La Biennale Musica.
“Se il brillio delle stelle mi fa male, se è possibile questa comunicazione lontana, è perché qualcosa che forse assomiglia a una stella che mi freme dentro” —  
L’ora della stella di Clarice Lispector

La vibrazione di Biennale Musica 2025

Subwoofer, luci, vibrazioni. Prima il mio corpo, poi il mio corpo nell’ambiente: un passaggio filosofico, quasi mistico. Dopo aver assistito alle sezioni Teatro e Danza della Biennale, tra le esperienze più intense della Biennale Musica (oltre le veterane Laurie Spiegel, Suzanne Ciani, Meredith Monk – Leone d’oro alla carriera e Chuquimamani‑Condori – Leone d’argento, con un progetto-processione musicale lungo i canali) ha attirato la nostra attenzione Up in the Bell Tower di Luka Aaron, in quadrifonia, per campane registrate e modellate con sintesi analogica e digitale. Un lavoro che arriva da Biennale College e che invita a sostenere sempre i processi di ricerca ed elaborazione. Le campane, che già a Venezia non si possono mai ignorare, risuonano con Aaron su un drone continuo, come un pendolo o un clavicembalo disgregato. Si percepisce davvero la matericità del suono, il suo spessore fisico: i rintocchi scandiscono il tempo e al contempo lo dilatano. Le luci, oscillanti e modulari, amplificano la percezione del corpo che ascolta. Una vibrazione che ci attraversa la pelle per poi arrivare agli organi, all’ugola — fino a trasformarsi in eco interna. È un ascolto che diventa anatomia, una percezione che si fa filosofia.

Courtesy La Biennale Musica
Foto di Andrea Avezzù
Chang & Junray
Courtesy La Biennale Musica
Foto di Andrea Avezzù

L’edizione di quest’anno

A curare questa edizione del Festival – che si è tenuta dall’11 al 25 ottobre a Venezia per la 69ª edizione del Festival Internazionale di Musica Contemporanea – è stata Caterina Barbieri.

Il titolo, La Stella Dentro, e il simbolo della stella ✩ evocano il desiderio di cose grandi, di vastità. Vibrando dal micro al macro, dal suono alla molecola, dal moto planetario all’interiorità, il Festival si propone di trasportarci “fuori dai confini dell’ego e aprirci all’incontro con l’altro – l’ignoto”.

Barbieri scrive: «Con questa definizione poetica… non si fa riferimento a uno specifico stile o una tradizione musicale quanto piuttosto al potere generativo della musica di creare nuovi mondi, oltre rigide definizioni di genere o affiliazione storica… Nell’estasi dell’ascolto, anche le nozioni di tempo e spazio si dissolvono: la musica ci insegna molto sulla relatività e i limiti della percezione umana».
La visione curatoriale mira dunque a uno sguardo sul contemporaneo «il più vivo e fluido possibile, rappresentando la musica del presente nella sua ricchezza, diversità, inclusività».

Chang & Junray
Courtesy La Biennale Musica
Foto di Andrea Avezzù

Lo stile contemporaneo dell’edizione 2025

Il Festival ha delineato una scena diversa rispetto al passato: uno stile contemporaneo, internazionale, condiviso. L’“elettronica” – o come alcuni l’hanno definita, “rave da camera” – è risultata non solo presente ma centrale, contribuendo ad aprire a un pubblico più giovane rispetto alle precedenti edizioni anche se, come segnalato da qualcuno, la partecipazione in alcuni momenti è rimasta esclusiva.

Spazi d’ascolto molti e vari: teatro, installazioni, ambienti site-specific. Il programma ha incluso la prima europea di Laurie Spiegel, The Expanding Universe (1974-77), reinterpretata dal quartetto di chitarre elettriche newyorkese Dither Quartet. Una partitura che regge l’intenzione immergendoci  in un ambient d’ascolto e contemplazione.

Enrico Malatesta, che esplora la fisicità del suono attraverso un approccio minimale e radicale, ha presentato in prima mondiale la strana, delicata e direi silenziosa composizione Solo VI del tedesco Jakob Ullmann (22 ottobre) e Occam XXVI della pioniera francese della musica elettronica/drone Éliane Radigue (23 ottobre). Il polistrumentista e compositore tedesco Moritz Von Oswald in prima italiana ha portato Silencio, un progetto in collaborazione con un coro di 16 voci – il Coro della Cappella Marciana diretto dal maestro Marco Gemmani. 

Enrico Malatesta – Jakob Ulmann Solo VI
Courtesy La Biennale Musica
Foto di Andrea Avezzù
Dj Set
Courtesy La Biennale Musica 2025
Foto di Andrea Avezzù
DJ Marcelle – Dj Set
Courtesy La Biennale
Foto di Andrea Avezzù

Il report finale della Biennale Musica

Dal report finale della Biennale emerge che la direzione curatoriale di Barbieri ha riscosso un’importante affermazione: l’edizione ha chiuso con un +6% di biglietti venduti rispetto alla precedente. Il pubblico soprattutto giovane e le sale esaurite hanno confermato la potenza innovativa della manifestazione. Ciò detto, alcune critiche emergono: alcuni puristi della musica “contemporanea” hanno storto il naso vedendo nella forte presenza elettronica (e in alcuni momenti clubbing) un azzardo troppo populista. Tuttavia, come scrive Artribune: «se con pop si intende popolare, ben venga una Biennale Musica gremita di pubblico, e in particolare di giovani».

La Biennale Musica 2025 ha comunque funzionato come un bagno sonoro immersivo – pensiamo alla LSD centre e le listening session – in cui il suono non è più solo udito, ma fisicità, corpo, spazio.

La stella dentro ha rischiarato l’idea di un festival che vuole essere generativo, che vuole creare mondi e non solo presentare opere. Il lavoro sulle campane, il drone elettronico, l’interazione tra strumenti tradizionali e tecnologia, la dissoluzione dei confini tra club e sala da concerto: tutto ciò ha segnato un cambio di marcia. Restano da accompagnare queste novità con un’apertura sempre più ampia al pubblico e magari con una maggiore modulazione tra momento “alto” e momento “pop-accogliente”.

La stella dentro ✩ l’esperienza percettiva di Biennale Musica 2025