Prima di pensare, di ragionare, di credere, siamo corpi. Occhi, bocca, pelle, polmoni, fegato, nervi, cuore: la parte più intrinsecamente umana è anche spesso quella più vulnerabile, più scomoda, più legata ad istinti che tendiamo a soffocare, e per questo sovente preferiamo vagheggiare affidandoci al potere del pensiero, dell’immaginazione e della coscienza, sentendoci forse più forti e più al sicuro. 

La carnalità è tuttavia centrale, e per questo riesce comunque ad insinuarsi tra riflessioni e rappresentazioni, caricandosi di significati e di valori profondi. Il Metropolitan Museum of Art di New York quest’anno vuole sottolineare proprio questo concetto, e per questo ha concepito Costume Art, la mostra della stagione primaverile 2026 del Costume Institute, inaugurata sotto i riflettori di tutto il mondo con uno degli eventi mondani più noti, il MET Gala.  

“L’idea era quella di riportare il corpo nelle discussioni sull’arte e sulla moda e di abbracciarlo, invece di rimuoverlo” ha spiegato Andrew Bolton, curatore responsabile dell’esposizione.

Corpo che esiste, corpo che cambia, corpo che invecchia, corpo nudo, corpo vestito: infinite sono le raffigurazioni che questa componente può assumere, ma quali sono quelle presenti nella musica intorno a noi? 

Emma Chamberlain al Met Gala 2026Photo: Dia Dipasupil/MG26/Getty Images

La rappresentazione del corpo nella musica

Lasciandoci ispirare dal concetto al cuore della mostra del MET, esploriamo una serie variegata di opere musicali popular che mettono in qualche modo al centro il racconto della fisicità umana. Canzoni ed album di generi differenti, ma tutti legati da una rappresentazione del corpo nella musica questionata, rivestita di significati esistenziali, stilistici e culturali. Con un importante risultato comune: la fisicità finisce con l’essere concepita, inevitabilmente, come la componente più intima, vulnerabile e profonda dell’essere umano, profondamente intrecciata con le sensazioni e le emozioni più autentiche.

Persona, Marracash (2019)

Come un Frankenstein contemporaneo, il king del rap ha costruito uno dei suoi album più importanti partendo dall’idea di essere un artefice durante la creazione del suo alter ego: un essere costruito a sua immagine e somiglianza o, riprendendo la tematica fondante del film di Ingmar Bergman da cui prende ispirazione il disco (Persona, per l’appunto), il suo doppelgänger. In un percorso che attraversa tutti gli organi – scheletro, sangue, pelle, ecc. (ego ed anima compresi) – Fabio-persona è messo faccia a faccia con Marracash-personaggio, in un confronto che pone al centro il corpo come ciò che di più personale e profondo esista.   

Sei tu, Levante (2026)

“Ah, non mi sento le gambe / Ah, dove sono le braccia? / E mi manca il respiro, eppure sono viva […] Cerco la mia postura, divento la paura / Mi trema anche la gola, la voce non mi trova / La mani che mi ingannano / È così, ci si innamora”.

Quella costruita dalla cantautrice di origini siciliane è la vera e propria anatomia di un innamoramento: un sentimento che si percepisce, che si vive in tutto il corpo, in cui ogni porzione tradisce l’emozione che la attraversa. Ma presto queste sensazioni sembrano non bastare: “Ah, se potessi vederti coi miei occhi / Lacrimeresti tutto il mio stupore / Ah, se potessi vestire la mia pelle / Vibrare del mio suono” – il corpo dell’innamorato brama il contatto, l’attraversamento e la fusione con il corpo dell’altro, per raggiungere l’unione più profonda.

Foto di Sofia Torrisi

Nuda, Madame (2021)

Spogliarsi per mostrarsi onesta, essere sola e nuda per e con un’altra persona per farsi vedere nella propria crudezza: con questo brano, l’artista vicentina costruisce un racconto esplicito e dettagliato, mescolando la riflessione introspettiva con l’atto sessuale e immagini mentali con reazioni corporee, facendoci così capire come corpo e pensiero sono strettamente intrecciati e si riflettano l’uno nell’altro – “Mi svelo e ti mostro talloni d’Achille / Poi mi levi il gusto dalle papille / Ti guardo con spilli dentro alle pupille”.

Signora delle ore scure, Claudio Baglioni (1990) 

Nell’album ritenuto il più ambizioso e monumentale della carriera di Baglioni (Oltre), un brano dalle sonorità misteriose e lontane contiene la descrizione di una figura femminile ad alto tasso poetico. La donna-musa sconosciuta viene appena abbozzata attraverso l’accostamento di parti del suo corpo ad elementi del mondo naturale, con un uso molto evocativo delle metafore: “Dei suoi capelli alghe nel mare / E dei suoi occhi olive dolci e mandorle amare / Di quelle brune nomadi dita / Delle narici Dio le benedica, è lì / Che prende la vita”. Un corpo accennato e in qualche modo distante, ma al tempo stesso estremamente materiale, che dimostra come la corporeità e persino la sessualità non siano sempre per forza esplicitate, ma possano anche essere solamente suggerite – e ciò non riduce la profondità del soggetto.

Skin & Bones, Raye (2026)

Dall’atmosfera più leggera, ma condita da una nota di amarezza, la traccia n.12 di THIS MUSIC MAY CONTAIN HOPE. elenca nel suo ritornello diverse parti del corpo come fossero voci di un listino o di un menù tra cui scegliere: è la visione disillusa del mondo del dating nel 2026, una “giungla” in cui trovare un rapporto profondo che vada al di là della superficie sembra impossibile. Giovani donne con tanta voglia di connessioni mentali e di forti sentimenti si vedono invece passare “ai raggi X” in quanto corpi, dei quali un solo organo sembra non essere ben accetto, il cervello. Essere viste nella mera fisicità viene qui dunque demonizzato, ma solo perchè ciò implica una mancanza di cura, sentimento e premurosità (“He’s insane ‘cause he thinks / He can make love without having to love me”) nei confronti della parte che rimane la più intima di ciascuno di noi.

Glamour, Elodie (2023)

Il corpo vestito problematicizzato: in questa traccia, Elodie riflette sull’estetica e sulla moda usate come armi di potere ed alienazione, che lasciano la persona in una tensione continua tra il desiderio di essere guardati e la paura di sparire dietro la superficie. “Rimani lì, una spina nel fianco / Ti muovi su di me, mentre canto / Ogni notte uno scintillio / Dimmi cosa ci faccio io / Nel tuo mondo glamour”, e ancora, “E quando ti vedo mi sento nuda / Sola con il mio corpo / Con un pitone sul collo” raccontano il glamour proprio come un pericolo, che vive però a contatto con la parte più vulnerabile di ognuno di noi – il corpo, per l’appunto.

Body memory, Björk (2017)

Brano imponente e centrale nel progetto discografico Utopia, con i suoi 10 minuti di durata Body memory è un racconto in cui, per ogni dubbio esistenziale che tormenta la protagonista, per ogni emozione richiamata, per ogni trauma, la salvezza sembra arrivare dalla memoria ancestrale conservata nel proprio corpo. Una sorta di resilienza, un sistema di auto-sopravvivenza che vive nelle cellule e scorre nelle vene, in grado di andare oltre la mente e salvifico per appoggiarvisi quando la coscienza fallisce.

La rappresentazione del corpo nella musica