8Albe è un festival dedicato alla videoarte che ogni anno anima la Sicilia orientale. Per diverse serate estive, la Dimora delle Balze, sede ospitante ed ente promotore del festival, accoglie una selezione di opere video costruita attorno a un tema, attraverso un format che privilegia la qualità della ricerca, la sperimentazione e uno sguardo fortemente indipendente.
Nel 2026, giunto alla sua quarta edizione, 8Albe affida la curatela a Lucia Pietroiusti, Head of Research & Emergence presso la Hartwig Art Foundation di Amsterdam. Il programma, intitolato The Time of the Moon, nasce da una domanda tanto semplice quanto vertiginosa: cosa accade nei momenti di frattura?
8 albe proiezione III edizione – Agnieszka Polska, The Book of Flowers
A partire da questo interrogativo, la selezione attraversa crisi ecologiche e sociali, memoria, ritualità, cosmologie e forme di conoscenza capaci di mettere in discussione il modo in cui abitiamo il presente. Abbiamo incontrato Lucia Pietroiusti per approfondire alcuni dei punti di partenza e dei nodi concettuali che hanno guidato questa quarta edizione.
Foto di David Stjernholm
Perché ha scelto il video come linguaggio privilegiato per affrontare temi come la crisi climatica, la memoria e le cosmologie? Quali sono le caratteristiche proprie dell’immagine in movimento che la rendono particolarmente adatta?
8Albe nasce come festival di video arte, quindi il linguaggio precede in un certo senso la mia curatela. Comunque esso mi sembra molto adatto ai temi che affrontiamo. Il video chiede tempo, e pertanto implica una trasformazione, seppur minima o temporanea. Questo lo rende affine al rito, che è anch’esso una struttura temporale, fatta di ripetizione e durata. L’immagine in movimento può quindi bene accogliere ritmo o trance, sia come tema che come metodologia. Inoltre, il video possiede la capacità di manipolare luce, colori, e suoni degli spazi circostanti, che lo rende un mezzo sensibile a stati alterati di coscienza e visioni. Con il video possiamo farne esperienza diretta.
Nel tema della rassegna emerge una tensione interessante: da una parte il collasso ecologico e sociale, dall’altra il ritorno di pratiche rituali, spirituali e speculative. Come si evita il rischio che queste forme di conoscenza vengano interpretate come fuga dalla realtà invece che come strumenti per comprenderla? Soprattutto quando sembra che molti sistemi “tradizionali” stiano perdendo la loro capacità critica. In che modo, dunque, l’arte può indirizzare verso una via d’uscita, se esiste?
Il rischio esiste, ed è reale: lo spirituale può facilmente scivolare in consolazione, in evasione, in un rifugio estetico dal presente. Per questo nel programma ho cercato opere che trattano il rituale come esperienza diretta, vissuta nei corpi e nei paesaggi, piuttosto che come iconografia o come citazione. La differenza è sottile ma cruciale: una cosa è rappresentare l’estasi, un’altra è costruire le condizioni per attraversarla insieme allo spettatore, con tutte le domande critiche che questo comporta. Sul tema dei sistemi tradizionali che perdono capacità critica, credo che il compito del festival sia proprio ricontestualizzarli: metterli in dialogo con l’urgenza ecologica contemporanea, restituire loro la forza politica che spesso viene tolta quando vengono ridotti a folklore o a “wellness”. Quanto a una via d’uscita, non credo che l’arte la offra in senso letterale. Può però restituirci una capacità di attenzione e di ascolto che l’urgenza ci fa perdere, e che è precondizione di qualunque cambiamento reale.

Qual è la genesi del legame con la luna? In che modo ha orientato la selezione degli artisti?
Il legame nasce dalla continuità con l’edizione del 2025, Tramonti: Cosmogonie e Fine dei Mondi. Da lì è emersa la luna, come forza fisica e simbolica insieme, che propone un tempo ciclico contro quello lineare, muovendo le maree e i corpi ma anche ispirando i poeti e gli amanti. Rivolgersi alla luna, nel senso inteso dal concetto del festival, significa cercare nuove coordinate quando quelle familiari smettono di reggere. Questo tema ha orientato la selezione verso opere che mettono in scena stati alterati di coscienza, estasi e metamorfosi. Sono lavori che si muovono nello spazio tra mondi interiori ed esteriori.

Qual può essere una chiave di lettura contemporanea del mito? In che modo può aiutare a superare le ideologie del nostro tempo e a trovare un equilibrio nell’incertezza di oggi?
Una chiave possibile è quella della geomitologia, ovvero il legame profondo tra mito, narrazione e trasformazione ambientale, che è uno dei fili che attraversa questa edizione. Il mito, letto oggi, può funzionare come un portale verso un’esperienza diretta. Dove l’ideologia offre certezze e soluzioni, il mito lavora per cicli, ambiguità, stratificazioni, come la storia stessa. Riconoscere questa natura ciclica può aiutarci a rimanere un po’ più a lungo nell’incertezza.
La quarta edizione si apre con una performance di Nicole L’Huillier. Che ruolo ha la performance nell’attivare una dimensione collettiva e corporea? In che modo viene contestualizzata nella rassegna?
L: Aprire con una performance mi e’ stato importante per mettere in atto l’idea che questo festival chiede allo spettatore di essere presente fisicamente ed emotivamente, ai lavori presentati. Il lavoro di Nicole L’Huillier opera proprio su questa soglia, offrendo al pubblico forme e tecniche estatiche (che Nicole chiama ‘membranali’), condividendo lo spazio e il tempo del rito. In questo modo la performance diventa una sorta di iniziazione alla rassegna, come se fosse un rito condiviso.