiarando di non voler contribuire alla narrazione di successo costruita da Spotify; altri hanno optato per un atteggiamento più tacito ma altrettanto eloquente: non ricondividere i Wrapped inviati dai fan, pur ringraziandoli con genuina gratitudine per il sostegno.
Il gesto, a prima vista piccolo, nasconde invece un segnale politico importante: un boicottaggio simbolico che vuole denunciare un sistema che continua a valorizzare la visibilità, non la sostenibilità.

Il problema è noto da anni. Modello di business, algoritmi proprietari, compensi considerati insufficienti, pressioni a pubblicare continuamente per rimanere “visibili”: Spotify è percepito da molti artisti come una piattaforma che beneficia enormemente del lavoro creativo senza però garantire un ritorno equo. Wrapped, da questo punto di vista, rappresenta l’apice della contraddizione: celebra gli artisti attraverso le statistiche degli utenti, mentre molti concerti restano scarni di pubblico.

Foto di John Phillips/Getty Images per Spotify

Per questo oggi numerosi musicisti invitano i fan a spostare il proprio supporto altrove: andare ai concerti, acquistare dischi e supporti fisici come anche il merch. Azioni concrete che garantiscono agli artisti introiti reali e che mantengono un rapporto più diretto, curiosità della scoperta non dettata da un algoritmo, vivere momenti di collettività che di isolalmento.

Dal Wrapped ai droni: una sensazione di distanza e alienazione

La situazione si è incendiata ulteriormente dopo la diffusione della notizia che il fondatore di Spotify, lo svedese Daniel Ek, amministratore delegato in carica fino al 2026, ha investito 600 milioni di euro in Helsing, una startup europea specializzata in droni e sistemi di difesa basati sull’intelligenza artificiale. Una mossa che ha portato  molti musicisti ad abbandonare la piattaforma (Auroro Borealo è uno degli esponenti italiani che si è fatto portavoce di questa rivoluzione gentile) e di molti utenti. Il fatto che la direzione aziendale si muova verso il settore militare ha alimentato una sensazione di distanza e alienazione, rendendo più difficile per gli artisti sentirsi parte di questo ecosistema.

I Massive Attack che hanno deciso di eliminare la propria musica da Spotify

Il boicottaggio del Wrapped diventa così il sintomo visibile di uno scontro più profondo: da una parte una piattaforma che ha rivoluzionato il consumo musicale globale, dall’altra i musicisti che si interrogano sul costo reale di questa rivoluzione.

Se da un lato Wrapped traduce in grafici la fedeltà del pubblico, dall’altro il rifiuto di parteciparvi mette in luce il malessere strutturale della comunità creativa. 

L’anno “Un-Wrapped”: la ribellione silenziosa dei musicisti