C’è un’Italia che conosciamo tutti. Quella delle grandi città, delle piazze affollate, dei treni in ritardo e delle email che non aspettano. E poi ce n’è un’altra — silenziosa, discreta, che non fa notizia ma che resiste.
È l’Italia dei borghi. Una bellezza che non grida, che non fa file, non cerca vetrine, non ha bisogno di slogan. Dove le case hanno il colore della terra e le finestre raccontano ancora storie di generazioni. Dove i suoni si fanno più leggeri, il tempo più largo, e l’arte — quando arriva — non invade, ma sussurra.
Ed è proprio in questi spazi che, dal 28 giugno al 28 settembre, torna “Una Boccata d’Arte”, il progetto d’arte contemporanea promosso da Fondazione Elpis con la collaborazione di Galleria Continua e la partecipazione di Threes.
Un’iniziativa diffusa che, alla sua sesta edizione, conferma una visione tanto semplice quanto rivoluzionaria: portare l’arte contemporanea in 20 borghi italiani, uno per ogni regione, selezionati tra quelli con meno di 5.000 abitanti.

Foto di Fausto Brigantino
Opera realizzata con il sostegno di Fondazione Elpis nell’ambito di Una Boccata d’Arte 2025
Venti luoghi vivi, autentici, capaci di ospitare e ispirare. Venti artisti contemporanei (italiani e internazionali, giovani e affermati) invitati a realizzare interventi site-specific, in dialogo diretto con l’identità del borgo che li ospita che, quest’anno, non guarda solo a centri storici con evidenze monumentali, ma anche a paesi, piccoli centri e periferie.
Non si tratta solo di “esporre” opere, ma di attivare una relazione tra paesaggio, storia, comunità e immaginazione. E così, le piazze, le ex scuole, i vecchi mulini o gli edifici in disuso diventano contenitori vivi di pensiero. I sentieri si trasformano in gallerie a cielo aperto. Le architetture, i muri, i ricordi si fanno materia creativa.


Foto di Giacomo Alberico
Opera realizzata con il sostegno di Fondazione Elpis nell’ambito di Una Boccata d’Arte 2025
2. Roberto Casti, Partitura per un futuro ritorno, Macchiagodena, Molise
Foto di Alessandro Pace.
Opera realizzata con il sostegno di Fondazione Elpis nell’ambito di Una Boccata d’Arte 2025

Foto di Marta Tonelli
Opera realizzata con il sostegno di Fondazione Elpis nell’ambito di Una Boccata d’Arte 2025
Ogni artista, affiancato da un curatore, ha trascorso del tempo in loco. È questo il cuore del progetto: non si tratta di semplici installazioni “paracadutate”, ma di gesti di ascolto, di residenza, di prossimità.
Come a Macchiagodena, in Molise, dove Roberto Casti ha fatto risuonare la voce di un borgo ormai svuotato, trasformando un canto popolare in una contro-narrazione alla solitudine. O a Borgolavezzaro, nel novarese, dove Bibi Manavi ha dialogato con la memoria delle mondine e dei canali idraulici, in un paesaggio tessile sospeso tra acqua e archivi.

Foto di Agnese Bedini
Opera realizzata con il sostegno di Fondazione Elpis nell’ambito di Una Boccata d’Arte 2025
Ci sono interventi che restituiscono identità a spazi dismessi, come il campo da calcio abbandonato a Rocca Cilento, reinventato da Tild Greene con un’opera scultorea che riflette sulla relazione tra tempo, corpo e ingranaggi. Oppure luoghi rimasti “in attesa”, come la casina di caccia di Villa Altieri nel Lazio, dove Gabriele Ermini ha creato un museo immaginario, un falso ritrovamento archeologico per scrivere una nuova memoria collettiva.
La memoria è una delle fibre più intime del progetto. Lo è nella processione di Giuseppe Abate ad Altidona (Marche), che riporta nel borgo la scultura scomparsa di un galletto, ricostruendo un’identità attraverso la ritualità. O nei menhir contemporanei di Giacomo Gerboni a Tarzo (Veneto), che custodiscono lettere e messaggi scritti dagli abitanti come testimonianze intime, da tramandare ai futuri residenti.


Foto di Danilo Donzelli
Opera realizzata con il sostegno di Fondazione Elpis nell’ambito di Una Boccata d’Arte 2025
2. Giuseppe Abate, Lu Gallu, Altidona, Marche
Foto di Matteo Natalucci
Opera realizzata con il sostegno di Fondazione Elpis nell’ambito di Una Boccata d’Arte 2025
Altri artisti lavorano sull’interstizio tra ecologia e paesaggio. Come Stella Rochetich in Toscana, che ha tradotto il profumo invisibile emesso da un raro insetto del legno in una scultura olfattiva, o Nicola Martini in Sicilia, che ha scolpito il marmo di scarto fino al collasso per svelarne la fragilità geologica. E ancora, Stefano Caimi in Trentino, che costruisce una trama tra tronchi abbattuti e alberi vivi per riflettere sullo squilibrio climatico delle foreste.

Foto di Leonardo Morfini


Foto di Marta Tonelli
Opera realizzata con il sostegno di Fondazione Elpis nell’ambito di Una Boccata d’Arte 2025
2. Qeu Meparishvili, Edicola dei Randagi – Shrine of the Strays, Citerna, Umbria
Foto di Daniele Mattioli
Opera realizzata con il sostegno di Fondazione Elpis nell’ambito di Una Boccata d’Arte 2025
Il progetto tocca anche le radici migranti degli artisti, come nel caso di Qeu Meparishvili in Umbria, che ha portato la tradizione iconografica georgiana a dialogare con i cani randagi della sua Tbilisi e l’architettura medievale di Citerna. O di Aymen Mbarki in Puglia, che ha inciso un portale ispirato alle medine nordafricane, simbolo di passaggio e di stratificazione culturale.
Ma ciò che forse unisce davvero questi interventi è il suono. Il suono come vibrazione, come richiamo ancestrale. Che sia una fiaba sonora recitata in friulano e sloveno dal duo Babau a Cormons, o le sculture sonore in ceramica di Vica Pacheco tra le rovine romane dell’Emilia-Romagna. O ancora, le pietre che suonano a Burcei, in Sardegna, nel progetto rituale di Sara Persico, che intreccia il Mutetus sardo alle incisioni su marmo.

Foto di Christian Mantuano
Opera realizzata con il sostegno di Fondazione Elpis nell’ambito di Una Boccata d’Arte 2025
In questo tempo in cui tutto tende alla velocità e alla centralizzazione, “Una Boccata d’Arte” è un’azione sottile ma radicale: dare attenzione a ciò che è decentrato, fragile, apparentemente marginale. Perché è lì che germogliano nuovi immaginari. Lì dove non si guarda più, l’arte si fa lente e lanterna, per ricordarci che ogni luogo è un possibile inizio.
E forse è proprio questo il compito più poetico — e politico — dell’arte oggi: restituire senso ai luoghi, senza appropriarli.