Quando il 23 gennaio è uscito HOMO, il nuovo disco di Karakaz, qualcuno avrà pensato: “Ok, un nuovo disco… speriamo che sia forte”. Spoiler: lo è. Ma non nel senso rassicurante del termine. HOMO è emotivo ma non accarezza. Arriva dritto, tragico e rumoroso. Anticipato prima da ATTRICI, ATTORI, FEROCI MOTORI, uno sberleffo a questa figura del “Big Boy” e da FORTE, atroce autodistruzione per una delusione. Ma ce li faremo spiegare meglio da lui.

Il nuovo album di Karakaz è uno di quei lavori che sembrano fatti apposta per mettere a disagio chi prova a incasellarlo. Rock, pop destrutturato, psichedelia, tensione costante e testi che sembrano scritti mentre si corre contro un muro, con l’idea di farne poesia subito dopo.

Dal vivo la situazione non migliora, anzi: Karakaz non è un invito comodo, ti trascina in un confronto faccia a faccia. Non molla un centimetro. A un certo punto ti chiedi se stai assistendo a un live o se stai litigando con l’universo, e probabilmente vanno bene entrambe le risposte. La sua musica non si limita ad arrivare: ti guarda, ti scruta e ti chiede conto di quello che senti, senza nessuna gentilezza di fondo.

HOMO non consola, non rassicura, non promette salvezza.
Ma forse, proprio per questo, dice la verità.

Abbiamo provato a fare qualche domanda a Karakaz per capire cosa ci sia dietro questa carica emotiva. Le risposte, sorpresa solo fino a un certo punto, non sono semplici né consolatorie, ma forse proprio per questo sono quelle giuste per entrare davvero dentro HOMO e dentro chi l’ha fatto, senza mezze misure.

La tua musica non sembra nascere dalla testa ma dallo stomaco, come qualcosa che spinge per uscire anche se fa male. Non è introspezione, è quasi un atto fisico. Quando scrivi stai cercando di capire cosa provi o stai solo tentando di non implodere?

Sì, è un atto doloroso, nel concreto e nell’astratto. È uno dei pochi momenti in cui non cerco di capire ma cerco di disparare, tutto ciò che conosco non esiste, il cervello sparisce e subentra l’anima, l’anima fisica, e lei fa il lavoro per me.

Nei tuoi brani spesso accumuli tensione fino a farla collassare, più che esplodere: drop che sembrano crolli, vuoti improvvisi, schianti. Che rapporto hai con quel momento lì, con la caduta vera e propria? È controllo o abbandono?

Credo di essere perennemente in caduta libera. Ho una difficoltà immane a stare in equilibrio, e anche quei pochi momenti in cui ci riesco percepisco costantemente il vuoto sotto di me e finisco per cadere, ancora, ancora e ancora. È abbandono per indole, controllo per necessità.

In ATTRICI, ATTORI, FEROCI MOTORI compare il Big Boy: una figura grottesca, potente e patetica allo stesso tempo. È una caricatura del maschio dominante, del vincente, o è qualcosa di più personale? Quanto ti somiglia e quanto ti fa schifo?

Il big boy è quello che è. Quello che non vorrei essere, quello che alcune volte sono stato. Più passa il tempo e più diventa impersonale. È ovunque, in ogni dove, eppure si fa spesso finta di non vederlo. Io lo odio perché ho l’istinto di farlo, ma provo anche una profonda tenerezza per questo soggetto.

In studio sembri costruire il disagio con precisione chirurgica, mentre dal vivo tutto diventa più pericoloso, più instabile. Cosa ti interessa davvero del live: comunicare o mettere alla prova chi ti sta davanti, te compreso?

Non sono in competizione quando sono sul palco, è un momento di unione, fusione con quel po’ di distanza che rende tutto ancora più teso. Vorrei che la gente davvero provasse a non cercare di capirmi, perché non c’è nulla da capire. Ho il desiderio di stregare, di portare la folla con me in quel momento, per sentirmi meno solo, per farli sentire meno soli se posso, ma senza domande.

Il tuo è un suono duro, spesso senza compromessi. È una scelta estetica o una necessità?

A volte può essere stata una protezione da ciò che c’è lì fuori, altre volte invece un’arma contro l’esterno, a volte invece è l’estremizzazione sonora, o se si vuole estetica, dell’emozione del brano.
Comunque siamo tutti compromessi, quindi questa parola ormai non so più che significato abbia.

Nei testi ritorna spesso il concetto di noia, o di inutile gioia (tema dominante in METALLI PESANTI), quasi fastidiosa. Come se stare bene fosse sospetto. Cos’è per te una gioia vera, non obbligata, non vendibile? Esiste davvero o è solo un’illusione temporanea?

Una gioia vera è lo stare in tour, perdersi tra gli odori dei club, suonare la propria musica davanti a 50/100/500/1000 persone e quante ce ne siano, ubriacarsi con gli amici e andare a letto senza neanche accorgersene.
E anche i pranzi a casa con gli amici, mi piacciono anche quelli.

In HOMO c’è un brano che ti rappresenta più degli altri, quello che concentra tutto senza filtri? Se sì qual è e perchè?

Se proprio devo scegliere, sarà per sempre FORTE. Non mi sono mai messo così tanto a nudo in vita mia, è una canzone che mi addolora. Quando la suono vorrei essere capace di abbracciarmi, e di portarmi al sicuro.

La verità dietro Homo, il nuovo disco di Karakaz